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venerdì 21 giugno 2024
 
politica
 

Sostenere la natalità: il ruolo chiave del mondo del lavoro

08/11/2023  Il 7 novembre è stato sottoscritto da 100 aziende il "Patto per le imprese responsabili in favore della maternità", lanciato dal ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità. Una buona iniziativa, a parte un dettaglio (di Francesco Belletti, direttore del Cisf)

Appare di grande rilevanza il lancio del “Patto per le imprese responsabili in favore della maternità”, promosso con un convegno organizzato a Roma martedì 7 novembre da Eugenia Roccella, Ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, dando seguito ad un’idea già lanciata a marzo 2023. Il Patto è già stato sottoscritto da almeno 100 imprese di ogni dimensione, che in vario modo intendono promuovere direttamente la natalità attraverso un concreto impegno di trasformazione dei propri processi operativi interni, che proteggano la maternità. In particolare sottoscrivendo il Patto le imprese e le organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori si impegnano a produrre un contesto favorevole alla maternità e concrete prestazioni di welfare integrativo a suo sostegno [su...] tre ambiti di comportamento aziendale: il favore per la continuità di carriera delle madri; le iniziative di prevenzione e cura dei bisogni di salute; l’adattamento dei tempi e modi di lavoro insieme al sostegno alle spese per la cura e l’educazione dei figli. Il complesso di questi comportamenti definisce l’identità di una impresa-comunità, protagonista del cambiamento culturale che muove dalla attenzione alle persone nella loro integralità e dalla consapevolezza della vitale funzione sociale della maternità”. Gli aspetti positivi di questo Patto sono molteplici.

  • In primo luogo affida l’emergenza demografica non solo alle sole scelte generative dei giovani o agli interventi diretti dello Stato, ma coinvolge in modo responsabile (socialmente responsabile, per meglio dire), anche il mondo del lavoro, che è parte cruciale dello sviluppo del Paese. Anche le migliori leggi non possono fare granché, se la cultura aziendale rimane ancorata a modelli vetero-industriali, per cui la maternità sarebbe un evento dannoso per la produttività della lavoratrice e dell’azienda. Sono le direzioni del personale (HR), sono gli imprenditori, sono i meccanismi interni di sviluppo delle carriere che devono cambiare prospettiva, con modelli di flessibilità e di conciliazione capaci di tenere insieme progetti di vita familiare e impegno aziendale. Le sempre più numerose buone pratiche di work-life balance oggi presenti in Italia lo confermano – sono anche efficienti e produttive -, ma, come ricorda lo stesso Patto, è tempo di metterle a sistema.
  • Strumento strategico di questa nuova logica è il welfare aziendale (che il Patto quindi valorizza), che deve però caratterizzarsi sempre più in termini di welfare familiare, sostenendo maggiormente le funzioni di cura delle famiglie, armonizzando i momenti in cui i passaggi di vita familiare e i percorsi di sviluppo professionale rischiano di non coincidere. I tempi di vita dei lavoratori sono lunghi, e alle imprese “conviene aspettare” la lavoratrice, magari concedendo uno o due anni di impegno parziale in occasione della maternità, in vista di un rientro successivo ancora più motivato e convinto.
  • Nel complesso, il Patto è interessante perché mette al centro il lavoro, come risorsa centrale nei progetti di vita delle giovani coppie e delle giovani madri, e come punto maggiormente critico oggi, per le nuove generazioni. La natalità potrà trovare rinnovato slancio solo se i giovani potranno confidare in opportunità lavorative “sufficiente buone”: non ipergarantite, ma almeno “decenti”, sia in termini di livelli retributivi, sia in termini di continuità/stabilità del rapporto di lavoro. Anche su questo ambito, oltre alle politiche pubbliche, le aziende devono e possono fare la loro parte.

Ci si consenta un’ultima considerazione, se non critica, quantomeno integrativa dell’orizzonte fissato dal Patto, che riguarda la scarsa considerazione del ruolo dei lavoratori maschi (padri) in questo ambito: la parola “padre/padri” non è infatti presente nel testo, e solo quando si parla di congedi/aspettative di “maternità/paternità” emerge il ruolo dei padri. È vero che questo documento è intenzionalmente ed esplicitamente concentrato sulla “maternità” in quanto tale, anche nel titolo stesso, e che quindi ha a che fare essenzialmente – in modo molto opportuno - con le pari opportunità e con la promozione delle donne/madri, ancora troppo penalizzate in ambito lavorativo. Siamo, però, convinti che il rilancio della natalità debba passare necessariamente anche da una maggiore consapevolezza, responsabilizzazione e coinvolgimento dei lavoratori padri. Sarebbe paradossale vedere gli strumenti di flessibilità aziendale per la natalità disponibili solo per le madri, senza aiutare anche i padri nel “tornare a casa” – ne sarebbero svantaggiate in primis proprio le donne. Un umile suggerimento, in vista delle possibili prossime rivisitazioni del Patto. Che speriamo divenga davvero l’innesco per aziende e lavori “a misura di maternità”, quindi anche “a misura di famiglia”.

 
 
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