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giovedì 29 luglio 2021
 
Urbi et Orbi
 

«Si svuotino gli arsenali, Cristo è risorto»

04/04/2021  Il Papa richiama l'attenzione sulla pandemia e sulla crisi economica e sociale, mentre continua la corsa agli armamenti. Ma, dice citando le situazioni più terribili, ricordiamoci che «la Resurrezione è una speranza che non delude»

Il Papa ringrazia tutti coloro che hanno lavorato perché «le celebrazioni della settimana santa fossero belle e degne». Poi dà il benvenuto al cardinale Gambetti che prende il posto del cardinale Angelo Comastri come arciprete della basilica vaticana, salutando quest’ultimo con affetto per i suoi 16 anni di servizio pastorale. Poi, deposti i paramenti, torna in basilica per la benedizione Urbi et orbi.

Papa Francesco, per la seconda volta, a causa del coronavirus, dà la sua benedizione pasquale dall’altare della Cattedra e non dalla Loggia.

E lo fa riportando l’attenzione su quanto accade nel mondo: «I giovani di tutto il mondo e, in quest’ora, specialmente a quelli del Myanmar, che si impegnano per la democrazia, facendo sentire pacificamente la propria voce, consapevoli che l’odio può essere dissipato solo dall’amore»; il popolo haitiano «perché non sia sopraffatto dalle difficoltà, ma guardi al futuro con fiducia e speranza»; il Libano e la Giordania, che ringrazia perché «ospitano moltissimi profughi fuggiti dal conflitto siriano»; lo Yemen, «le cui vicende sono circondate da un silenzio assordante e scandaloso» e la Libia, «dove si intravvede finalmente la via di uscita da un decennio di contese e di scontri cruenti». Invoca «pace e sicurezza» per Gerusalemme «perché risponda alla chiamata ad essere luogo di incontro dove tutti possano sentirsi fratelli, e dove Israeliani e Palestinesi ritrovino la forza del dialogo per raggiungere una soluzione stabile, che veda due Stati vivere fianco a fianco in pace e prosperità». Pensa all’Iraq, recentemente visitato, perché «possa continuare il cammino di pacificazione intrapreso». Prega il Signore «perché sostenga le popolazioni africane che vedono il proprio avvenire compromesso da violenze interne e dal terrorismo internazionale, specialmente nel Sahel e in Nigeria, come pure nella regione del Tigray e di Cabo Delgado». Ricorda «quanti sono prigionieri nei conflitti, specialmente nell’Ucraina orientale e nel Nagorno-Karabakh» augurandosi che possano «ritornare sani e salvi alle proprie famiglie».

E, in un mondo in cui ci sono ancora «troppe guerre e troppa violenza», il Papa prega perché «il Signore, che è la nostra pace, ci aiuti a vincere la mentalità della guerra, e ispiri i governanti di tutto il mondo a frenare la corsa a nuovi armamenti». Proprio oggi, 4 aprile, ricorre la Giornata mondiale contro le mine antiuomo, «subdoli e orribili ordigni che uccidono o mutilano ogni anno molte persone innocenti e impediscono all’umanità di “camminare assieme sui sentieri della vita, senza temere le insidie di distruzione e di morte”», dice il Pontefice. Aggiungendo: «Come sarebbe meglio un mondo senza questi strumenti di morte!».

Verso questo orizzonte di pace possiamo camminare partendo dall’annuncio della Resurrezione. «L’annuncio di Pasqua», dice il Pontefice, «non mostra un miraggio, non rivela una formula magica, non indica una via di fuga di fronte alla difficile situazione che stiamo attraversando». Francesco non nasconde le difficoltà: «La pandemia è ancora in pieno corso; la crisi sociale ed economica è molto pesante, specialmente per i più poveri». E poi denuncia: «Malgrado questo – ed è scandaloso – non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari». Eppure il credere che «Gesù, il crocifisso, è risorto», continua ad avere la sua forza. È un annuncio che «non ci parla di angeli o di fantasmi, ma di un uomo, un uomo in carne e ossa, con un volto e un nome: Gesù. Il Vangelo attesta che questo Gesù, crocifisso sotto Ponzio Pilato per aver detto di essere il Cristo, il Figlio di Dio, il terzo giorno è risorto, secondo le Scritture e come Egli stesso aveva predetto ai suoi discepoli». E lui, nonostante tutti i nostri limiti, «ha preso su di sé la nostra debolezza, le nostre infermità, la nostra stessa morte; ha patito i nostri dolori, ha portato il peso delle nostre iniquità». Gesù che, ricorda il Pontefice, ha impresse le piaghe sulle mani, sui piedi e sul costato, come «sigillo perenne del suo amore per noi. Chiunque soffre una dura prova, nel corpo e nello spirito, può trovare rifugio in queste piaghe, ricevere attraverso di esse la grazia della speranza che non delude».

Il Papa pensa alle persone più fragili, «che hanno bisogno di assistenza e hanno diritto di avere accesso alle cure necessarie», chiede, «nello spirito di un “internazionalismo dei vaccini”» che la Comunità internazionale si adoperi «per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri». E ricorda a tutti che Dio non è lontano, che «il Crocifisso Risorto è conforto per quanti hanno perso il lavoro o attraversano gravi difficoltà economiche e sono privi di adeguate tutele sociali»; per i giovani che «sono stati costretti a trascorrere lunghi periodi senza frequentare la scuola o l’università e condividere il tempo con gli amici», per coloro che hanno perso i loro cari, per i tanti cristiani che, ancora perseguitati, «hanno celebrato la Pasqua con forti limitazioni e, talvolta, senza nemmeno poter accedere alle celebrazioni liturgiche».

Ma, è l’augurio finale, bisogna ricordare che le sofferenze sono state trasfigurate, che «dove c’era morte ora c’è vita, dove c’era lutto, ora c’è consolazione. Nell’abbracciare la Croce Gesù ha dato senso alle nostre sofferenze e ora preghiamo che gli effetti benefici di questa guarigione si espandano in tutto il mondo».

 
 
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