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domenica 23 gennaio 2022
 
Libri
 

Emma e Nuri, due donne alla ricerca di se stesse

12/11/2014  La prima non sopporta più la vita frenetica di una metropoli occidentale; la seconda, africana, scopre che esistono modi di vivere diversi da quello della sua comunità. Le racconta Alessandra Soresina, biologa e zoologa, fra le massime esperte di leoni, nel suo romanzo "Questa notte parlami dell'Africa", in cui affronta anche i problemi dell'infibulazione e del bracconaggio.

Il “mal d’Africa” possiede tante declinazioni diverse. Quello di Alessandra Soresina, biologa milanese di 41 anni, si esprime in modi e toni pacati, che però raccontano 15 anni di vita avventurosa trascorsa in gran parte nell’Africa subsahariana. Capitata in quei mondi da turista quando era ancora all’università, venne folgorata dalla luce, dagli spazi, dagli animali. E scelse una specializzazione in zoologia per prepararsi al lavoro successivo: la conservazione della natura e soprattutto degli animali nelle savane dell’Africa.

Ricercatrice in questo campo in Tanzania, Mozambico e Botswana, Alessandra ha affiancato alla passione principale la fotografia, la scrittura e ha fatto spesso da guida a troupe televisive straniere che dovevano girare documentari in Africa. Dopo l’autobiografia A piedi nudi (Pendragon) e Un giorno da leoni (Piemme), dedicato ai suoi mammiferi preferiti, ha da poco pubblicato il suo primo romanzo, Questa notte parlami dell’Africa, edito sempre da Piemme.

Nel libro si incrociano le storie di due donne, la milanese Emma e la tanzaniana Nuri, che per motivi molto diversi sentono stretti i loro rispettivi mondi e guardano con interesse altrove: la prima all’Africa e alla sua libertà, la seconda all’Europa e alla sua civiltà.

Alessandra Soresina, perché Emma e Nuri non stanno bene nelle loro vite?

«Per ragioni diverse. Emma, che vive in un ambiente cittadino di un Paese occidentale superfrenetico, patisce lo stress che conosciamo tutti: il lavoro, il traffico, la mancanza di tempo, la mancanza di spazio. Tutto d’un colpo la sua vita le diventa stretta, si rende conto che qualcosa non va. Invece Nuri avverte come stretta la propria vita perché inizia a conoscere e percepire che esiste qualcosa al di fuori della sua comunità musulmana di Arusha, in Tanzania, e vorrebbe saperne di più. Diciamo che per Emma la partenza rappresenta più una fuga da uno stress, mentre per Nuri è più la curiosità di scoprire quello che c’è al di fuori della sua vita.

Lei ha conosciuto donne come Emma e Nuri?

«Certamente. Infatti nel romanzo mi sono ispirata proprio alle storie di donne che ho conosciuto: per 15 anni ho lavorato come biologa in Africa, e anche se mi sono sempre occupata di conservazione degli animali, mi sono imbattuta in moltissime donne, molto diverse tra loro, culturalmente opposte. Bene o male conoscevo le occidentali che hanno ispirato il personaggio di Emma. Ma mentre scrivevo mi sono resa conto che, nonostante un’esperienza di 15 anni, sapevo poco delle donne africane e quindi ho dovuto fare ricerche approfondite per entrare veramente in contatto con queste donne. E’ stata forse la parte più bella nella preparazione del libro. Perché se dovevo descrivere la casa di una donna musulmana di Arusha, non sapevo neppure da che parte iniziare. Perciò dovevo entrare nelle loro case, e così per le capanne di fango delle Masai. Sono riuscita a entrare in contatto con una Nuri che esiste davvero: la sua storia non è quella della mia protagonista, ma la vera Nuri ha voluto che la chiamassi con il suo nome. Lei mi ha fatto conoscere alcune sue amiche, mi hanno invitato nelle loro case, ho partecipato alle loro feste così come racconto nel libro. Quando mi chiedono se il romanzo è autobiografico, devo dire che non lo è, però mi sono ritrovata per forza di cose all’interno del mondo che racconto, perché per raccontare i dettagli ho dovuto ricercarli e quindi viverli di persona. La cosa che più mi ha coinvolto è stato rendermi conto di quanto per certi versi fossero simili a Emma, a me e a tutte le donne del mondo. Tutte le donne vogliono sentirsi indipendenti, essere amate, venir trattate bene dal proprio marito, avere figli, lavorare, sentirsi belle. Che vivano in una capanna di sterco come le Masai, in una casa di Arusha o in un appartamento di Milano, in un certo senso si assomigliano tutte».

Il rapporto con le ragazze musulmane in Africa e con le donne Masai è stato per lei naturale?

«Assolutamente sì. Io sono una persona che si adatta a qualsiasi situazione, passo dal centro di Milano al vivere per mesi in una tenda senz’acqua corrente e non ho alcun problema. E sono stata accettata benissimo da queste donne. Quelle con cui sono entrata in contatto avevano già alcuni rapporti con l’esterno, con l’Occidente, perché le musulmane di famiglie veramente integraliste, ad Arusha, è impossibile anche conoscerle. Le ragazze che ho incontrato avevano comunque il permesso dalla famiglia di lavorare e infatti le ho conosciute all’interno di negozi. Mi hanno accettata perfettamente e siamo rimaste amiche. E così le donne Masai. Nel loro territorio vieni buttato in un mondo che sembra di mille anni indietro al nostro. Per quanto assurda appaia la loro situazione per via di povertà e altro, sono sempre uscita dai villaggi Masai con una forza e una positività straordinarie, che mi venivano trasmesse dalle donne. Loro vivono nella loro cultura, nella loro tradizione e cercano di convincerti che il loro modo di vivere è giusto, anche se magari vorrebbero l’acqua corrente. Per esempio, i Masai hanno più mogli e le donne mi dicevano: “Ma come, hai solo una figlia? E tuo marito ha solo te come moglie? Chi ti aiuta quando lui non c’è, se non ci sono altre mogli per aiutarti?”. Si sono sempre creati dialoghi molto divertenti».

Un problema molto serio trattato nel suo romanzo è quello dell’infibulazione.
«In Africa è molto diffusa, anche se in tanti Paesi, compresa la Tanzania, è illegale. Anche per questo tema non mi è stato facile affrontarlo con le donne Masai, ho dovuto convincerle che non fossi del governo, che le mie domande precise non fossero per ricerche governative. Ed è stato molto difficile conservare un certo distacco. Perché da un lato è una pratica aberrante, però queste donne non conoscono altro e molto probabilmente non se ne andranno mai dal loro ambiente, perciò per loro è difficile cambiare. Volevano convincere me che fosse giusto così, che loro erano belle e io brutta, perché non ero infibulata. All’epoca non ero ancora sposata e in 50 intorno a me mi prendevano in giro: “Vedi, sei l’unica non sposata tra queste 50 donne perché non sei infibulata”. Dovrebbero ribellarsi tutte insieme, cambiare tutte insieme. Perché se lo fa una alla volta, quell’unica donna che magari si ribella rimane completamente isolata dal proprio villaggio. E’ un problema veramente complesso».

Altra tragedia ben presente nel libro è quella del bracconaggio.
«E’ a livelli altissimi, non è mai stato così alle stelle come negli ultimi anni.Sto cercando di segnalare in Italia e in Europa che gli eleFganti potrebbero sparire nell’arco di pochi anni. Sono diminuiti del 70-80% in quasi tutte le zone dell’Africa, negli ultimi 4 anni. E’ un problema che non riguarda solo gli elefanti e il commercio delle loro zanne, ma anche le corna di rinoceronte, le ossa di leone che vengono utilizzate in tutta la medicina tradizionale cinese. Il mercato principale è quello asiatico e la Cina, che ne è il Paese più grande, ha forse il peso maggiore in tutta la questione. E’ un problema veramente serio, globale. L’economia principale, nella maggior parte dell’Africa subsahariana, è legata al turismo: la gente va lì per vedere gli animali e crea un’economia. Se crolla il turismo per la perdita dell’habitat e degli animali, cosa succede poi alle popolazioni? Rimangono senza entrate e a lungo termine iniziano gli spostamenti di persone alla ricerca di nuovi territori».

Anche lei si è imbattuta nei bracconieri?

«Sì, in Mozambico mi è capitato di ritrovarmi in mezzo a sparatorie mentre stavo facendo un censimento a piedi sui mammiferi. Per raccogliere i dati si annotano tutti i segnali di presenza e si procede in gruppi di due, a piedi, in linea retta. Eravamo un team internazionale e per fortuna l’unico ranger del gruppo quel mattino era con me. Dico per fortuna perché era l’unico armato. Gli spari si sentono sempre, di giorno e di notte, ma quella volta si sono messi a sparare a pochissimi metri da noi. Il ranger mi ha spinto in un cespuglio e poco dopo abbiamo trovato un classico campo di bracconieri, con animali sui pali a essiccare e pelli già seccate. Due mesi dopo la fine di quel censimento, il ranger che era responsabile dell’area e che collaborava con noi è stato ucciso in un’imboscata di bracconieri. Con l’Associazione italiana esperti d’Africa facciamo varie campagne sul bracconaggio, teniamo conferenze, raccogliamo fondi, cerchiamo di divulgare le informazioni».

Nella sua vita in Africa, le capitano incontri ravvicinati con gli animali?
«Moltissimo. Non durante il lavoro perché, a parte i censimenti a piedi, l’osservazione viene fatta quasi tutta dalla jeep. Ma per esempio al parco Tarangire, dove sono stata fissa per alcuni anni, eravamo in un campo tendato ma pur sempre in mezzo a un parco. Quindi di notte, soprattutto nella stagione secca, elefanti, leopardi e leoni arrivavano per bere le nostre riserve di acqua. Mi è capitato di essere in mezzo al campo mentre andavo alla mia tenda e ritrovarmi faccia a faccia con un elefante o un leone. Bisogna conoscere un po’ i comportamenti degli animali, bisogna muoversi piano, non spaventarli. Quando i leoni arrivavano e si fermavano dentro il campo per qualche giorno, occorreva spostarsi in macchina tra la propria tenda, il bagno e la tenda cucina».

In sintesi, cos’è l’Africa per lei?
«Sinceramente non saprei. E’ un po’ tutto legato al famoso discorso del mal d’Africa che ti colpisce. E’ un posto dove vengo ricaricata, dove sento un’energia incredibile, e c’è il fatto che amo moltissimo il mio lavoro: avere la possibilità di stare in un luogo dove sei sovrastato dalla natura, dove giri in macchina senza incontrare nessuno, dove riesci a caricarti di questa energia e dove ti rendi anche conto delle tante cose positive che abbiamo nel nostro mondo e che lì non hanno. Vedo tutto in modo più equilibrato. A volte l’energia è talmente tanta da risultare quasi troppa, però non si riesce a farne a meno. Da tre anni, da quando mi sono sposata e ho avuto una figlia, in Africa sto molto meno e mi occupo di scrivere nuovi progetti, tenere contatti con sponsor e media, cercare finanziamenti e curare l’organizzazione, anche per chi sta sul campo. Ho avuto la fortuna di trovare un marito che ha accettato la mia vita un po’ avventurosa e ogni 3-4 mesi riesco a tornare in Africa per consulenze brevi. Tutto sommato mi basta. L’importante è respirare ogni tanto l’aria africana».

 
 
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