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giovedì 24 giugno 2021
 
 

Dossier Siria - Fermiamo Assad!

14/11/2011  Anche la Lega Araba ha "scomunicato" il dittatore. Le stragi nel silenzio dell'Occidente. Le proteste dei dissidenti all'estero e l'attività delle spie di regime.

Re Abdullah di Giordania.
Re Abdullah di Giordania.

Molti fanno finta di niente ma la realtà è questa: persino la Lega Araba, organizzazione che non ha mai brillato per coraggio né per inventiva, ha preso le distanze dalla Siria e dal regime di Assad in modo più deciso dell'Occidente. La Siria, infatti, è stata "sospesa" dall'organizzazione fino a quando non avrà cominciato ad applicare il piano di pace concepito dalla stessa Lega e presentato il 2 novembre. Piano che prevede la fine delle violenze, il ritiro delle truppe governative dalle città, il rilascio delle oltre 40 mila persone arrestate da marzo a oggi, l'apertura delle frontiere ai media stranieri e a un gruppo di osservatori della Lega Araba.

     A voler essere maligni, anzi, c'è un tocco perverso di Occidente anche in questa decisione. L'unico Paese della lega che ha votato contro è lo Yemen, regime tenuto ormai artificialmente in vita dall'appoggio degli Usa. E ad astenersi sono stati solo il Libano (la pesante influenza di Hezbollah, alleato storico della Siria, si è fatta sentire) e l'Iraq, liberato proprio dagli anglo-americani.

     La decisione della Lega Araba ha innescato una serie di ripercussioni. Da un lato ha liberato energie prima ancora timide: il re Abdullah di Giordania ha chiesto le dimissioni di Assad e la Turchia, sempre più schierata con i dissidenti siriani, si è detta intenzionata a usare una mano più pesante con il regime di Damasco. Dall'altro, ha isolato la Russia. Per il Cremlino, che da tempo tenta di recuperare un ruolo in Medio Oriente, Assad è un alleato prezioso. Ma il sostegno al dittatore è ormnai ristretto a pochissimi Paesi, visto che anche la Cina ora auspica l'applicazione del piano della Lega Araba.

Fulvio Scaglione

Una manifestazione di dissidenti siriani a Parigi.
Una manifestazione di dissidenti siriani a Parigi.

5.000 morti, 45.000 persone arrestate e finite nelle carceri siriane dove la tortura é moneta corrente. La coscienza del leader Al Assad dovrebbe essere satura, ma a quanto pare, c'è spazio per ulteriori barbarie da infliggere al proprio popolo, visto che, nelle ultime settimane, le milizie governative hanno preso di mira anche gli ospedali, procedendo di corsia in corsia per terminare il massacro cominciato in strada.

     A Parigi é stato eletto il Presidente del CNT (Consiglio Nazionale di Transizione) siriano, si tratta del professor Burhan Ghalioun, docente di Scienze Politiche alla prestigiosa università della Sorbona. I fuoriusciti dalla Siria sono particolarmente attivi nella capitale francese. Il Consiglio é già stato riconosciuto ufficialmente dal CNT libico, ed ora ci si aspetta un cenno di ufficializzazione da parte dei Governi europei, Francia in primis.

     "Non vogliamo per Al Assad la fine di Gheddafi", puntualizza R. A. dell'Associazione HouriaSiria, vicina alle posizioni del CNT. "Non vogliamo dall'Occidente nessun intervento militare, auspichiamo che il nostro capo di Stato sia giudicato seguendo un regolare processo. Ciò che chiediamo alle potenze occidentali, tanto per cominciare, è di smettere di esprimere una solidarietà di facciata verso i resistenti, per poi magari, come é successo recentemente, vendere alle autorità software in grado di schedare i manifestanti".

     R.A. si riferisce ai sospetti caduti sulla ditta californiana Blue Coat, i cui software programmati per il controllo di internet sono nelle mani del Governo siriano, che li utilizza come strumento di censura e di spionaggio. Secondo il quotidiano statunitense Washington Post, non é chiaro se sia stata la stessa Blue Coat ad avere venduto i sistemi informatici ai siriani, infrangendo le leggi dell'embargo, oppure se siano arrivate negli uffici governativi grazie alla mediazione di trafficanti terzi.

     Il fatto é che notizie come queste lasciano i dissidenti sfiduciati e amareggiati. "L'Occidente tentenna di fronte al massacro della popolazione siriana. Si teme che, eliminando il dittatore, si apra una falla sociale che dia mano libera agli estremisti islamici e elimini il controllo sugli hezbollah. Vorrei sottolineare come la Siria sia una società estremamente cosmopolita, e questo rischio sia  davvero remoto. Ci aspettiamo dall'Europa un pugno più vigoroso verso Al Assad, a suon di sanzioni severe, la gente deve capire che ciò che sta succedendo nelle nostre città é abominevole".

     Alla facoltà di Scienze Politiche della Sorbona, il gruppo di Ghoulion raccoglie molti fuoriusciti dell'ultima ora, rifugiati scappati dai disordini e dagli eccidi  perpetrati da marzo in poi. B. R. é un giovane medico, quando a marzo era di guardia in un ospedale di Damasco, erano trascorsi appena pochi mesi dalla sua assunzione. E'stato lui a denunciare come negli ospedali venisse praticato, per decisione di certi primari vicini al potere, una sorta di protocollo punitivo nei confronti dei primi manifestanti colpiti negli scontri. Il medico racconta così come un ragazzino di diciotto anni, ferito di striscio alla gamba destra da una pallottola, abbia ricevuto come singolare terapia l'amputazione dell'arto. "Cosí impari a manifestare!" gli avrebbe detto il primario.

     E'stato in seguito a questo episodio che B.R. é scappato in Francia. Ora, insieme ad altre centinaia di siriani, ogni sabato pomeriggio si ritrova sulla piazza dello Chatelet, di fronte al celebre teatro dove recitava Sarah Bernardt, per inneggiare a una Siria libera da dittature. E il tutto non ha niente della recita, è al contrario iper realistico fin nei dettagli, tanto realistico al punto che la lotta fra Governo e ribelli da Damasco è giunta fino a Parigi, col suo corollario di carnefici e vittime. Gli agenti segreti di Al Assad infatti, orchestrati dall'ambasciata siriana a Parigi, sono stati sorpresi a seguire e a fotografare i cortei di protesta del sabato pomeriggio. Qualche settimana fa, i manifestanti sono stati aggrediti e violentemente picchiati da un gruppo pro-regime sbucato dal nulla.

     Quando i gendarmi francesi hanno chiesto i documenti, è venuto fuori che la maggior parte degli aggressori era dotato di passaporto diplomatico. L'indagine é ancora attualmente in corso e l'ambasciata é estremamente poco collaborativa nel far luce sulla vicenda. Portare su territorio francese i conflitti interni non è una novità per la Siria. Durante gli anni Ottanta, i manifestanti che sfilarono su boulevard Saint Germain per protestare contro il massacro di civili compiuto a Hama dal regime di Hafez, padre di Bachar Al Assad, vennero infiltrati e malmenati da una squadra di "black bloc" ante litteram, proprio le sinistre "Brigate di difesa" di Hafez Al Assad, armate di mazze e catene.

     La storia si ripete e il copione ricomincia oggi, quasi identico, scatenando lo sdegno della comunità siriana all'estero. Il 15 ottobre, a protestare per le vie di Parigi c'erano gli indignati di tutto il mondo e i cortei siriani. La primavera araba non accenna a finire e prende sempre più le caratteristiche di una lunga stagione tropicale.

Eva Morletto

Una manifestazione contro Assad al Cairo (Egitto).
Una manifestazione contro Assad al Cairo (Egitto).

Mentre i dotti si dilungano sulla Primavera araba e sui rischi dell’estremismo islamico, l’estremismo laico del regime di Assad continua a far strage di siriani. Nel silenzio ovviamente dei dotti, che non possono preoccuparsi di questioni così banali. Anche se in Siria, per dire, tra le migliaia di vittime della repressione, ci sono molti cristiani, che sono circa il 10% dei 22,5 milioni di siriani.     

     Non è difficile capire perché questo accada. La Siria di Assad, così com’è, fa comodo a molti. A Israele, che ha in Assad un nemico impotente e incapace di nuocere, ma pur sempre un nemico da vantare nel palmarés. Alla Giordania, che teme il contagio della protesta. Agli Usa, che hanno ben altre gatte da pelare. Alla Russia, che nell’attuale regime ha un alleato nell’area. Per quel che conta anche al Libano, dove Hezbollah non può dimenticare gli storici rapporti (e complicità) con i “servizi” di Assad e dove comunque l’equilibrio etnico e religioso è fragile. Per non parlare dell’Arabia Saudita (che ha stroncato con le armi le proteste in casa propria e in Bahrein), dell’Iraq (anche lì, equilibrii di cristallo) e dell’Iran, dove la contestazione cova sempre sotto la cenere.

      Inoltre, la Siria non dispone di risorse energetiche né di particolari ricchezze naturali. Che sono invece la causa principale di tutte le ultime guerre: nei Balcani, dove la fine di Milosevic ha spalancato la strada ai gasdotti in arrivo dall’Asia Centrale, in Iraq e in Libia. Se ci fosse un po’ di petrolio da spartirsi, Assad sarebbe già uscito di scena.     

     A dispetto di tutto questo, però, lasciare un tale margine di manovra agli stragisti siriani è un grosso errore. E non solo per le evidenti ragioni umanitarie e di principio. Assad è esponente della minoranza alawita e la protesta è generate soprattutto dagli ambienti della maggioranza sunnita, che stanno particolarmente a cuore alla vicina Turchia. La quale viene di giorno in giorno trascinata nel problema siriano anche da un altro fattore: l’appoggio che la Siria da molto tempo offre all’ala militare e terroristica del movimento indipendentista curdo, in cui la fazione filo-siriana è dominante.     

     Gli effetti si sono visti qualche settimana fa. I curdi filo-siriani attaccano e fanno un massacro di soldati turchi. La Turchia reagisce (e ancora reagirà, questo è certo) anche sconfinando in Iraq. Nel frattempo il Mit (servizi segreti turchi) aumenta la sua collaborazione con i gruppi organizzati degli insorti siriani. Vale la pena ricordare che la Turchia è nella Nato, ha il secondo esercito dell’alleanza (oltre un milione di uomini) dopo quello Usa, una posizione strategica fondamentale e un’economia in forte crescita da anni. Il premier Erdogan, inoltre, è oggi l’unico leader politico del Medio Oriente a godere di una vasta e solida credibilità nel mondo islamico. Irritare lui per salvare Assad mi pare un pessimo scambio. Tollerare le stragi in Siria, quindi, non contribuisce a “calmare” la situazione della regione ma, al contrario, a renderla più instabile.     

     C’è, infine, un’ultima considerazione. A dispetto del tributo di sangue, le proteste in Siria non si placano. Può darsi che Assad riesca a stare in sella, ma i suoi oppositori non paiono meno tenaci. Se Assad dovesse cadere, quali ragioni avrebbe la “nuova” Siria per sentirsi benevola verso chi l’ha lasciata così tanto soffrire?

Fulvio Scaglione

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