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mercoledì 23 settembre 2020
 
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Sopravvivere alla Milano serrata? La risposta è in un grande classico

24/02/2020  Ripensare il tempo libero nella Milano che il coronavirus chiude, per una settimana, almeno a tutte le occasioni di socialità. Noi abbiamo rubato un'idea a un grande classico.

Milano, la città dei mille appuntamenti, restituisce mille porte che si chiudono una a una. Slam, slam, slam. La mail di un giornalista rende di questo un’idea plastica: la valanga quotidiana di annunci, inviti, conferenze, presentazioni anteprime torna indietro come un boomerang in una valanga eguale e contraria di annullamenti e rinvii. Film annunciati in uscita ritardano a data da destinarsi, concerti e spettacoli teatrali rinviano le loro date a un’alternativa imprecisata nell’attesa.

Sta succedendo in tutto il Nord Italia a cominciare dal carnevale, un ricorso storico, se è vero che lo stesso carnevale ambrosiano deve la sua diversità di sforamento rispetto al calendario liturgico romano alla coincidenza di un’epidemia. Peste la chiamavano sempre in letteratura nell’antichità dal latino pestis, indicando però non sempre un morbo preciso ma un evento epidemico per l’epoca di sconosciuta origine, causato dai patogeni più diversi.

Fatto sta che le grandi città - Milano su tutte -, perché i piccoli borghi hanno da sempre dinamiche diverse e più raccolte, dovranno per questa settimana almeno trovarsi un modo differente di vivere la propria socialità e il proprio tempo libero. Niente palestra, niente teatro, niente cinema, niente oratorio, niente pub, niente calcetto. Certo ci sono sempre lo smartphone, la Tv e la playstation, ma si potrebbe pure prendere da questa calma forzata l’occasione per sfogliare la lista dei libri che abbiamo lasciato in disparte per l’isola deserta.

Non un’idea originale certo e nemmeno nuova, anzi è rubata proprio a un grande classico delle origini: il Decameron di Giovanni Boccaccio, raccolta di racconti che ha come cornice un espediente. Dieci giovani, per sfuggire alla peste del 1348 che devasta Firenze, si ritirano in una villa tra le colline e trascorrono le giornate raccontandosi novelle, dandosi un tema a giornata per dieci giorni. Il succo è la letteratura come antidoto alla rinuncia forzata alla socialità consueta, un modo di tenere a bada l’ansia e di riappropriarsi con un respiro diverso del tempo che la grande città che corre restituisce all’improvviso forzatamente dilatato.

Poi ciascuno sceglierà come vorrà nell’infinita “provvista” di classici come l’avrebbe chiamata Giovani Arpino che le librerie, anche in ebook, forniscono, in fondo a poco prezzo. Ma nulla vieta se si preferisce di rivolgersi ai contemporanei. Pur nella cornice cupa il suggerimento di Boccaccio è lieve: novelle, il più delle volte comiche. A suo modo un ritorno alle origini: dall’Odissea all’Orlando furioso, e di lì, in largo e in lungo, la letteratura è da sempre per chi la ama – letta o ascoltata - un rifugio nel bello e a suo modo una fuga, dal reale, dalle preoccupazioni, perché a un certo punto smetteremo per non andare nel panico di parlare soltanto di coronavirus.

Una grande maestra, tra i critici più importanti del Novecento, Maria Corti, un giorno nella sua casa milanese, vicino a san Vittore, nella penombra ovattata della sua sala azzurra, ci rivelò, ormai ottuagenaria, il suo segreto: «i libri sono il più grande antidoto che l’uomo abbia saputo inventare contro la noia e la solitudine». Chissà che in questi giorni, forzatamente un po’ asociali e inquieti, del terzo millennio, Milano non finisca per scoprire che quella piccola donna di ferro aveva visto giusto.

Anche se mai quanto Alessandro Manzoni che, ogni volta che lo si rilegge, ci restituisce potentissima la prova di che cosa rende classico un classico: il suo essere ogni volta contemporaneo. Rileggere i Promessi sposi in questi giorni potrebbe rivelarsi l’occasione di riscoprire il libro che più abbiamo in comune, dopo il Vangelo, per via della scuola. Ci renderemmo conto che nessuno quanto don Lisander ci ha colti come popolo, miserie e nobiltà comprese, disegnando il ritratto fedelissimo di com’eravamo secoli fa e come siamo ancora. Adesso che la nostra metaforica isola deserta è qui e che la dobbiamo attraversare con un po’ di apprensione ma senza perdere il senno, potremmo persino accorgerci da grandi che il “mattone” della scuola è in realtà un meraviglioso romanzo e parla di noi. Qui e ora, non solo in questi strani giorni.

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