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sabato 23 ottobre 2021
 
 

Shoah, voci per non dimenticare

01/07/2013  Grazie alla fondazione creata da Steven Spielberg, è possibile vedere e ascoltare migliaia di testimonianze di sopravvissuti all'Olocausto sparsi in tutto il mondo. Una possibilità preziosissima specie per le giovani generazioni in cui l'antisemitismo è più facile che faccia breccia.

Arriva una buona notizia per i ricercatori e per l’educazione alla memoria della Shoah nelle scuole. Grazie a un accordo con l’Istituto Centrale per i beni sonori ed audiovisivi, da venerdì 7 giugno è possibile consultare anche in Italia l’intero patrimonio di interviste audiovisive della USC Shoah Foundation di Los Angeles. 52.000 video-testimonianze in 32 lingue provenienti da 56 paesi, indicizzate e ricercabili minuto per minuto attraverso 60.000 parole chiave. Fondata dal regista Steven Spielberg nel 1994, la Shoah Foundation mira a conservare nel tempo e a rendere fruibili a tutti le voci dei testimoni, anche quando, sempre più per ragioni anagrafiche, non sono più in vita. Si tratta di uno dei più grandi archivi video-digitali di tutto il mondo, con testimonianze di sopravvissuti ebrei, omosessuali, testimoni di Geova, rom e sinti, sopravvissuti alle politiche per il “miglioramento della razza”, liberatori e testimoni della liberazione, prigionieri politici, soccorritori e partecipanti ai processi per i crimini di guerra.

Finora, in Italia era possibile ascoltare solo le interviste italiane, contenute nel progetto “Ti racconto la storia: voci dalla Shoah” (http://www.shoah.acs.beniculturali.it/). Adesso, a Palazzo Caetani di Roma, l’archivio diventa disponibile integralmente, proprio in un momento in cui l’antisemitismo pone nuove sfide. Accanto ai gesti antisemiti “classici”, come le recentissime scritte e svastiche alla sinagoga di Verona o a una scuola elementare a Settimo Milanese, la diffusione dei social network ha portato a un’amplificazione del fenomeno e delle tesi negazioniste. Secondo una ricerca dell'Istituto ricerche politiche e socioeconomiche (Iard), il 22% dei giovani tra i 18 e i 29 anni manifesta ostilità nei confronti degli ebrei, con dati superiori alla media per quanto riguarda i maschi, i residenti al Nord, i giovani con un livello di istruzione inferiore. Quale prospettiva educativa è necessario assumere di fronte a questi dati? La possibilità offerta dall’archivio della Shoah Foundation va esattamente in questa direzione. Spiega Kim Simon, managing director della Fondazione: «Va sviluppato tutto ciò che riguarda l’aspetto esistenziale, il confronto con individui e storie, la personalizzazione, le testimonianze, sviluppando negli studenti l’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri. Così si raggiunge un primo livello di partecipazione, che, attraverso contestualizzazione e processo critico, deve allargarsi fino alla Storia».

Il regista Steven Spielberg, presidente dalla Usc Shoah Foundation Institute
Il regista Steven Spielberg, presidente dalla Usc Shoah Foundation Institute

La partecipazione e l’empatia verso chi è vittima di razzismo e antisemitismo vanno sviluppate in un agire concreto, che non permette l’indifferenza: «I nostri interventi formativi – continua Kim Simon – mirano alla costruzione di un senso di responsabilità personale, che spinge all’azione nel futuro”. USC Shoah Foundation ha da poco aggiunto una collezione preliminare di 65 testimonianze di soccorritori e sopravvissuti al genocidio del 1994  in Ruanda. Grazie a una precisa indicizzazione, questo permette di mostrare ai ragazzi e a chi ascolta le testimonianze come i meccanismi alla base dei genocidi e dell’elezione di un “gruppo bersaglio” abbiano dei punti in comune. Il processo per cui si nega a un’altra persona lo statuto di umanità non è immediato. Richiede una serie di scelte, condizioni adatte, consenso intorno, il silenzio della coscienza morale. E questa è una delle “chiavi” per spiegare cosa successe nei lager nazisti. Con una “preoccupazione educativa” e uno sguardo attento sul presente, pensando a come Marcella Ravenna, docente di Psicologia sociale all’Università di Ferrara, ha descritto l’accettazione della Shoah da parte dei contemporanei: «Le persone escluse sono percepite come psicologicamente distanti, la comunità non riconosce obblighi morali nei loro confronti, li vede semplicemente come utilizzabili o indegni, ne denigra i diritti, la dignità e l’autonomia, e tollera o approva azioni e conseguenze che non sarebbero in nessun modo accettabili nel caso di quanti si collocano all’interno della comunità».  

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