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lunedì 11 novembre 2019
 
 

«Sono molto arrabbiata con Dio»

05/04/2018  «Vedo intorno me solo tanta iniquità. Sofferenza e tribolazione per gli umili e le buone persone, successo e trionfo per i prepotenti e i malvagi. Come può un Padre misericordioso permettere tanti lutti e malattie?»

Cari di Famiglia Cristiana, vi scrivo in un momento di grande prova, che sta generando in me un enorme con itto interiore, nonché dubbi e domande su una fede che pensavo fosse ben assodata. Cerco di continuare a partecipare alla Messa della domenica, pregare, recitare quotidianamente il Rosario, confessarmi periodicamente, leggere i testi sacri, le biografie dei santi, ma mi rendo conto di essere sempre più fredda, distaccata, quasi “automatica” nelle mie azioni. Ho rabbia, tanta rabbia verso nostro Signore, che sembra sempre colpire i giusti in questo mondo e lasciare impuniti i superbi, gli arroganti e gli insensibili.

Mi chiedo come può un Padre misericordioso volere e permettere lutti e malattie per i suoi cari figli. Perché sta scritto che «il Padre celeste dà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono» (Lc 11,5-13) e invece mi sono vista consegnare pietre anziché pane? Il mio padre terreno mai si sognerebbe di farmi patire tutto questo dolore, né mio marito con il nostro adorato figliolo!

«Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto». Ne siamo sicuri? Penso ai bambini che ogni giorno muoiono di malattia, o nel grembo materno. Davvero non ci sono genitori che hanno assiduamente e costantemente pregato, bussato e chiesto per loro? Come può Dio non commuoversi per loro, non concedere la grazia della guarigione, il dono della vita?

Papa Francesco ha detto che «Dio affida le battaglie più difficili ai suoi migliori soldati». Quello che ancora mi è oscuro è il motivo per il quale un essere umano, creato e amato da Dio, venga da Dio caricato di una croce tanto più grande quanto più ha le spalle forti per sostenerla. E questo sarebbe un Padre buono? Possibile che non si possa essere dei buoni cristiani senza soffrire in questa misera vita terrena?

Probabilmente non ho capito nulla del mio essere donna cristiana. Vedo intorno me solo tanta iniquità. Sofferenza e tribolazione per gli umili e le buone persone, successo e trionfo per i prepotenti e i malvagi.

LETTERA FIRMATA

Carissima, credo che i tuoi pensieri passino nella testa di tante persone, anche di molti buoni cristiani che vedono crescere il male, l’ingiustizia, la violenza intorno a sé. Sembra che il Padre buono e misericordioso di cui ci parla Gesù in realtà sia lontano, indifferente, insensibile alle nostre sofferenze, al nostro dolore.

Potrei rispondere con una riflessione teologica, ricordando come in realtà i mali e le sofferenze siano solo permessi da Dio e spesso derivino dai peccati degli uomini, dal cattivo uso della libertà. E gli innocenti ne patiscono le conseguenze. Queste spiegazioni, tuttavia, mi sembrano troppo astratte per chi come te si trova nella prova. E allora preferisco prima di tutto manifestarti la mia personale partecipazione al tuo dolore. Presenterò la tua sofferenza al Signore nella Messa.

Ti voglio poi proporre una testimonianza che viene pubblicata nel numero 13 di Credere, l’altro settimanale che io dirigo, in edicola in questi giorni. È la storia di Anna Micheli. Undici anni fa suo marito ha avuto un arresto cardiaco e oggi si trova in uno stato di «veglia non responsiva».

Come dare un senso a quello che è accaduto? Ecco le parole di Anna: «Appena Gianni si ammalò, con gli amici ci trovammo in chiesa per una novena e io dissi che quello che era accaduto era una domanda sulla vita di ciascuno. Il Signore chiede qualcosa a ciascuno di noi, perché non ci si perda nel desiderio di cose vane, come è scritto nella Bibbia. In quei momenti mi sono tornate alla mente tutte le parole dei Salmi. Di fronte a Gianni, alla sua condizione, ho capito che è Dio che mi sta creando, che mi sta facendo; questo avvenimento è la strada che Dio mi ha preparato. E il cuore si allieta. Ringrazio per il dono della vita, della famiglia, degli amici, della Chiesa. Adesso ogni preghiera non è la ripetizione di parole, ma un’esperienza. Sento vere le parole di Mounier: “Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina ma nasca dalla carne”. Come comprendo che ogni circostanza è per un disegno buono che Dio ha su di me. Il dolore non è tolto, anzi è lancinante. Ma tutto è in rapporto con l’Eterno».

Aggiungo una riessione di Benedetto XVI sul grido di Gesù in croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È l’inizio del Salmo 22, in cui il fedele grida verso l’alto «per esprimere tutta la sofferenza della sua preghiera davanti a Dio apparentemente assente: nel momento di angoscia la preghiera diventa un grido». E questo avviene anche nel nostro rapporto con il Signore, spiega papa Ratzinger: «Davanti alle situazioni più difficili e dolorose, quando sembra che Dio non senta, non dobbiamo temere di affidare a Lui tutto il peso che portiamo nel nostro cuore, non dobbiamo avere paura di gridare a Lui la nostra sofferenza, dobbiamo essere convinti che Dio è vicino, anche se apparentemente tace». Mi vengono in mente anche le parole pronunciate da papa Francesco a Manila nel 2015: «Quando ci fanno la domanda: Perché i bambini soffrono? Perché succede questo o quest’altro di tragico nella vita? Che la nostra risposta sia il silenzio o la parola che nasce dalle lacrime, siate coraggiosi, non abbiate paura di piangere!».

Il silenzio, le lacrime di compassione, il grido di dolore nella preghiera potranno farci comprendere davvero l’amore di Dio, la sua silenziosa presenza. Lui « non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi» (Romani 8,32).

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