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lunedì 29 novembre 2021
 
 

Sonia Alfano, presidente della Commissione antimafia europea: "Serve più consapevolezza"

04/09/2013 

Sonia Alfano è presidente della prima Commissione antimafia europea, un’istituzione giovanissima. Sa che ogni problema, per essere affrontato, deve passare per la presa di coscienza e il solo fatto che una simile Commissione sia nata appena 15 mesi fa dà l’idea delle difficoltà che si incontrano nel ragionare di contrasto alla criminalità organizzata in Europa.

Onorevole Alfano, ci risiamo: un menu svedese chiama "cosa nostra" un'insalata che percepisce come italiana. Che cosa ci dice a proposito della consapevolezza del rischio mafia in Europa?

«La mia duplice veste di presidente della Commissione europea antimafia e di presidente dell’Associazione nazionale dei familiari delle vittime di mafia, mi impone di scindere i ruoli. Dal punto di vista personale prevale l’amarezza, in altri tempi avrei detto rabbia. Dal punto di vista istituzionale, mi dico che lo strumento con cui procedere è la battaglia che ho già fatto e sto facendo, a suon di interrogazioni e di richieste di attivazione da parte degli Stati membri in cui si verificano questi imbarazzanti episodi: vale per i panini austriaci, per i videogiochi ispirati al Padrino, per altri menu che ci segnalano dall’Olanda e per quest’altro svedese ora».

Che risposte arrivano?


«Se la presa di coscienza soprattutto in Germania è molto aumentata con la strage di Duisburg,  in altri Paesi è rimasta forte la tentazione di derubricare questi fenomeni a manifestazioni folcloristiche, nell’illusione che la criminalità organizzata sia un problema dell’Italia. Il lavoro della Commissione ha dimostrato che non è così, e comunque certi messaggi sono rischiosi, perché al di là dei meri fini commerciali, veicolano presso i giovani una mentalità pericolosa».

Di che cosa avrebbe bisogno l’Europa per un contrasto serio alla criminalità organizzata?

«E' necessario che tutti si parli la stessa lingua, che si abbiano a disposizione gli stessi strumenti dal punto di vista giudiziario e investigativo. In questa direzione va il testo unico per il contrasto alla criminalità organizzata che dovrebbe essere definitivamente approvato il prossimo mese. Il problema ovviamente è complesso, perché non è automatica l’armonizzazione dei codici penali».

Possiamo fare esempi?

«In primis servirebbe il riconoscimento del reato di associazione mafiosa, che nessun Paese europeo ha, Italia a parte. Ogni volta che le risultanze di un’indagine varcano fisicamente i confini dell'Italia su questo fronte rischiano di naufragare, per gli strumenti investigativi o normativi che in altri Paesi non ci sono. Manca un regime di carcere duro sul modello del 41 bis, in cui i diritti sono salvati anche più che in carceri sovraffollate in cui si puniscono autori di reati comuni, ma con restrizioni che spezzano i legami con l’esterno e impediscono ai boss detenuti di mantenere dal carcere contatti con altri affiliati. Bisognerebbe estendere il sequestro dei beni di provenienza illecita, come già accade in Italia e nel Regno Unito. L'Irlanda ha in merito una normativa molto avanzata che sarebbe importante prendere a esempio. Con il testo unico daremo a tutti un quadro normativo di riferimento, anche se dobbiamo tenere presente il fatto che siamo 28 Paesi membri con 28 mentalità e sensibilità diverse».

Percezioni diverse, anche?

«Sì molto. Abbiamo fatto studi sulla percezione del rischio mafioso, per scoprire che in Inghilterra, quando si parla di criminalità organizzata, i più pensano al furto di biclette, in Olanda al furto d'auto: le azioni silenti, nascoste, come il riciclaggio non sono minimamente percepite, eppure dall’11 settembre, per effetto delle restrizioni legislative degli Stati Uniti, l’Inghilterra è diventata la “lavatrice” d’Europa, in fatto di riciclaggio».

Con l’istituzione della della Commissione europea antimafia,  è cambiato qualcosa di significativo?

«Intanto c’è un miglior coordinamento delle agenzie preposte al contrasto come Europol, Interpol, Eurojust e polizie nazionali. E poi si assiste a un cambiamento significativo nella percezione: abbiamo chiesto agli addetti ai lavori di aiutarci a individuare gli strumenti utili legislativi e giudiziari per un contrasto serio. All’inizio percepivo una sorta di apatia, quasi che i colleghi parlamentari europei pensassero alla Commissione come a un contentino, per affrontare in chiave europea un problema comunque italiano. Quando poi abbiamo portato a tutti, sul tavolo della Presidenza, con studi seri, gli effetti della capacità della criminalità di infiltrarsi, grazie alla superficialità delle istituzioni, nei loro territori si sono tutti informati, attivati e oggi sono tutti, all’interno della Commissione, convinti della necessità di mettere a disposizione della collettività strumenti più efficaci. Sono passati dalla convinzione superficiale di avere a che fare con un problema folcloristico italiano alla consapevolezza di dover affrontare sistemi criminali complessi, internazionali (mafia russa, nigeriana, serba, giapponese…anche se la ‘ndrangheta resta la più potente) che si sono anche integrati tra loro e che operano silenti, con tutti i rischi che questo comporta».  

 
 
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