logo san paolo
martedì 30 novembre 2021
 
 

Somalia, fra guerra e Costituzione

05/08/2012  L'Assemblea dei delegati ha votato il nuovo testo. Un altro passo verso la pace. Ma intanto la violenza degli Shabab prosegue con le bombe, i kamikaze, gli attentati..

Uno dei campi sfollati intorno a Mogadiscio, dove migliaia di persone hanno cercato rifugio dalla guerra (Foto: Cesvi).
Uno dei campi sfollati intorno a Mogadiscio, dove migliaia di persone hanno cercato rifugio dalla guerra (Foto: Cesvi).

La Somalia, dal 1° agosto, ha una nuova Costituzione. Un altro passo fondamentale nel processo di transizione è stato così compiuto. Il Paese, sconvolto da più di 20 anni di guerra civile sta rispettando la road map decisa nelle ultime conferenze internazionali tenute per favorire la pacificazione del Paese.

     L'assemblea costituente somala ha completato la procedura di voto approvando il nuovo testo con il 96% dei voti favorevoli. Oltre agli 825 delegati nominati dei leader delle tribù somale e dai gruppi della società civile, all’Assemblea costituente era presente l’attuale Presidente di transizione, Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, il Primo Ministro Abdiweli Mohamed Ali e il capo del Parlamento, Sheikh Sharif Hassan Aadan. Al voto hanno assistito anche i rappresentati dell’Onu, della Lega Araba e dell’Unione Africana.

     «Siamo davvero felici che abbiate responsabilmente completato la procedura di voto approvando la Costituzione», ha detto il Premier Abdiweli Mohamed Ali agli 825 membri della Costituente che ha sostenuto la Carta. «È un giorno storico. Da oggi la Somalia ha lasciato il periodo di transizione», ha aggiunto.

     Anche questo passaggio cruciale, però, è stato segnato dal terrorismo e dal sangue: poco prima dell'apertura della sessione due kamikaze si sono fatti saltare in aria davanti alla sede dell’Assemblea. Infatti, mentre il processo di pace va avanti, continua anche il conflitto civile: nei giorni scorsi i miliziani del gruppo ribelle Al Shabab hanno attaccato diverse città e obiettivi sensibili nel martoriato Paese del Corno d’Africa con una serie di attentati, mentre è in corso, nel Sud del Paese, una controffensiva che tenta di recuperare alcune delle aree perdute a causa delle sconfitte subite nei confronti delle forze governative.

     In un duro confronto armato nella regione di Ghedo l’esercito regolare e i soldati kenyani hanno annunciato di aver ucciso 26 ribelli Shabab.

     La nuova Costituzione, che dovrà essere sottoposta a referendum popolare per diventare definitiva, si caratterizza per una forte impronta federale del Paese, che riconosce l’autonomia degli Stati che si sono già proclamati indipendenti, il Puntland e il Somaliland (le regioni Nord orientali del Paese). Inoltre, ha introdotto le quote rose: almeno il 30 per cento dei deputati dovrà essere donna.

     Ora il cammino continua. Il passaggio successivo prevede, appunto, la nomina del nuovo Parlamento, eletto tramite i leader anziani e il Comitato elettorale. I deputati avranno poi il compito di scegliere il proprio Presidente e il Capo dello Stato. L’intero processo dovrà avvenire entro il 20 agosto di quest’anno, giorno nel quale le istituzioni transitorie vedranno scadere il proprio mandato, dopo oltre otto anni.

     La complessa transizione democratica si inserisce in una situazione molto difficile, da un lato per la guerra fra i ribelli Al Shabab e l’esercito regolare, sostenuto dai militari dell’Unione Africana e da un contingente di truppe kenyane; dall’altro per la crisi umanitaria che continua a colpire il Paese africano: i profughi sono più di un milione, di cui 350 mila all’interno dei confini e oltre 650 mila in Etiopia e Kenya.

Luciano Scalettari

La clinica mobile di Cesvi in azione preso uno dei tanti campi profughi di Mogadiscio (Foto: Cesvi).
La clinica mobile di Cesvi in azione preso uno dei tanti campi profughi di Mogadiscio (Foto: Cesvi).

«Gli edifici pubblici di Mogadiscio sono in gran parte ancora distrutti e la sicurezza rimane un problema: muoversi senza scorta armata è un rischio perché elementi armati di Al Shabab si aggirano ancora minacciosi in alcune zone della città, dove quasi ogni giorno si sentono le esplosioni dovute a bombe improvvisate o granate. L'obiettivo è ostacolare la già peraltro complicata ricostruzione di cui sta provando a farsi carico l'attuale Governo di transizione. D'altro canto chi si dovrebbe occupare di garantire un livello minimo di stabilità, cioè i soldati del governo somalo, effettuano ronde che hanno un carattere tutt'altro che rassicurante sfociando spesso in soprusi e violenze immotivati».

     Le parole sono di Stefano Piziali, security advisor Cesvi, organizzazione umanitaria indipendente impegnata in Somalia dal 2003, totalmente immersa in quella realtà che anche i vertici delle Nazioni Unite riconoscono essere tra le più, anzi la più instabile al mondo.

     Fazioni, clan, gruppi armati, governi fantoccio: il Paese africano da oltre vent'anni vive una situazione tragica, aggravata lo scorso anno da una carestia di proporzioni devastanti.

     E anche portare aiuti umanitari diventa un'impresa. Là dove è stato possibile, in questi anni, il Cesvi è intervenuto: nelle regioni centro meridionali di Hiraan e Galgadug, per esempio, l'Ong gestisce sei centri di salute primaria e due ambulatori d’emergenza grazie al supporto di Echo, il servizio per gli aiuti umanitari e la protezione civile della Commissione europea.

     Il Cesvi si è tirato indietro nemmeno dal centro degli scontri, là dove tutto sembra oggi doversi decidere, cioè la capitale Mogadiscio: l'emergenza siccità ha accelerato l'apertura di un centro di salute e due cliniche sanitarie che offrono assistenza sanitaria alle popolazioni sfollate.

     Di che numeri stiamo parlando? Circa 10 mila visite al mese tra ambulatorio e cliniche mobili senza contare che a breve inizierà una capillare campagna di vaccinazioni al fianco dell'Unicef. «Stiamo anche cercando di concentrare i nostri sforzi per proteggere le fasce più deboli, i bambini in particolare», aggiunge Stefano Piziali, «creando all'interno dei campi profughi dei child friendly spaces, aree dedicate ai più piccoli, perché abbiano la libertà di giocare in sicurezza e imparare quanto meno a leggere e scrivere, dato che molti di loro a scuola non hanno avuto la possibilità di andarci per la condizione in cui versa la Somalia».

     L'impegno del Cesvi va oltre e guarda al futuro prossimo: continuando di questo passo e con queste condizioni climatiche, la diffusione di epidemie sarà una minaccia quanto mai reale. In collaborazione con Un Habitat, è stato inaugurato in questi giorni un progetto per la raccolta di rifiuti solidi urbani. L'utilità è duplice: da un lato si offre un posto di lavoro a chi non ce l'ha da tempo, dall'altra si cerca di diminuire le probabilità che prendano piede malattie legate alla scarsa igiene.

     «Dopo il mese di Ramadan – che è appena iniziato – durante il quale Al Shabab ha minacciato azioni terroristiche clamorose, sarà possibile verificare se questa sfida potrà essere vinta», conclude Piziali. «Il piccolo appena arrivato accompagnato da papà al Centro di Salute Cesvi in cerca di aiuto per curare la lebbra, ha davanti una lunga cura per poter guarire, ma tutta Mogadiscio necessiterà di assistenza ancora per molto tempo per uscire da decenni di guerra e miseria».

Alberto Picci

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo