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lunedì 20 maggio 2024
 
2 Novembre
 

Commemorazione dei defunti: «Solo accettando la morte vivremo da uomini»

02/11/2022  «Anche se è il limite “naturale” della nostra esistenza, la temiamo perchè abbiamo dato alla vita una pretesa di compimento totalizzante che essa non ci può dare». La riflessione della psicoterapeuta e poetessa Monica Cornali, esperta sui temi del lutto, a proposito della festività del 2 Novembre della Commemorazione dei Defunti.

La morte è il grande tabù del nostro tempo. Rimossa come se non ci fosse e mai nominata, con una manomissione delle parole che a volte risulta persino grottesca. Monica Cornali, psicologa clinica, logoterapeuta, poetessa pro- muove percorsi di educazione al senso della vita a partire dalla coscienza di essere mortali.

Oggi quando si parla della morte si oscilla tra due poli opposti: esibizione o rimozione. Perché?

«La negazione della morte, la sua esclusione dalle espressioni culturali più diffuse, o più ancora una sorta di interdizione a parlarne, ha creato una condizione assolutamente inedita nella lunga storia della civiltà occidentale. Frutto del Novecento è stato la rimozione della morte, il suo configurarsi come una sorta di tabù, che però ha alimentato le deriva più desolanti, come la sua spettacolarizzazione mediatica. Sono due facce della stessa medaglia. Due modi per illudersi di tener lontana la morte, anziché elaborarne il timore e comprendere che la morte fa parte del ciclo della vita e non va appena subita o patita, ma accolta. San Francesco l'ha chiamata “sorella”».

Cosa significa celebrare il 2 novembre nel contesto attuale?

«Purtroppo tante persone si limitano a fare la visita al cimitero nei giorni prescritti, senza fermarsi a meditare che tutti siamo mortali. Solo se impariamo a “contare i nostri giorni”, come recita il Salmo 90, possiamo imparare a vivere con sapienza e morire con dignità, non solo il 2 novembre, ma giorno per giorno».

L'Occidente, pur legato alla tradizione cristiana, ha quasi “sostituito” le celebrazioni dei santi e dei defunti con quella di Halloween. Qual è il significato?

«Direi anzitutto che la festa di Halloween deve le sue origini a una ritualità celtica legata alla transizione stagionale e ha successivamente assunto diverse interpretazioni: dalla giocosità americana – quasi uno psicodramma collettivo per esorcizzare la paura della morte – sino all'attribuzione in ambito religioso di un significato occulto, che si opporrebbe al potere salvifico di Cristo. La domanda però non è che Halloween possa sostituire o meno le celebrazioni cristiane; quello che noto è sia che chi festeggia Halloween sia chi va al cimitero – e spesso si fanno entrambe le cose – raramente ha fatto ritmo con la propria mortalità, raramente ha una visione luminosa della vita come composta anche dall'aldilà. La morte continua a essere vissuta come “nemico”, come fosse un annientamento. io cristiani, a maggior ragione, devono interpretarla come “dono” che ci apre all'in- contro con il Mistero di Dio. Si provi a rileggere l'enciclica Spe salvi di Benedetto XVI».

Esiste una spiritualità della morte? E quale potrebbe essere?

«La spiritualità è quella tensione intima alla trascendenza che connota tutti gli esseri umani, ancora prima di qualsiasi adesione religiosa. L'uomo si ritrova da sempre circondato dal mistero della vita, che lo affascina e insieme lo angoscia. Ogni persona che si pone domande di senso – Chi sono? Da dove Vengo? Perché la sofferenza? – non può non confrontarsi con il vissuto della morte. Morire non coincide con un punto, quello di cessazione delle funzioni biologiche, ma corrisponde a un processo in atto durante tutto il ciclo della vita. Parlerei quindi di una spiritualità della finitudine, che consiste nel fare pace con il proprio essere mortali e può diventare cammino sapienziale che apre alla speranza e orienta il desiderio di eternità che abita in fondo al cuore umano».

Lei come affronta questo tema nelle sue poesie?

«La mia professione mi acconsenti di attingere ai vissuti più profondi della persona; anche dietro i disagi psichici si trova una domanda di senso irrisolta. Tutti abbiamo paura della morte perché abbiamo dato alla vita una “pretesa” di compimento totalizzante che la vita nel tempo non può osare. L'uomo contemporaneo confonde il compimento con il successo, insegue obiettivi anziché coltivare valori, teme la morte perché rappresenterebbe una sorta di fallimento della sua onnipotenza. Seguendo la visione di Viktor Frankl, ritengo che sia fondamentale la cura della dimensione spirituale. La poesia è per me insieme un alfabetoco capace di dare voce alle angosce esistenziali e insieme alla speranza. Penso che solo dopo aver dato accoglienza e nome a tutto ciò che si agita in noi, anche ciò che culturalmente è tabù, come la morte che è la madre di tutte le angosce, si possa accedere a un orizzonte di trascendente e luminoso. Per me la poesia è sempre preghiera»

 
 
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