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venerdì 10 aprile 2020
 
SIRIA
 

Pasqua ad Aleppo, spiragli di speranza nel nome di don Bosco

23/03/2018  Durante il conflitto, l'oratorio salesiano è sempre stato un punto di riferimento per i ragazzi e le famiglie che lo frequentano. «All'inizio della guerra, nel 2012, siamo stati costretti a chiuderlo per sei mesi. Quando abbiamo capito che i ragazzi sarebbero impazziti, abbiamo riaperto», dice don Pier Jabloyan. E oggi...

Don Pier Jabloyan, terzo in piedi da sinistra. Tutte le foto tranne quella di copertina (che è dell'agenzia Reuters) sono tratte dai profili Facebook di don Jabloyan e dei Salesiani di Aleppo.
Don Pier Jabloyan, terzo in piedi da sinistra. Tutte le foto tranne quella di copertina (che è dell'agenzia Reuters) sono tratte dai profili Facebook di don Jabloyan e dei Salesiani di Aleppo.

Non c'è pace per la Siria. Dopo quasi sette anni di conflitto (uno tra i più crudeli e sanguinosi del nostre tempo) il Paese continua a essere ostaggio della violenza e delle armi. Si combatte ad Afrin, nel Nord-Ovest, dove le milizie curde cedono sotto l'offensiva congiunta della Turchia e dei ribelli dell'Esercito Libero Siriano. Secondo l'agenzia France Press, oltre 150.000 civili hanno abbandonato la città per sfuggire agli scontri. Si combatte nell'area della Ghouta orientale (nei pressi di Damasco), dove la tregua umanitaria stabilita dalle Nazioni Unite nelle scorse settimane si è rivelata un tragico fallimento. Circa 1.200 i morti e, quanto agli sfollati, fonti Onu parlano di almeno 16.000 persone. Focolai di guerra si riaccendono anche in altre aree del Paese. Sangue e ancora sangue. La popolazione è allo stremo. «Non si può combattere il male con altro male. E la guerra è male. Cessi subito la violenza, sia dato accesso ad aiuti umanitari, cibo e medicine» ha detto papa Francesco, in un recente, accorato appello.   

 

Eppure, anche nella catastrofe, c'è chi non si stanca di seminare la speranza. E' il caso dell'oratorio don Bosco di Aleppo, che in questi anni ha continuato a essere un punto di riferimento per i ragazzi e le famiglie che lo frequentano. Lo gestisce padre Pier Jabloyan, sacerdote salesiano, insieme a tre confratelli e tantissimi volontari. «All'inizio della guerra, nel 2012, siamo stati costretti a chiudere l'oratorio per sei mesi, perché nessuno sapeva che cosa sarebbe successo. Ma quando ci siamo resi conto che il conflitto sarebbe durato a lungo, abbiamo deciso di riaprire. Non c'era altra strada: dovevamo farlo. Restando chiusi nelle loro case, i ragazzi sarebbero impazziti. Abbiamo cercato di offrire loro qualche spazio di normalità, mentre intorno di normale non era rimasto più nulla». Così, ecco il catechismo, il doposcuola, l'estate ragazzi, i giochi in cortile e perfino i campi estivi: veri miracoli.

 

Quando si parla del conflitto siriano, di solito lo si definisce “guerra civile”, espressione che tuttora a padre Pier suona strana, al limite dell'assurdo. «Ho trascorso la mia giovinezza con ragazzi di diverse religioni ed etnie: sunniti, sciiti, drusi, alawiti, curdi, armeni. Siamo cresciuti insieme, abbiamo condiviso moltissimo. In quegli anni era normale». Poi però è iniziato l'abisso, «perché quando si entra nella spirale della violenza, tutto viene stravolto». 

Dopo sette anni di conflitto, Aleppo è prostrata. Molte industrie e officine, cuore dell'economia locale, sono ridotte a ruderi. E migliaia di famiglie sono state costrette a fuggire. Prima della guerra abitavano in città 150.000 cristiani. Ora ne restano circa 30.000. Il futuro è un'incognita per tutti, soprattutto per i giovani (molti di loro ancora non sanno per quanto tempo dovranno prestare servizio sotto le armi). Ma, nonostante tutto, si lavora per ricostruire una normalità. «Le condizioni di vita stanno lentamente migliorando» racconta ancora padre Jabolyan «nelle case è tornata l'acqua e l'elettricità arriva per 3-6 ore al giorno».

 

L'oratorio don Bosco continua a essere, per tutti, un punto di riferimento. Una tra le sue tante sfide è quella del doposcuola, rivolto a circa 70 ragazzi e organizzato coinvolgendo una decina di studenti universitari: «Ci sono enormi bisogni educativi. Molte scuole sono state distrutte o trasformate in luoghi di accoglienza per sfollati e oggi in una sola classe possono esserci anche 45 alunni». Un impegno ancora più sorprendente, se si considera che il servizio non è stato mai interrotto, neppure nei momenti più feroci, quando l'intera città era ostaggio degli scontri a fuoco. «Se uno in casa non ha acqua, né elettricità e fatica a sfamarsi, è difficile dirgli “mettiti a studiare”. Ma don Bosco ci insegna che istruzione significa futuro. Per questo abbiamo resistito, offrendo ai ragazzi quello che avevamo: i nostri spazi, la merenda, l'impegno dei nostri giovani».

La violenza lascia sempre segni indelebili. Continuamente il pensiero ritorna alle tantissime vittime spazzate via dalla guerra. «Vittime come Jack Salloum, 12 anni, ucciso da un colpo di mortaio, mentre aspettava il bus che lo avrebbe portato all'oratorio» ricorda il salesiano. E sui sopravvissuti pesano tante ferite, quelle visibili, ma più ancora quelle invisibili: «In tutti la guerra ha creato problemi psicologici. La soglia della sensibilità si è molto alzata: la notizia di uno o due morti rischia di non fare più effetto. Spesso i ragazzi si esprimono con durezza e talvolta una partita di calcio può diventare il pretesto per far esplodere l'aggressività. Anche su questo cerchiamo di accompagnarli e aiutarli a ricordare che loro sono migliori di ciò che hanno intorno, come tante volte ci hanno dimostrato».

Una testimonianza significativa, anche in questo senso, è la pagina Facebook “Don Bosco Aleppo”, che illustra le tante attività dell'oratorio. Lì non si trovano immagini di gente disperata, edifici abbattuti, cumuli di macerie. Si vedono invece foto di bambini e ragazzi sorridenti, momenti di preghiera, feste liturgiche, musica e spettacoli teatrali. Si fa quasi fatica a credere che arrivino da un Paese in guerra «ma questo è il nostro stile: puntare sulla bellezza e sull'incontro» spiega padre Pier.

 

E a volte accadono incontri inimmaginabili, «come quella volta in cui organizzammo un campo estivo per 180 ragazzi, sulle alture di Kafroun. L'organizzazione era complicatissima, pensai che era una pazzia, ma che valeva la pena tentare, pur di offrire ai nostri giovani qualche momento di serenità. Molti di loro non avevano mai lasciato Aleppo ed erano cresciuti sentendo, come unico sottofondo, i colpi dell'artiglieria. Il campo andò benissimo e al ritorno un papà mi disse: “Volevamo abbandonare la città, ma quando abbiamo visto i nostri figli contenti abbiamo deciso di restare”».  

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