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sabato 23 ottobre 2021
 
 

Pittin, la neve è ancora nostra

15/01/2012  L'elemento naturale scarseggia e lo sport della neve si fa estremo: lo sci di fondo sbarca in centro a Milano e Alessandro Pittin costringe l'Italia a occuparsi di combinata nordica.

Il trionfo di Alessandro Pittin (foto Reuters/Robert Pratta).
Il trionfo di Alessandro Pittin (foto Reuters/Robert Pratta).

     Se lo stato di grazia esiste, Alessandro Pittin l'ha conosciuto in questi tre giorni di gloria a Chaux Neuve, a casa di Jason Lamy Chappuis, il leader di Coppa del mondo, che tre sventole così non le ha mai prese in vita sua. Alessandro Pittin, 21 anni, da Cercivento, pugno di neve tra i monti della Carnia, sta costringendo l'Italia ad accorgersi dell'esistenza de più funambolico degli sport invernali, la combinata nordica: salto con gli sci + sci di fondo. Si parte saltando: il più possibile lontano e con uno stile il più possibile elegante (entrambi i fattori incidono sul punteggio ai sensi del regolamento). Si finisce con 10 km di sci di fondo: chi salta meglio parte prima e gli altri al seguito in base alla classifica.


     Alessandro ha cominciato venerdì 13, sfidando la scaramanzia del 13 di pettorale, per vincere la sua prima prova in Coppa del Mondo, dopo quattro podi, e un bronzo olimpico. Ha continuato sabato 14, rivincendo con una rimonta mozzafiato: il salto non era stato fantastico e ha dovuto rimontare 1'24" per vincere di nuovo al fotofinish, sputando l'anima, ma dimostrandosi per quello che è, uno che non molla fino all'ultimo refolo di fiato. Lo fa anche quando si tratta di arrivare decimo, figurarsi quando c'è in palio la vittoria. 

     Ha finito oggi, ma solo perché è finito anche il weekend e la tappa di Coppa, con un altro modo tutto diverso di vincere: partendo con un salto fantastico, 113 metri in ottimo stile, uno dei migliori della sua carriera. Al termine dei salti era quarto, ad appena 10 secondi dal primo, niente per chi come lui è abituato a costruire i suo successi sciando. Ci ha messo poco più di un km a rimontare lo svantaggio dei 10 secondi.

     Il resto è stato vuoto dietro e cavalcata triofale, con tanto di tricolore alla fine. Se Alessandro abbia avuto un po' di vuoto  anche nella pancia non è dato di sapere. Se è accaduto l'ha nascosto bene. Ha vinto senza emozioni a intralciare come fanno i campioni consumati, con la testa, dimostrando di saper leggere ogni gara diversa con gli occhiali giusti. C'è tanta strada da fare e sarà il caso che gli italiani imparino bene le regole della combinata, perché ne vedranno delle belle da qui in avanti.

Elisa Chiari

Alessandro Pittin (foto Reuters/Robert Pratta).
Alessandro Pittin (foto Reuters/Robert Pratta).

     Mancavano poche settimane ai Giochi di Vancouver, per gli italiani la combinata nordica era fenomeno esotico, un terreno irrimediabilmente altrui, quasi impossibile da espugnare. In quei giorni andammo a trovare, a Cercivento, in Carnia, dove vive, un ragazzino di belle speranze che si raccontò così.



     I friulani sono tartarughe di terra, si portano le radici ovunque vadano nel mondo e se il terremoto rompe il guscio, lo ricostruiscono pezzo per pezzo, mettendo i numeri sui tasselli e segnando con una riga rosso mattone l’originale dal nuovo, perché nessuno perda memoria di quello che è stato. Una forma di correttezza, anche, un modo di chiamare il nuovo con il suo nome, perché nessuno possa dire che è taroccato. Per dirla con una parola difficile: un sentimento filologico nel rifare.


     Alessandro Pittin, combinatista nordico ai piedi delle Alpi, ha lo sguardo terso come il cielo della Carnia d’inverno e un legame stretto con il guscio. Perché se non fosse cresciuto a Cercivento, a due passi da dove un maestro ha ripristinato un piccolo trampolino quando lui aveva sette anni, mai gli sarebbe venuto in mente di saltare con gli sci. Se non fosse diventato grande lì, quattro case di pietra e tre orti, a 67 chilometri da Udine, una ventina dal confine con l’Austria, non avrebbe continuato a saltare, perché non avrebbe avuto vicino un trampolino grande, oltreconfine. Di trampolini in Italia ce ne sono due: uno a Predazzo in Val di Fiemme, l’altro a Pragelato, targato Torino 2006, ma costa troppo farlo funzionare.


     Alessandro non sarebbe diventato combinatista nordico se non avesse avuto un fratello grande che sciava a fondovalle e tanta neve attorno. «Da piçul al saltava su la nêf come i saùps», racconta sua nonna, «da piccolo saltava sulla neve come le cavallette e giocava con assi di legno improvvisando sci rudimentali». Ma non tutti i bambini con le cavallette nel cuore hanno la possibilità di lasciarle sfogare sulla neve così. La terra conta eccome, la terra è dentro.


     In una disciplina che abbina la resistenza dello sci di fondo al vuoto nella pancia del salto dal trampolino, però, bisogna un po’ rubare il mestiere altrove: alla tradizione dei nordici veri, scandinavi e finnici, e ancor di più a tedeschi e austriaci. Eppure Alessandro, che quando si accenderà la fiaccola di Vancouver 2010 avrà vent’anni da poche ore, doveva avere una traccia di destino scritta nei cerchi olimpici: «Sono stato a Torino 2006, strappando la qualificazione all’ultimo giorno. Ma a 16 anni appena compiuti non ero pronto: ero troppo frastornato per una cosa tanto più grande di me. Non ero ancora nemmeno junior. A Vancouver sarà diverso: ho fatto tanta esperienza in questi quattro anni». Un titolo mondiale juniores, due podi di Coppa del mondo in combinata, dopo 12 anni che non succedeva a un italiano.


     «Ma siamo una squadra giovane», racconta con la saggezza di chi deve mettersi i sassi in tasca per convincersi a tenere i piedi per terra, «so che dobbiamo ancora crescere, anche come gruppo, consapevoli che il tempo della maturità verrà soltanto per Soci 2014: lavoreremo duro».


     Intanto ci si allena: fondo, bicicletta, corsa per fare fiato, esercizi a secco e salti per dare ali al volo. Che cosa si prova dal trampolino? «Brivido soltanto ai primi salti, quando si passa da un trampolino piccolo a uno grande». Il percorso del saltatore in erba è un baratro graduale: «Da piccoli si comincia a secco, dall’atterraggio, per capire come si fa. Poi si va su per gradi: trampolini piccoli, poi sempre più alti».


     L’ultimo, quello olimpico, è una rampa di lancio di parecchi metri, per galleggiare in aria 130 metri e oltre: «Il mio record è 135. In volo si resta due o tre secondi ma sembrano di più ed è la cosa più bella, la sensazione del volo con gli sci da salto lunghi e leggeri con cui stallare usandoli come ali. La fase più difficile è la spinta: hai poche frazioni di secondo per decidere; l’arrivo, una volta capito come si fa, è la parte meno complicata, anche se si arriva giù a una discreta velocità». Sarà ma ci vorrebbe il consenso di ginocchia e caviglie, sono loro il carrello che ammortizza l’atterraggio. 


     «All’inizio mi sentivo più fondista, ora sto prendendo confidenza con il salto e il miglioramento dà gusto alle gare: meglio salti, prima parti con gli sci da fondo. Una buona prestazione dal trampolino è essenziale per non accumulare uno svantaggio impossibile da rimontare». Alessandro è leggero ma non filiforme come i saltatori puri: «La leggerezza aiuta, ma c’è chi ha rischiato la salute. Ora le nuove regole costringono i leggerissimi ad accorciare gli sci, così da togliere loro il vantaggio dell’eccessiva magrezza». Nemmeno nel vento le piume anoressiche hanno diritto a supplementi di volo: «Il sistema dei punteggi tiene conto del vento: se è a favore si toglie qualcosa, se è contro si aggiunge».


     Conta planare in bello stile lontano: con gli sci posizionati a "V" in volo e atterraggio in posizione telemark, quasi una genuflessione agli dèi della neve. Ma per vincere in combinata bisogna volare anche nel fondo. Servono energie. Per questo si può, almeno ogni tanto, far onore alla tavola di una nonna friulana che raccoglie ritagli di giornale come reliquie: ogni riga un briciolo di fama di cui andar fieri. Anche se Alessandro quando li vede si ritira timidamente nel guscio. È probabile che là dentro sogni. Ma è meglio non dirlo, prima che tutto evapori appena metti fuori la testa. 

Elisa Chiari


Ghiaccio e temperature polari a Cervinia (foto Ansa/Enrico Marcoz).
Ghiaccio e temperature polari a Cervinia (foto Ansa/Enrico Marcoz).

In aperura di 2012 ci sono state molte riflessioni-inchieste-previsioni giornalistiche su come andrà lo sport mondiale nell’anno: il tutto incentrato specialmente sui Giochi olimpici estivi che Londra ospiterà (terza volta, dopo il 1908 e il 1948: è un record) dal 27 luglio al 12 agosto. Qualcuno si è spinto anche alla preidentificazione dei protagonisti, con pronostici ad personam.


Lo sport è anche vita, e dunque preannunciarlo, pregustarlo è già frequentazione di vita. Quasi nessuno ha però saputo o voluto prevedere che saranno soprattutto i Giochi di una nuova vita, i Giochi di internet, per come la nuova divinità li esplorerà, li frugherà, li bloggherà, li tuittererà. li ruberà alla telemessa in onda diciamo ufficiale, li inquisirà, li arricchirà e inquinerà di scoperte e rivelazioni, trasformando migliaia di spettatori in reporter, in voyeurs anche per conto altrui, in esploratori, in spioni. Si anticipa ortodossamente, classicamente Londra come la solita rassegna di supervita sportiva. Forse anche per dimenticare che ci sono sport che stanno morendo, o che stanno paurosamente dimagrendo.

Ne citiamo due, uno invernale uno primaverile-estivo- autunnale, afflitti da due crisi di genesi diversissima, accomunati si si vuole dal fatto che i loro adepti in genere praticano anche l’altro sport, come complementare. Parliamo del ciclismo e dello sci (soprattutto di fondo, ma anche alpino, visto che è sempre questione di rinforzare le gambe). Il ciclismo d’inverno era insidiosi banchetti di premiazione, riflessioni al caminetto, prime pedalate al sole (la riviera ligure quando i soldi erano pochi, adesso i Caraibi o l’emisfero australe visto che i soldi sono pochissimi). Era comunque spazio sui giornali. Adesso bisognerà arrivare alla Milano-Saremo, porta della primavera secondo il vecchio calendario, per trovare titoli grossi o almeno grossini, attenzioni speciali, presentazioni degne dell’evento. 

Si gareggia già a gennaio sotto altri soli, quasi clandestinamente, a febbraio anche in Europa e in Italia, ma sono sempre e soltanto notiziole. Il doping dal quale il ciclismo almeno tenta di liberarsi, intanto che altri sport tentano di conoscerlo meglio e impunemente, sembra avere annichilito tutti ed intanto fornito un alibi perla trascuratezza. Sui giornali politici il ciclismo è ormai uno sport piccolissimo, sui fogli sportivi sta nelle ultime pagine. Parliamo pure di grossa perdita di un patrimonio di amore e attenzione popolare, di lavoro, fatica, umiltà, umanità. E pare che non ci sia rimedio, sono i tempi, è il progresso, quanto meno è il progredire (andando a motore).

Lo sci va sui giornali specialmente quando ci sono rinvii di gare per il maltempo (più venti che nevicate). Poche righe per la Coppa del Mondo che una volta aggregava milioni di bipedi davanti ai televisori. Do you remember Thoeni, Tomba, Compagnoni, Kostner? E anche Di Centa, Belmondo, Nones, De Zolt? Il fenomeno comunque non è soltanto italiano. Lo sci tradizionale, tutto e dovunque, è concorrenziato al suo stesso interno: quello alpino, discesa e slalom, da snowboard, freestyle e altre diavolerie acrobatiche. Quello nordico da stili di avanzata complicati, classico e non classico, tecnica fissa e tecnica libera.

     E tutto ma tutto lo sci è aggredito dalla carenza ormai cronica di neve: i ghiacciai retrocedono e gli iceberg si sciolgono, le nevi eterne diventano provvisorie, rischiano l’attualità allarmata François Villon antico poeta maledetto e George Brassens che lo ha messo in canzone: mais où sont les neiges d’antan?

     Si riscalda il pianeta, si ritraggono i nevai, è sempre primavera (fredda, ma senza la “bianca visitatrice”) nei posti di turismo montano. E le gare di sci interessano casomai come esibizione di sport estremo, non come proposta al tifoso di spettacolo al massimo livello di una attività che anche lui può fare. E’ un bel brutto problema, che dice del clima del mondo dal punto di vista della meteorologia ma anche degli spiriti, dei cervelli, dei cuori. Bisognerebbe parlarne a fondo, non fosse che ci sono altre cose peggiori che a fondo ci fanno andare.
Gian Paolo Ormezzano

Sci di fondo a Milano, davanti al Castello sforzesco (foto Ansa/Daniel Dal Zennaro).
Sci di fondo a Milano, davanti al Castello sforzesco (foto Ansa/Daniel Dal Zennaro).

C'entra la neve, che in montagna non arriva, ma di più il pubblico che non arriva più tanto alle montagne per assistere a una gara di sci di fondo. La tecnologia aiuta, consentendo ai cannoni di produrre in alta quota la materia bianca e soffice di cui la natura si mostra avara. Artificiale per artificiale, gli organizzatori della Coppa del mondo hanno osato quel che sembrava impossibile: portare, dopo le piste di ghiaccio natalizie, anche l'anello per lo sci di fondo in centro città.


     Ieri e oggi la Coppa del mondo di sci nordico è sbarcata al parco Sempione a Milano, non senza polemiche per l'antieconomicità e l'antiecologicità dell'iniziativa, resa possibile portando neve artificiale in camion dalla val Seriana. Per fortuna la temperatura è scesa anche in città:il sole ha portato gli spettatori, il freddo ha conservato la neve.

     Il pubblico ha risposto, facendo vincere la scommessa agli organizzatori della Race in the city, (si è parlato di oltre 10.000 persone, ma gli ottimisti dicono 20.000) già sbarcata in altre città d'Europa. E anche gli azzurri hanno risposto, con  la coppia Fulvio Scola – David Hofer terzi nella team sprint, in una stagione in cui il fondo italiano non brilla come in anni passati. 

Elisa Chiari

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