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martedì 21 settembre 2021
 
Sport
 

Siamo sicuri che il ciclismo sia in crisi?

05/10/2013  Il ciclismo viene dato in crisi nera, la stampa se ne occupa sempre meno. I problemi ci sono. Ma il pubblico quando si corre in bici continua ad affollare le strade. E se la crisi fosse una fantasia del solito snobismo italiano?

I campionati mondiali di ciclismo hanno occupato Firenze e tanta Toscana dal 22 al 29: l’ ultima gara, la prova individuale dei professionisti, quella che da sola fa richiamo più delle altre undici messe insieme, è stata vinta dal portoghese Rui Costa, non atteso da nessun pronostico. Tanta sorpresa anche da parte di chi non si aspettava, comunque, tanta partecipazione di folla alle gare, anzi al rapido passaggio dei pedalatori. Domenica il Giro di Lombardia, da Bergamo a Lecco, chiude la stagione diciamo convenzionale: la vittoria di Cunego, nel 2008, è l’ultima di un italiano nelle cossiddette gare-monumento, quelle della supertradizione italo-franco-belga: per l’Italia Sanremo e Lombardia, per la Francia Roubaix, per il Belgio Fiandre e Liegi.Bastogne-Liegi.

Ci sarà la solita folla “inspiegabile” per chi pensa al ciclismo come aduno sport in non reversibile crisi, lasciato indietro dai tempi e spintosi troppo avanti nel doping che lo ha inquinato: tutti sordi, ciechi, pazzi questi ciclofili?  In effetti non c’è disamore “nostrano” per la bicicletta, anzi nel 2012 sono stati venduti in Italia più velocipedi che automobili: 1,748.000 contro 1.450.000, come non accadeva da mezzo secolo. Crisi mondiale e italiana, poco denaro, magari adesione ad  una sana e povera coscienza ecologica: tutto quello che volete, ma i numeri sono numeri. E le grandi città cercano di dotarsi di bici a noleggio e piste ciclabili. 

Ripetiamo che non è crisi di folla: il Giro d’Italia sempre richiama sulle grandi montagne decine e anche centinaia di migliaia di appassionati. E questo pur se i nostri giornali strizzano sempre più lo spazio per il ciclismo, arrivando – quelli politici - anche a dare poche righe e titolino su una colonna a una corsa come il Giro di Spagna o il campionato italiano. Il Tour – altra cultura, altra civiltà  - vanta media devoti e folla sempre in crescita anche se segnatissimo dal doping e anche se dal 1985 di Hinault nessun francese vince la corsa.  Non è neppure crisi mondiale di uno sport , con nostra inevitabile e intanto civile partecipazione ad essa. Il ciclismo è praticato in tutto il mondo, ci sono pure cinesi e giapponesi, ci sono gli africani, i sudamericani, gli australiani.

Una volta il sipario calava col Lombardia. Adesso si corre sempre, un emisfero o l’altro, dodici mesi su dodici, finita la caccia al sole d’inverno per gli allenamenti. I due ultimi Tour de France sono andati a corridori britannici, di cui uno cresciuto in Kenya. La lingua ufficiale è ormai l’inglese, che ha soppiantato il francese dominante per oltre un secolo. Tutti ciechi e cretini i ciclofili del mondo, tutti furbi i ciclofobi italiani?

E neppure c’entra il doping. Alla gente innamorata del ciclismo in fondo non importa molto delle pratiche chimiche: casomai si pensa che i ciclisti si dopano, sì, ma come quelli degli altri sport, dove non c’è doping solo perché non c'è valido antidoping, a parte qualche lampo di iniziativa nell’atletica (toh, i giamaicani brutti e cattivi). E casomai al ciclismo, che tanti usano come parafulmine e sfogatoio e alibi, per facili ed ipocriti esercizi di morale in colpevole assenza di ben altro impegno etico, si lascia una sorta di licenza chimica, considerato la faticaccia che richiede: uno sbaglio, una colpa, ma per eccesso di amore e rispetto. E poi se Armstrong ha il cancro, si cura e vince sette Tour de France di seguito, se il suo sconosciuto connazionale Horner (roba di ieri) a 42 anni vince il Giro di Spagna, quasi quasi si può pensare che certi prodotti siano da dare ai malati per tirarli su.

Sbagliato?  E allora? Allora c’entra l’Italia snob nel senso letterale del termine (sine nobilitate), la povera scema incolta Italia schiava del calcio come neanche il Sudamerica più assatanato e miserabile, grande ammiratrice e consumatrice di prodotti calcistici specialmente stranieri, magnificati dai media che si avvitano su personaggi utili e comodi per i loro teatrini scritti o radiotelevisivi ( e se fosse questa una sfaccettatura della crisi della stampa scritta?). L’Italia urbana delle grandi città dove tutti adorano l’auto che li inscatola nel traffico, li rende paralitici ma non fa sudare, anzi ha l’aria condizionata. L’Italia che perde tutti i valori, giorno dopo giorno, anche nello sport, e specialmente negli sport di fatica e di cuore. Semplice, inconfutabile, orrendo, tremendo.

 
 
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