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mercoledì 29 giugno 2022
 
 

La grande bellezza non è per tutti

23/05/2013  Il film di Sorrentino conquista Cannes, ma lascia fredda la critica italiana. "Non ho rifatto La dolce vita, anche se narro la decadenza morale della Roma di oggi", si difende lui.

Sente i fucili della critica puntati addosso. Perché la sua ascesa ha dell’incredibile. Dal 2001 ha girato sei film e per cinque volte è stato selezionato dal Festival di Cannes. Ha vinto David di Donatello, Nastri d’argento e il Prix du Jury sulla Croisette per Il Divo. Ha scritto innumerevoli belle sceneggiature ma anche un romanzo, Hanno tutti ragione, che si è rivelato un successo editoriale. Inevitabile che qualche invidioso gli remi contro. Eppure, Paolo Sorrentino non è uno che si sieda sugli allori. Ogni volta, alza il tiro. La grande bellezza è l’unico titolo italiano in lizza quest’anno per la Palma d’oro. Dopo la vetrina di gala a Cannes, è uscito nelle sale di tutta Italia. E già più di un critico azzarda paragoni, scomodi, con Federico Fellini. «Non è che l’accostamento a La dolce vita mi dia fastidio, anzi», confessa Sorrentino. «Solo che non basta dire che nel film narro la decadenza morale della Roma di oggi così come il maestro l’aveva raccontata nel 1960».

 – Eppure anche il suo protagonista fa il giornalista mondano con ambizioni di scrittore...
«Ma il mio Jep Gambardella non dà giudizi morali, esplora mondi che appaiono discutibili, vuoti, fatti di cose basse ma che proprio per questo possono risultare irresistibilmente attraenti. La relazione dell’uomo con le cose è ambigua. Ecco, come per La dolce vita, la caratteristica del mio film è quella di rappresentare mondi capaci di far girare la testa, di suscitare smarrimento per un’esistenza apparentemente priva di obiettivi eppure che trasuda piacere, erotismo, suadenti promesse. Mondi che rifiutiamo perché non ci piacciono davvero o perché ci attraggono?».
– Fatto sta che sulla Croisette, in questi giorni, non si fa che parlare di lei. Ci ha fatto il callo o la cosa la emoziona ancora?
«Sono passati dieci anni dalla mia prima volta, ma lo stato d’animo è identico. Non è una cosa a cui ci si abitui. Che il tuo film venga selezionato tra migliaia di candidati è già un riconoscimento enorme. Rappresentare poi l’Italia è una responsabilità e un onore che condivido con tutta la troupe: uomini e donne appassionati che mi hanno permesso di trasformare in immagini le mie fantasie».

 – Maligni insinuano che lei sia il cocco di Gilles Jacob e Thierry Fremaux, capi di Cannes...
«Non esiste proprio. Quando hai gli occhi di tutto il mondo addosso, certi favoritismi sono impensabili. Le insinuazioni fanno parte del gioco. In fondo, il festival è un grande circo. Uno spettacolo rutilante. Ricordo ancora la meraviglia della prima passeggiata sulla Croisette con Toni Servillo e le nostre mogli. Oggi, forse, il mio sguardo è un po’ più disincantato. Alla Jep Gambardella, diciamo».

È questa la chiave di lettura de La grande bellezza. Davanti agli occhi di Jep, 65 anni, giornalista e scrittore (di un solo geniale romanzo, quarant’anni fa) passano politici, dame dell’alta società romana, parvenu, criminali con il colletto bianco, giornalisti, attori, nobili decaduti che si fanno noleggiare come una limousine, alti prelati troppo inclini alla mondanità, artisti, intellettuali veri o presunti. Tutti tessono trame di rapporti inconsistenti, fagocitati da quella babilonia disperata che si agita tra magioni antiche (stupenda la scena di Palazzo Spada, con la falsa prospettiva della galleria di Borromini), ville sterminate e le più belle terrazze della città. Compresa quella della casa di Jep, di fronte al Colosseo. Ci sono dentro tutti e non fanno una bella figura. Jep, dolente, assiste alla sfilata di un’umanità vacua, disfatta dal gin tonic. Addosso sente la fatica di una vita travestita da divertimento. L’atonia morale dà le vertigini. Perché Roma d’estate, dal tramonto all’alba, può essere di una bellezza stordente. Non è film per tutti. Certe scene sono forti e l’atmosfera richiede maturità di giudizio. Ma le immagini, meravigliose, fanno da sfondo alle convincenti interpretazioni di uno stuolo di attori, spesso reinventati. Su tutti, un Carlo Verdone drammatico mai visto.

– Sorrentino, lei non è un moralista. Ma dal suo film emerge un forte giudizio morale... «Non volevo puntare il dito. Le feste del film sono anche attraenti, pazze. In realtà, più divertenti di quelle vere a cui sono stato. È rimasto il dato essenziale: il fatto che tutti ci vanno per mostrarsi ma nessuno poi ascolta nessuno. È così che si spiega la nostra vita pubblica, all’insegna del rancore, dell’intolleranza, della sistematica denigrazione dell’altro per giustificare la propria mediocrità».

– Qual è il sentimento di fondo del film?
«Gli ultimi vent’anni, in Italia, sono stati un incredibile spreco di tempo e bellezza, di occasioni di vita. Una bolgia di distrazioni da cui sembra ogni volta che debba nascere chissà che cosa. Poi, invece, non cambia nulla».

 – È vero che i primi a complimentarsi con lei per il film sono stati Scola e Rosi?
«A Scola è piaciuto come ho filmato Roma. Rosi mi ha detto che il mio “è un film coraggioso”. Detto da uno che di coraggio ne ha avuto tanto, è una bella soddisfazione».

Qui sotto il trailer ufficiale del film:


 
 
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