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mercoledì 08 dicembre 2021
 
Scuola e regole
 

Il prof: "Ecco perché ho chiesto ai miei studenti di firmare un contratto di corresponsabilità"

20/09/2018  Simone Ariot, insegnante di italiano e storia al liceo Fogazzaro di Vicenza, ha chiesto a una classe terza di discutere e sottoscrivere un contratto con le regole da rispettare: "Nella scuola italiana i ragazzi sono trattati da bambini, ma così non si cresce mai. Firmare invece è una responsabilità"

Il prof un po’ si schermisce, un po’ si stupisce del fatto che il suo “contratto” stipulato con gli studenti della terza liceo scientifico dell’istituto Fogazzaro di Vicenza abbia fatto tanto clamore: «Credo che sia giusto che io dica», spiega Simone Ariot, titolare della cattedra di Italiano e storia, «che tutto è nato, in pochi minuti, il giorno prima dell’inizio della scuola e che è stata una delle millanta strategie che ogni insegnante tutti i giorni mette in campo per instaurare un rapporto con una classe nuova».

Il fatto è che il prof si è “inventato” un contratto con i ragazzi e nella forma c’è l’aspetto interessante della questione: «Si tratta di un contratto metaforico, ovviamente, ma l’ho scritto, discusso con i ragazzi e poi fatto firmare loro in duplice copia, con l’intento di simulare, anche se non ha valore giuridico, un contratto da adulti, tra adulti. Si trattava per me di entrare una classe nata dall’unione di altre classi e quindi di confrontarmi con un gruppo da amalgamare. Le regole contenute nel contratto sono regole normali che ogni scuola ha nel regolamento di istituto e che di solito un insegnante finisce per enunciare in momenti diversi dell’anno a voce. L’idea diversa è stata di unire queste regole e di presentarle per iscritto come un contratto in un unico momento approfondendole».

Ha fatto notizia la regola relativa all’abbigliamento, quell’invito al rispetto dei ruoli e dei luoghi che al punto 10 chiede di evitare in classe pantaloni troppo stracciati o corti: «I ragazzi nell’immediato mi hanno chiesto soprattutto di quello, perché si sono sentiti colti in qualche modo in flagranza: su 13 maschi in classe più di due terzi erano in calzoni corti. Ma per me quello era il punto – per altro l’unico direttamente regolativo – meno importante: mi interessava far capire che è una forma di rispetto e che ciò che è adatto al tempo libero e alla spiaggia, non è altrettanto indicato a scuola o in un posto di lavoro. Oggi, in quella stessa classe, quando ho visto un ragazzo in pantaloni corti, mi sono avvicinato con molta calma e gli ho ricordato del contratto. Sono così abituati ad andare ovunque vestiti così che si dimenticano, devono ancora introiettare un concetto che per chi andava a scuola vent’anni fa era scontato».

È chiaro, però, che non sono i calzoni corti l’elemento decisivo, ma il rapporto con le regole a scuola e nella vita, l’esercizio della responsabilità che poi è lo scopo di ogni vera educazione: «Ho voluto ricordare che mandare in giro una foto senza autorizzazione può essere un atto grave, che il cyberbullismo può avere conseguenze civili e penali. Viviamo in un tempo storico in cui i genitori sono molto permissivi con i figli, ma l’esperienza mi ha insegnato che i ragazzi, anche se non esplicitamente, chiedono delle regole, perché ne hanno bisogno, anche se non basta più calarle dall’alto come si faceva una volta: oggi funziona l’autorevolezza, l’autoritarismo non attacca».

Come hanno reagito i ragazzi al “contratto”, che sembra ispirato al pensiero di Mario Lodi? «Mi è sembrato che si siano sentiti considerati e responsabilizzati perché destinatari di una cosa scritta e pensata per loro e che li chiamava direttamente in causa, chiedendo loro di assumersi la responsabilità di sottoscrivere. Non è una cosa scontata come sembra, nella scuola italiana i ragazzi, anche alle soglie dei 18 anni, sono trattati come bambini: spesso chi rientra, dopo aver fatto il quarto anno all’estero, ha un momento di depressione perché passa di colpo da un sistema che li tratta da adulti come quello anglosassone a uno, come il nostro, che li tratta da piccoli, con bisogno di sorveglianza, fino in quinta liceo, per poi lasciarli improvvisamente adulti e liberi di andare all’università magari in Australia. Una follia, perché senza un’assunzione graduale di responsabilità non si cresce. Mario Lodi e don Milani, in effetti, mi appartengono come sensibilità educativa, ma non ho pensato direttamente a loro scrivendo il contratto, ho fatto riferimento alla mia ormai lunga esperienza in classe».

 
 
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