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I magici 80 anni di Silvan: «Ma i miracoli li faceva solo Gesù»

18/05/2017  In occasione del compleanno del celebre mago, riproponiamo l'intervista che ha concesso a Famiglia Cristiana due anni fa. «Ho lasciato a bocca aperta pure papa Luciani»

La voce flautata, gli abiti di un’eleganza impeccabile e  le mani che si muovono suadenti e ti ipnotizzano. Anche nella sua casa romana sul Gianicolo, Aldo Savoldello da Venezia è il Mago Silvan. «La postura, il modo di parlare, sono connaturati in me fin da bambino, quando volevo emulare Mandrake, l’eroe dei fumetti con la marsina e il cappello a cilindro». Silvan lo racconta nella sua autobiografia La magia della vita (Mondadori).

Ma non fu solo Mandrake ad accendere la fantasia del piccolo Aldo. «La Bibbia è piena di racconti di prodigi. A catechismo don Oreste ci parlava del bastone di Aronne che si tramuta in serpente, del roveto ardente che non si consuma. E io restavo soggiogato». I primi giochi di prestigio li imparò leggendo il Corriere dei Piccoli: «Ma li modificavo sempre, per renderli più mirabolanti». E il suo primo palcoscenico fu proprio l’oratorio, dove si esibiva col nome d’arte di Saghibù. «A 11 anni feci uno spettacolo di quattro ore e mezzo. Ricordo un numero. Dentro un cilindro, c’erano dei bigliettini su cui erano scritti dei nomi di città. Invitavo i preti presenti a prenderne uno e a poggiarlo sulla loro fronte. Poi scandivo: “C-a-t-a-n-z-a-r-o”». 

Non furono gli unici uomini di Chiesa a restare strabiliati dalla sua arte. Silvan mostra una foto di suo padre insieme a Giovanni Paolo I. «Papà era capo della Polizia lagunare, così conobbe papa Luciani, quando era patriarca di Venezia. Un giorno feci uno spettacolino pure per lui. Restò a bocca aperta quando gli diedi un libro, gli chiesi di leggere una parola a caso, e poi la indovinai. Per ringraziarmi, mi regalò il libro che aveva scritto lui, Illustrissimi». Giovanni XXIII, quando era anche lui patriarca di Venezia, restò ammirato dai suoi esercizi di manipolazione. Con Angelo Sodano, allora segretario di Stato di Giovanni Paolo II, Silvan ripeté un numero che aveva già eseguito con il presidente americano Ronald Reagan: indovinare quanti soldi avevano entrambi in tasca. Mentre al cardinale Gianfranco Ravasi disse: «Monsignore, scrivo qualcosa sopra questo bigliettino. Per cortesia, ora pensi al nome di una donna. Prego: può dirmelo? “La mamma”. Ora prenda il foglietto e legga cosa c’è scritto. E lui: “No, non posso crederci…”».

Silvan è socio emerito del Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale. «Se avessi voluto approfittare della mia abilità, avrei fatto soldi a palate. Una volta mi offrirono 100 milioni di lire solo per poter mettere il mio nome su una medaglietta portafortuna. Rifiutai, perché sono un prestigiatore, non un imbroglione. Il paranormale non esiste. I vari medium, cartomanti, guaritori sono solo dei ciarlatani e smascherarli è semplice perché quasi sempre usano trucchi molto banali. Spesso mi sono sentito chiedere: “Silvan, ma lei non riesce a trasformare l’acqua in vino?”. Quello è un miracolo e solo Gesù riusciva a farli». 

Però, poco dopo, aggiunge: «Ci sono degli studi che dimostrano che, in determinate circostanze, l’uomo riesce a trasmettere il suo pensiero. Ora glielo dimostro». Silvan prende delle carte che raffigurano «dei simboli Esp, usate per le percezioni extrasensoriali. Ne scelga una, la posi sul palmo della mano e la copra con l’altra». Fatto. Silvan inizia a fissarmi. «Ora pensi alla carta, lei è una persona razionale, forse sta pensando a un cerchio... No, non sta pensando bene, cerchi di visualizzare il disegno del simbolo nella sua mente. Ecco, ci siamo, è una stella!». Poi aggiunge con nonchalance: «Inoltre, in questo momento le brucia un po’ lo stomaco e ha una cicatrice alla gamba sinistra». Ovviamente, in entrambi i casi, è così. «Le ho letto nel pensiero. Qui non c’è trucco». 

Mi permetto di dubitare e Silvan si sente punto nell’orgoglio. «Se non lo dimostra, non può affermare che si tratti di un trucco. Solo io, in quanto persona onesta e socio del Cicap, posso dire di essere un illusionista che si avvale del trucco. Ma per lei, io sono un mago che ha appena eseguito un prodigio».
E come ogni vero mago, non rivela a nessuno i suoi trucchi, nemmeno alla moglie Irene. «Del resto, lei non me l’ha mai chiesto. Le rare volte in cui l’ho fatto, ci è rimasta male perché ha pensato: “Come ho fatto a non capirlo?”. È la reazione che avrebbe chiunque. Per questo preferisce che il suo stupore resti integro quando assiste a una mia esibizione». L’unica eccezione la fa con il figlio Stefano. «Avrei voluto che seguisse le mie orme, però non possiede la mia facilità nel salire su un palcoscenico. Così preferisce stare dietro le quinte, come regista dei miei spettacoli». 


Silvan con la moglie, i figli e i nipoti
Silvan con la moglie, i figli e i nipoti

C’è ancora tempo per tre domande. Le è mai successo di non riuscire a eseguire un gioco di prestigio? «Molte volte. Ma il pubblico non se ne è mai accorto, perché un bravo prestigiatore non deve mai rivelare in anticipo l’effetto finale che vuole ottenere. Io non dirò mai: ora taglierò questa donna in otto pezzi e poi cercherò di ricomporla come sto facendo adesso nei miei spettacoli, perché se qualcosa dovesse andare storto potrò sempre porre rimedio». Il rapporto con il successo: «Mi fa piacere firmare autografi ma a volte, quando per esempio vado al cinema con i miei nipotini, mi camuffo: occhiali, cappello e baffi. Lo faccio per tutelare la mia privacy e per i miei nipotini che hanno diritto a stare con il loro nonno, non con Silvan». 
C’è una magia che non riesce a compiere? «Diventare invisibile. Ma ci sto lavorando. Perché nulla è impossibile per un mago».

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