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sabato 25 settembre 2021
 
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Simone Biles, che sente il "peso del mondo" sulle sue spalle

28/07/2021  Difficile affrontare le Olimpiadi con tali aspettative di trionfi. Nella prospettiva della competizione, la resa della ginnasta è un’amara sconfitta. Nella prospettiva della vita potrebbe invece essere una straordinaria vittoria. Perché lo sport oltre a insegnarti a vincere, ti insegna anche a perdere

Simone Biles è arrivata a queste Olimpiadi con tutto “il peso del mondo sulle spalle”. Lo ha scritto lei alcuni giorni fa prima di cominciare le gare. E quel peso l’ha schiacciata: dopo alcune prestazioni in gara deludenti, l’atleta ha annunciato il suo ritiro da questi Giochi Olimpici. Arrivare a competere alle Olimpiadi è il sogno di ogni atleta. Ma la Biles  - a Tokyo – non era lì semplicemente per competere: l’aspettativa su di lei è che dovesse vincere tutto. Lei era “il golden standard” con cui si sarebbero confrontate tutte le altre. Del resto era successa la stessa cosa nei precedenti Giochi Olimpici: era scesa in pedana e aveva vinto praticamente tutto quello che c’era da vincere. Chiaro che l’aspettativa su di lei fosse altissima. Ed è probabile che in questi anni lei stessa si sia preparata con un unico obiettivo, che si è trasformato in imperativo categorico: vincere di nuovo. Vincere tutto.  E invece…

E invece la mente può costruire trappole dentro di noi che ci tengono in ostaggio. Come Simone stessa ha ammesso: a volte  “ci sono demoni nella testa” che dentro di noi fanno un gioco “sporco”, remano in direzione opposta a quella in cui dovremmo andare. Lo sanno gli atleti, ma lo sanno anche i nostri figli quando vengono assaliti da ansie invalidanti di fronte ad ostacoli che temono di non riuscire a superare. “Avevo studiato tutto e bene, ma poi di fronte alla domanda del professore non sono riuscito a spiaccicare parola”. Questa frase oggi è molto frequente. Sia tra gli studenti delle scuole superiori che tra quelli universitari. Sono lì, pronti per affrontare una sfida per la quale si sono  preparati a dovere, ma poi qualcosa dentro di loro fa un potente lavoro di auto-sabotaggio, bloccandoli nel momento in cui dovrebbero invece essere pronti allo scatto.

Ne parlo a lungo anche nel mio libro Accendere il buio, dominare il vulcano (Mondadori ed.) in cui un’intera sezione è dedicata alla paura e all’ansia. La psicologia ha coniato il termine “ansia da prestazione”, per indicare qualcosa che in origine dovrebbe rappresentare una risorsa che la nostra mente ci mette a disposizione prima di una grande prova. Si tratta di uno stato di tensione, funzionale ad affrontare l’ostacolo con maggiore concentrazione ed energia. È come quando l’arciere deve scoccare la sua freccia.È fondamentale che la corda del suo arco raggiunga lo stato di tensione perfetto per far sì che il lancio avvenga nel migliore dei modi. Direzionata bene, l’ansia da prestazione ci aiuta a convogliare tutte le nostre energie e ci permette di far centro. Ma a volte diventa troppa ed esonda, travolgendo tutto. E lì, allora cominciano i problemi. Le persone che affogano dentro l’ansia da prestazione, non arrivando agli obiettivi che si sono prefissi, spesso ammettono di sentire su di sé aspettative così alte da temere che la loro prova non sarà mai in grado di soddisfarle. Perciò si bloccano.

È interessante notare che l’ansia da prestazione colpisce molto più spesso i “primi della classe”, ovvero quelli che non sono mai abituati ad arrivare secondi. È come se nella loro vita avessero imparato che non si può sbagliare. Così l’errore viene immaginato come una “sciagura” in grado di compromettere non la singola prova, ma tutta l’identità. Ovvero quando il campione sbaglia, non riesce a pensare “ho fatto uno sbaglio”, ma pensa “sono diventato sbagliato”. E lì tutto rischia di frantumarsi.

Arrivare alle Olimpiadi sapendo che l’unica cosa che il mondo si aspetta da te è vincere l’oro significa davvero, nella prospettiva di una giovane atleta, “avere tutto il peso del mondo sulle spalle”. Ma la tua mente, da quel peso, invece di sentirsi attratta e stimolata, potrebbe invece sentirsene sopraffatta e angosciata. E a quel punto “obbligarti ad uno stop”. Cosa che la Biles ha fatto. Il suo ritiro è un gesto di resa oppure un gesto di coraggio?

Nella prospettiva della competizione, la resa della Biles è un’amara sconfitta. Nella prospettiva della vita potrebbe invece essere una straordinaria vittoria. Perché lo sport oltre a insegnarti a vincere, ti insegna anche a perdere. Nello stimolarti a dare il massimo di te, ti mette costantemente a confronto anche con il tuo limite. Che a volte è superabile, a volte no. Federica Pellegrini, nella sua lunga carriera, ha attraversato momento simili a quello della Biles. Eppure questa notte ha disputato la sua quinta finale olimpica, unica donna nella storia delle Olimpiadi ad esserci riuscita. Nella sua lunga carriera ha imparato sia a vincere che a perdere. Forse il percorso di Federica può ispirare, in questo momento, quello della Biles. Glielo auguriamo di cuore. 

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