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sabato 13 agosto 2022
 
 

«Io musulmano, vivo grazie al cuore di un cristiano»

06/02/2015  Hicham Ben ’Mbarek, oggi è vivo grazie a un trapianto e alla generosità di una mamma. «Mettiamoci a insegnare ai nostri figli il rispetto»

Chadia è una ragazzina molto simpatica che ha 10 anni e tifa per il Napoli anche se vive a Firenze. Il calcio, del resto, è la passione di famiglia, a cominciare dal papà Hicham, che era soprannominato “diamante nero” per le sue prodezze con il pallone, al fratello Hamid Matteo che a 8 anni è una promessa del Ponte a Greve, la medesima società per cui giocava suo padre prima di afflosciarsi all’improvviso su un campo di calcio tradito da un cuore allo stremo. È una vista che fa bene al cuore la ragazzina, che lui chiama Principessa, abbracciata al suo papà, e si spera che attraverso le nostre pagine possano goderne anche altri, i tanti che hanno fatto la scelta drammatica e generosa di donare gli organi di un familiare deceduto. E una in particolare, la mamma che un giorno ha detto il suo sì all’espianto del cuore del figlio quando per lui non c’è stato più nulla da fare. «Custodirò per sempre l’amore per quella mamma dentro questo cuore», racconta Hicham Ben ’Mbarek, 32 anni, musulmano, originario del Marocco, che oggi senza quel gesto di generosità estrema non sarebbe qui.

«Mi avevano dato pochi giorni, anzi poche ore di vita. Giocavo a calcio e mi sono accasciato sul campo, sette attacchi uno via l’altro e lunghi mesi in ospedale con la prospettiva che tutto potesse finire improvvisamente. E invece grazie all’amore grande di quella madre, che non si è chiesta a chi sarebbero andati gli organi di suo figlio, di quale religione fosse o di che Paese, sono ancora qui. Anzi, la vita si moltiplica perché proprio in queste ore sta per nascere un terzo bambino, che abbiamo deciso di chiamare Francesco Adam».

La gratitudine di Hicham per chi gli ha ridato la vita si traduce da tempo nei molti incontri organizzati dall’Aido in cui porta con entusiasmo la sua testimonianza, ma acquista un significato ancora più ampio in un momento in cui l’odio religioso imbratta le cronache e rischia di diffondere un contagio senza argini. Lui invece ha solo parole di pace come quelle che ha pronunciato a Caserta in occasione della cerimonia del Premio Le buone notizie Civitas casertana, che ha la finalità di riconoscere l’impegno dei giornalisti capaci di cercare i lati positivi dell’attualità senza limitarsi alla mera denuncia, ma che quest’anno ha premiato anche la buona notizia (scovata dal collega Gianluca Testa dell’omonimo blog del Corriere della Sera) e cioè la storia di Hicham.«Mi avevano dato pochi giorni, anzi poche ore di vita. Giocavo a calcio e mi sono accasciato sul campo, sette attacchi uno via l’altro e lunghi mesi in ospedale con la prospettiva che tutto potesse finire improvvisamente. E invece grazie all’amore grande di quella madre, che non si è chiesta a chi sarebbero andati gli organi di suo figlio, di quale religione fosse o di che Paese, sono ancora qui. Anzi, la vita si moltiplica perché proprio in queste ore sta per nascere un terzo bambino, che abbiamo deciso di chiamare Francesco Adam»

«Sono orgoglioso di portare un cuore cristiano nel mio petto di musulmano », ha continuato a ripetere invitando tutti a fare qualcosa nella loro vita quotidiana per seminare pace, amicizia e aiuto reciproco “in nome dei figli”. «Se continueremo a raccontare le ragioni e le storie dei padri, delle ingiustizie, delle violenze, dei soprusi», spiega, «seguiteremo a parlare solo di rivendicazioni e vendette e non ci salveremo mai. Io dico di ripartire dai bambini, di azzerare tutto, di non chiedersi chi ha sbagliato di più o meno, perché noi adulti abbiamo sbagliato tutti. Io dico mettiamoci a insegnare ai nostri figli il rispetto, il rispetto che ha spinto me, arrivato in Italia a 7 anni su un gommone abbracciato a mia madre, ad amare questo Paese che mi ha accolto, rispettandone leggi, usanze e religione, pur amando profondamente la mia. Sarebbe assurdo che la volessi imporre agli altri. Sarebbe come se, quando uno ti invita a casa sua, tu gli dici di spostare questo o quello, di togliere la croce dalla parete e far mettere alla moglie il velo... Ma il rispetto si favorisce dicendo anche al proprio bambino di invitare a casa oltre a Giuseppe e Michele anche Sahid o Mustafà, perché è giocando insieme che si impara a conoscersi e a vivere in pace. Altro che odio e violenza!».

Il collegamento del pensiero con i fatti recenti della strage di Parigi e di quanto accade ovunque nel mondo è fin troppo facile, ma Hicham non ha dubbi sul fatto che «i farabutti che uccidono vogliono proprio alimentare l’odio. Se cadiamo nella spirale della morte non ci salveremo mai e invece dobbiamo gridare a gran voce, e insegnare ai nostri figli che chi uccide non ha religione, che non c’è Paradiso per chi usa la violenza e ammazza, perché Dio è buono e sicuramente può perdonare tutto, ma non chi dà morte, come insegna papa Francesco da cui mi piacerebbe tanto andare per testimoniare a lui la mia gratitudine ai cristiani che mi hanno accolto».

Il calciatore Hicham, che dopo aver abbandonato il campo si è dedicato alla Benheart, una fruttuosa attività di stilista della pelle (a Firenze e anche all’estero) in cui lavorano sei italiani, prende in prestito una bella immagine dal suo sport preferito per spiegare la sua teoria: «Se l’allenatore insegna ai suoi a tirare calci agli avversari e a offenderli in modo che perdano la pazienza e facciano falli e siano espulsi, non usa una buona tattica, perché alla fine vince chi ha pazienza, chi mantiene la calma. Insegniamo ai nostri figli a rialzare l’avversario e dargli la mano anche se ti ha fatto un’entrata brutta, senza cadere nel tranello della violenza che chiama violenza. Solo così vinceremo la partita. La più importante delle nostre vite».

 
 
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