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lunedì 22 luglio 2024
 
covid
 

«Sicuri al chiuso? Occhio all'aria»

30/09/2021  «Il virus si propaga come il fumo. Per ridurre il rischio di contagio conviene agire su più fronti: farmacologico e ingegneristico. La ventilazione è importantissima».Abbiamo chiesto a Giorgio Buonanno, ordinario di Fisica tecnica all’Università di Cassino, che da tempo, anche con l’Università di Brisbane (Australia), studia il comportamento degli inquinanti e dunque del virus negli ambienti, come riconoscere gli spazi rischiosi

Il professor Giorgio Buonano.
Il professor Giorgio Buonano.

Rispetto allo scorso anno abbiamo uno svantaggio: la variante delta, significativamente più contagiosa. E un vantaggio: vaccini che scongiurano in chi li ha ricevuti la maggior parte degli esiti gravi dell’infezione, ma non bloccano del tutto la trasmissione del virus e raggiungono fin qui solo parte della popolazione. Tra l’altro non sono ancora approvati per ragazzi sotto i 12 anni. Con questo bagaglio e relative incognite ci avviciniamo all’autunno. Si fa presto a dire “in sicurezza”, sentiamo ripetere questa espressione come un mantra da quasi due anni. Ma quanto lo siamo al chiuso? Abbiamo chiesto a Giorgio Buonanno, ordinario di Fisica tecnica all’Università di Cassino, che da tempo, anche con l’Università di Brisbane (Australia), studia il comportamento degli inquinanti e dunque del virus negli ambienti, come riconoscere gli spazi rischiosi e che cosa si potrebbe fare, dal punto di vista delle sue conoscenze, per migliorare la sicurezza di quelli, promiscui, che non possiamo evitare di frequentare. «La sicurezza passa per la condivisione di conoscenze multidisciplinari e si può migliorare se al chiuso si agisce nel contempo su più fronti: sul lato farmacologico e su quello ingegneristico. Per questo mi stupisce che non ci sia mai stato un ingegnere nel Comitato tecnico scientifico, perché la respirazione è un processo fisico. Se i medici si occupano della sua fisiologia, sono i fisici e gli ingegneri ad avere le competenze per dire come si comportano negli ambienti le goccioline che si generano nei bronchioli, nella laringe e nella bocca, per poi diffondersi nell’aria».

Ci sta dicendo che i protocolli hanno trascurato questo aspetto?

«Abbiamo impiegato un anno e mezzo a far capire all’Oms che la principale modalità con cui il contagio si diffonde è l’aerosol. Mentre è trascurabile il rischio di contagiarsi attraverso le superfici».

Come spiegherebbe l’aerosol a un profano?

«Dobbiamo pensare all’infetto come a un fumatore, perché il virus nello spazio si diffonde con modalità simili al fumo: il rischio di respirare una quantità significativa del fumo di un passante per strada o all’aperto, a meno che non ci fumi a distanza ravvicinata e per diversi minuti, è trascurabile, per questo è stato eccessivo imporre la mascherina sempre in strada, mentre se uno fuma in una stanza chiusa, il suo fumo arriva non solo a chi sta a un metro, ma a tutti gli occupanti della stanza».

Per questo si parla tanto di ventilazione e aerazione?

«La ventilazione è importantissima, ma non basta un solo parametro: incidono, infatti, il volume della stanza, il tempo di permanenza, il numero di persone presenti, l’attività che fanno: un infetto che parla ad alta voce o canta emette virus 100 volte in più rispetto allo stesso soggetto che respira in silenzio e 10 volte rispetto al parlare a voce bassa. Per questo è importante occuparsi dell’aria che si respira in un’aula scolastica, dove rimangono a lungo tante persone mentre l’insegnante parla a voce alta».

Per questo si suggerisce di aprire le finestre?

«Sì, anche se bisogna capire le parole. La ventilazione è il ricambio di aria rispetto all’inquinante: porto dentro aria “pulita” da fuori e mando fuori quella interna "inquinata". Come faccio? La soluzione ottimale è la ventilazione meccanica controllata, perché so sempre quanta aria sto cambiando, ma l’impianto per una singola aula scolastica costerebbe 4.000-5.000 euro. La seconda soluzione è l’aerazione, cioè aprire le finestre: non costa se non in termini energetici, ma ha lo svantaggio di non consentire di quantificare il ricambio, a meno di non dotare la classe di un rilevatore di anidride carbonica CO2 (50 euro o poco più); la via di mezzo è la ventilazione fittizia con purifiatori d’aria: funzionano un po’ come un aspirapolvere, filtrando le goccioline che trasportano il virus, e il costo per un’aula sarebbe di 700-1.000 euro. Consideriamo che fornire mascherine chirurgiche per 200 giorni l’anno a una classe di 25 costa 2.500 euro, se fossero FFP2 (le uniche che davvero filtrano) saremmo a 5.000 ogni anno».

Intanto, come capire in quali ambienti si rischia di più?

«Tra i più rischiosi ci sono i ristoranti al chiuso, dove le persone si parlano a lungo di fronte e senza mascherina, tanto che anche all’aperto non sono del tutto sicuri. In metro o su un bus urbano dove il viaggio è breve e il ricambio d’aria elevato si rischia meno che su bus e treni a lunga-media percorrenza. In generale sono più esposti al rischio i luoghi chiusi dove la ventilazione è scarsa. Per valutare la ventilazione bisognerebbe avere dati precisi sulla quantità di aria di rinnovo (dall’esterno) e di quella di ricircolo (maggiore è il rinnovo, più l’aria si purifica, ndr): a questo proposito abbiamo pubblicato un lavoro sul rischio in autobus urbani e ne stiamo ultimando altri sulla valutazione del rischio nei mezzi di trasporto».

 
 
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