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mercoledì 15 luglio 2020
 
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Silvia Romano e la sindrome di Stoccolma: ecco cos'è e perché è prematuro parlarne

11/05/2020  La giovane avrà bisogno di tempo per elaborare il terribile trauma. (di Alberto Pellai)

Un rapitore e un rapito. Un carnefice e una potenziale vittima. Chi ti può togliere la libertà e la vita per sempre e tu che dipendi da ciò che quella persona deciderà di te. Nasce all’interno di questa relazione di sottomissione ciò che oggi viene raccontato da tutti i media in relazione alla liberazione di Silvia Romano. Si chiama sindrome di Stoccolma e si verifica all’interno di una relazione tra due persone di cui una ha in mano il potere di decidere della tua sorte e l’altra vive sottomessa e in balia delle decisioni che quella persona prenderà. Sono condizioni di traumatizzazione estrema, in cui il nostro funzionamento mentale va in black out e fa “saltare per aria” tutte le categorie normalmente utilizzate all’interno del principio di realtà. L’impatto che gli eventi traumatici hanno sulla nostra mente è sempre disorganizzante e rende impossibile mantenere integrata la parte del cervello che sente e vive la dimensione emotiva di un evento, con la parte del cervello che pensa e che costruisce i significati – e quindi dà senso – a ciò che accade.

Tutto può mescolarsi e tutto può confondersi, non permettendo al soggetto che vive un’esperienza estrema di integrarla ed elaborarla in modo adeguato e funzionale. Per tutti noi, appare impossibile immaginare che ci si innamori o si provi una forte attrazione o si aderisca agli ideali di chi ti prende come una cosa di sua proprietà, ti toglie ogni libertà e ti fa sperimentare ogni giorno un potere che ti lascia in balia di tutto. Ma nella sindrome di Stoccolma è come se tu – decidendo di “attaccarti” a quella persona da cui dipende la tua sorte – trovi inconsciamente il modo migliore per garantirti la sopravvivenza. Il nostro cervello ha al proprio interno sofisticati meccanismi che scattano in automatico con l’obiettivo di permetterci di sopravvivere. Questo rimane sempre e comunque il suo primo fine. Se davanti a te c’è un predatore che ti vuole fare fuori, potrai provare a fuggire, oppure congelarti e rimanere immobilizzato. Potrai addirittura crollare a terra svenuto, apparendo morto, così che il predatore, vendendoti in resa totale, se non ha fame, ti lasci lì e passi oltre. Nella sindrome di Stoccolma il cervello fa un’operazione simile: più si allunga una prigionia, più impari, senza volerlo e senza saperlo, che forse ti salverai non perché la polizia ti verrà a salvare, ma perché chi ti ha rapito ti terrà con sé per sempre. Non potendo fuggire, il rapito, giorno dopo giorno, sente un “attaccamento” sempre più forte verso il suo rapitore. Lo trasforma nella propria figura di protezione e sicurezza. Crede fermamente che sarà da lui, e non dalle forze dell’ordine, che deriverà la propria salvezza. E si convince, nell’inconsapevolezza e nel caos cognitivo prodotto dal trauma, che forse è meglio voler bene al proprio rapitore, anziché volergli male. Ne nasce una dipendenza e una sottomissione che fanno perdere lucidità e soprattutto confondono le categorie di pensiero.

Non si sa più se chi ti ha rapito è buono o cattivo, amabile o detestabile, adeguato o malvagio. Alla fine si preferisce vederlo (e crederlo) con tutti gli attributi positivi: ovvero amabile, buono, adeguato. E’ quello che è successo alle persone che erano state rapite nel corso di una rapina effettuata a Stoccolma da Jan-Erik Olsson che nel 1973 tenne in ostaggio sei vittime. Le quali, giorno dopo giorno, essendo accudite da lui, cominciarono a temere molto di più l’intervento salvifico della polizia rispetto all’azione criminale del loro rapitore, con il quale solidarizzarono ed empatizzarono, in una sorta di invischiamento emotivo che necessitò di molto lavoro psicologico seguente i fatti traumatici, facendo però sentire i protagonisti confusi e a disagio per molto tempo. Successo la medesima cosa alla ricca ereditiera Patricia Hearst che, rapita nel 1974 dall'Esercito di Liberazione Simbionese, si coinvolse poi con i suoi rapitori in una serie di rapine che la portarono anche all’incarcerazione.

Vedere Silvia Romano scendere dall’aereo che l’ha portata in Italia vestita secondo la tradizione islamica, sapere che lei stessa ha dichiarato di aver cambiato nome e deciso di convertirsi alla religione dei suoi rapitori ha fatto pensare a molte persone ad una Sindrome di Stoccolma anche nel suo caso. Nessuno di noi può dirlo e anche Silvia, probabilmente, avrà bisogno di molto tempo per elaborare il tremendo trauma vissuto e per costruire dentro di sé in modo definitivo quelle certezze che ora ha affermato come verità che le appartengono, non appena rientrata nella sua nazione. Dovrà certamente mettere insieme ciò che era prima del rapimento, ciò che è stata durante, ciò che sarà per il resto della sua vita. È un compito complesso che in questo momento non permette né a lei né a noi di parlare di “sindrome di Stoccolma”. Per “riprendere pieno controllo di sé e del proprio funzionamento mentale dopo un trauma occorre fare molto lavoro di stabilizzazione e di integrazione emotivo-cognitiva. Silvia ci ha detto, appena liberata: “Sono stata forte”. Nel vederla tornare a casa, il suo sguardo ci ha fatto toccare con mano che quella forza in lei c’è e sovrabbonda. Silvia saprà farne buon uso per raccontare prima di tutto a se stessa e poi al resto del mondo, come la vicenda del suo rapimento l’ha trasformata. Dentro e fuori

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