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domenica 24 ottobre 2021
 
Siamo già a sei anni di guerra
 

Siria, nessuno farebbe crescere i figli in un posto simile

23/01/2016  Il 2016 si è aperto con le immagini di Madaya, città a nord di Damasco, circondata dall’esercito governativo e dai libanesi di Hezbollah, e dei suoi abitanti costretti a mangiare erba e insetti, gatti e topi. L’Onu dice da tempo di non essere più in grado di contare i cadaveri. Città arroccate, olio bollente lanciato dalle torri, bambini e famiglie malnutriti, corpi flagellati dalle malattie. Le organizzazioni umanitarie: cessate il fuoco e fine immediata degli assedi.

Sarà studiato sui libri di storia come un conflitto durato più a lungo della Prima guerra mondiale. Mentre i colloqui di pace non sembrano decollare, la guerra in Siria entrerà a marzo nel suo sesto anno. «Basta», dice l’appello che 120 organizzazioni umanitarie e agenzie umanitarie delle Nazioni Unite (Caritas Internationalis, Oxfam, Unicef) hanno diffuso ieri, rivolgendosi a governi e cittadini di tutto il mondo. Sembra la fotocopia di un appello analogo lanciato tre anni fa. Però, alle porte del sesto anno di guerra, le sofferenze si acuiscono. L’Onu dice da tempo di non essere più in grado di contare i cadaveri, mentre per l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ong che ha sede a Londra, sono morte solo nel 2015 più di 55mila persone, tra cui 2500 bambini, che porterebbero il bilancio delle vittime a 260mila dall’inizio del conflitto.

Gli ultimi di cui si ha notizia sono 30 civili, tra cui diversi minori, uccisi ieri dai raid russi compiuti nella provincia orientale di Deir Ezzor. Intanto, varie fonti danno per imminente il rinvio dei colloqui di pace tra il governo di Damasco e l’opposizione. Fissati per il 25 gennaio, sono il primo passo del piano approvato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu il 18 dicembre per mettere fine al conflitto siriano attraverso la nomina di un governo di transizione entro sei mesi ed elezioni entro diciotto. Il futuro dell’attuale presidente Bashar Al Assad e chi coinvolgere tra le diverse fazioni rivali che gli si oppongono sono i (principali) nodi del contendere. A causa della guerra 4.600.000 profughi hanno lasciato la Siria (la maggior parte sono in Libano, Turchia, Giordania, Egitto, Iraq, non in Europa), mentre 12 milioni di sfollati sono scappati dalla propria casa, rifugiandosi in altre zone del paese. Una tenda malandata, qualche vestito steso ad asciugare. Intorno fango e gelo, presto arriverà anche la neve. Questa è un’immagine simbolo del campo di Bab al-Salam, nel nord della Siria, dove le infrastrutture sono quasi inesistenti e le condizioni igieniche disastrose.

Chi vorrebbe far crescere i propri figli in un posto simile? Solo una minaccia ancora peggiore - morire sotto le bombe o vivere sotto una banda di fanatici criminali - può spingere una famiglia ad accettare simili condizioni. Dal giugno 2014 Andrea Riccardi e la Comunità di Sant’Egidio rilanciano l’appello per la città di Aleppo, la più popolosa città della Siria, divisa tra quartieri in mano alle diverse milizie e sottoposta al ricatto dell’acqua. Per l’Unicef, 13 milioni e mezzo di persone all’interno della Siria hanno bisogno di assistenza umanitaria. Aggiunge il portavoce Andrea Iacomini: «Vent’anni fa, cessava a Sarajevo uno dei più lunghi assedi della storia. Non è finito, ha semplicemente cambiato nome: Madaya, Aleppo, Yarmouk, Foah, Deir Ezzor, Kefraya. Assedio nell’immaginario collettivo fa pensare a qualcosa di medievale. Città arroccate, olio bollente lanciato dalle torri, lance, frecce e spade. L’assedio contemporaneo di queste città sono mesi senza cibo e quasi senza acqua, bambini con le loro famiglie malnutriti, affamati, con i corpi flagellati dalle malattie, ridotti a cibarsi di carcasse di animali, cani e gatti, oppure foglie».

I siriani sotto assedio muoiono di fame. Il 2016 si è aperto con le immagini degli abitanti di Madaya, città a nord di Damasco circondata dall’esercito governativo e dai libanesi di Hezbollah, costretti a mangiare erba e insetti. In quei giorni, per Medici senza frontiere, almeno 28 persone sono morte di fame, mentre 42mila civili non hanno di che sopravvivere. Il 9 gennaio, finalmente, un accordo tra le fazioni di guerra ha permesso alle agenzie umanitarie di consegnare scorte di viveri a Madaya e in altre due città della provincia di Idlib (Foah e Kefraya), dove i ribelli, tra cui il Fronte al Nusra legato ad al Qaeda, impedivano a 12.500 persone di ricevere aiuti alimentari. «Ali, un ragazzo di 16 anni gravemente malnutrito, è morto nel centro medico di Madaya di fronte ai nostri occhi», hanno raccontato gli operatori entrati con l’Unicef.

Per le Nazioni Unite ci sono altre 14 “Madaya” sparse in tutta la Siria, con 400mila siriani assediati. Il 26 dicembre, le forze lealiste di Assad hanno chiuso l’ultima strada di accesso a Moadamiyah, città a sud di Damasco in mano ai ribelli, che già nel 2013 era stata assediata per un anno con la morte di sedici persone per fame e mancanza di medicine. La morte per inedia si è ripetuta: il 10 gennaio scorso è spirato un bambino di otto mesi, mentre tra posti di blocco e malnutrizione la popolazione vive distrutta e terrorizzata. Sempre a dicembre, il governo di Damasco e i suoi alleati hanno messo sotto assedio più di 181mila persone alla periferia di Damasco e a Zabadani, verso il confine libanese, mentre l’Isis prova a prendere i 200mila abitanti di Deir Ezzor con la fame. L’appello lanciato il 21 gennaio ha richieste molto concrete per rispondere alle sofferenze della popolazione civile.

Le 120 organizzazioni chiedono: il libero accesso in Siria a tutte le realtà umanitarie che portano aiuti immediati a chi ne ha bisogno; tregue umanitarie e incondizionate, un cessate il fuoco monitorato per consentire di portare cibo e assistenza ai civili, vaccinazioni e altre campagne sanitarie e di riportare a scuola i bambini; la fine degli attacchi alle infrastrutture civili; libertà di circolazione per tutti i civili e revoca immediata di tutti gli assedi messi in atto da tutte le parti. E, soprattutto, di agire subito.

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