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domenica 19 maggio 2024
 
 

Dossier: spari mentre il Governo giura

28/04/2013  Il gesto di un folle che, però, si inserisce in una grave crisi economica e sociale. Quali sono i rischi e le risposte da dare per fermare la violenza.

E' successo tutto i ministri del governo Letta stavano giurando al Quirinale, nel Salone delle Feste. Un uomo, Luigi Preiti, 49 anni, un calabrese di Rosarno, residente in Piemonte, inizialmente definito come "squibrato", ma in realtà disoccupato e con gravi problemi familiari, vestito con giacca e cravatta, ha sparato davanti a Palazzo Chigi - sede della presidenza del Consiglio - colpendo due carabinieri: il brigadiere Giuseppe Giangrande, 50 anni, è stato colpito alla gola da due colpi ed è ricoverato all'Umberto I, in prognosi riservata ma non in pericolo di vita. L'altro militare dell'Arma, Francesco Negri, 30 anni, appuntato, è stato colpito ad entrambe le gambe. L'uomo ha esploso diversi colpi di pistola e in seguito, dopo l'arresto e con le manette ai polsi, ha dichiarato: «Puntavo ai politici». Il fratello Arcangelo ha smentito che l'attentatore abbia mai sofferto di patologie psichiatriche.

Secondo prime informazioni, i due carabinieri non sarebbero in pericolo di vita. L'area intorno a palazzo Chigi è stata completamente transennata dai Vigili Urbani. Bandoni sono stati srotolati in via del Corso e il traffico è bloccato. Dietro le transenne sono centinaia le persone che si sono assiepate: scattano fotografie e cercano di sapere cosa sia accaduto. All'interno del perimetro delimitato è un continuo via vai di ambulanze e forze dell'ordine. «Ad un primo esame degli eventi la vicenda può essere ricondotta a un gesto isolato sul quale comunque sono in corso ulteriori accertamenti», ha detto il neo ministro dell'Interno Angelino Alfano. «La situazione generale dell'ordine pubblico nel Paese non desta preoccupazioni" ha proseguito, confermando che "comunque sono stati rafforzati i controlli presso gli obiettivi a rischio».

Le prime immagini dopo la sparatoria davanti a Palazzo Chigi, sede del Governo, tratte da un servizio di SkyTG24:

Il profilo dell'attentatore -  Ha 46 anni, è originario di Rosarno, in Calabria, ma risiede ad Alessandria dove fa il muratore. Luigi Preiti, lo sparatore arrestato domenica mattina dopo aver fatto fuoco davanti a Palazzo Chigi ferendo due carabinieri, aveva un matrimonio fallito alle spalle. Sulle prime si è detto che era uno squilibrato con problemi mentali. Poi il fratello Arcangelo Preiti ha smentito questa notizia: «Fino a ieri mattina mio fratello era una persona lucida e intraprendente. Lui viveva a Predosa, poco lontano da me. Ha perso il lavoro e si è separato dalla moglie, è padre... Problemi psichici? No, no... Da 46 anni a questa parte no...», ha detto. Secondo la ricostruzione delle forze dell'ordine, Preiti, vestito in giacca a cravatta, intorno alle 11.30 è arrivato in piazza Colonna all'angolo tra Palazzo Chigi e il palazzo sede del quotidiano Il Tempo. L'uomo ha cominciato ad urlare: «Sparatemi sparatemi», ma poi ha tirato fuori la pistola e ha cominciato a sparare contro il cordone di sicurezza nella piazza formato dai carabinieri. «Sparava come se fossero birilli», racconta un testimone oculare. Il primo carabiniere è stato colpito a distanza ravvicinata alla gola. Poi l'attentatore ha continuato a sparare contro gli altri militari ferendone almeno altri due. I carabinieri feriti sono il brigadiere Giuseppe Giangrande, di 50 anni, e il carabiniere scelto Francesco Negri, di 30. Sia il brigadiere sia l'appuntato sono effettivi al Battaglione Tuscania e non sono in pericolo di vita.

Preiti era in pesanti difficoltà economiche. La piccola impresa edile a Predosa, nell'alessandrino, l'aveva chiusa da poco a causa dei conti in difficoltà. A Rosarno, in Calabria, dov'era tornato circa tre anni fa e dove hanno casa i suoi genitori, viveva di impieghi saltuari in alcuni cantieri. Poi i debiti, ingrossati dalla febbre per il gioco, soprattutto per il videopoker, che sembrava averlo travolto di recente. Infine, la separazione dalla moglie Ivana D'Anna che si è detta "sconvolta". Tra i due, in ogni caso, i rapporti erano quasi inesistenti. L'ultima volta che si erano visti risale alla primavera scorsa in occasione della Prima comunione del figlio.

                                                           a cura di Pino Pignatta e Antonio Sanfrancesco

Il dramma che si è svolto fuori Palazzo Chigi, mentre nella sala degli specchi era in corso il giuramento del nuovo governo Letta, sarà pure un "gesto isolato" come ha affermato il neotitolare del Viminale Angelino Alfano. E sarà certamente vero che il "monitoraggio dell'ordine pubblico in Italia non desta preoccupazione" come ribadito sempre da Alfano nella conferenza stampa seguita agli eventi. E tuttavia il gesto di Luigi Preiti, disoccupato calabrese, che ferisce due carabinieri e tenta addirittura di suicidarsi senza riuscirci, pare qualcosa in più dell'atto "eclatante" (parole sue)  di un uomo esasperato. Ci sembra invece la spia, l'ennesima, di un silenzioso dramma sociale che è in atto, strisciante, tra le pieghe di questo Paese.

I numeri, come si sa, non fanno lo stesso  rumore degli spari. Eppure quelli dell'Istat descrivono un Paese dal battito sempre più debole. E' un urlo silenzioso offerto dalla statistica, che la politica ha fin qui ignorato. Eccoli i numeri di questo "dramma nel dramma".

Nel 2012 il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito del 2,1% e tra gennaio e marzo 2013 è calato ancora del 3,2% sul quarto trimestre del 2011. Se si tiene conto dell’inflazione, nel 2012 le famiglie hanno avuto un borsellino più leggero del 4,8%, che si è assottigliato ulteriormente nell'ultima fase dell'anno (-5,4% nei confronti del quarto trimestre del 2011). Il potere d'acquisto non cresce perché le retribuzioni contrattuali restano ferme. Bloccate. Solo + 0,5% in gennaio 2013 rispetto a dicembre. Meno soldi per acquistare, meno consumi, dunque meno domanda per le imprese. Una autentica spirale recessiva.

Il risultato? Nell'ultimo anno il nostro sistema industriale ha visto crollare la produzione, contrarsi l'export, e chiudere 200 imprese ogni giorno. E l'attesa media di un lavoratore per vedere rinnovato il proprio contratto (e dunque vedere adeguato il proprio salario) è arrivato alla cifra record di 27,4 mesi.

Comunque sia questo dramma economico  e sociale non nasce ieri. Se si guardano le dinamiche di più vasto periodo ci si accorge che sul fronte lavoro il numero di disoccupati è cresciuto da 1 milione 340 mila del 1977 a 2 milioni 744 mila nel 2012. Un autentico raddoppio. Tradotto: il tasso di disoccupazione è passato dal 6,4% del 1977 al 10,7% del 2012.

Il dramma nel dramma in questo caso è concentrato sul fronte giovani. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni è salito dal 21,7% del 1977 al 35,3% del 2012. Un record che ci avvicina ai partner europei maggiormente in difficoltà, Spagna e Grecia su tutti. L’aumento ha coinvolto sia gli uomini sia le donne: per i primi, il tasso è cresciuto dal 18,1% al 33,7%, per le seconde dal 25,9% al 37,5%.

Questi numeri svelano che una vera e propria "guerra generazionale" si è sviluppata senza che ce ne accorgessimo negli ultimi 35 anni. Il divario tra il tasso di disoccupazione dei 15-24enni e quello complessivo è andato progressivamente allargandosi dai 15,3 punti del 1977 ai 24,6 del 2012.  L'Italia ha protetto i lavoratori maturi, spesso unico cespite di reddito delle famiglie italiane - data l'atavica lentezza dell'occupazione femminile - mentre si è trascurato il lavoro giovanile. La politica ha provato a riformare le regole in entrata sul mercato del lavoro, introducendo contratti più flessibili, ma nessuna normativa può creare da sola posti di lavoro se l'economia batte in testa.

Ultima notazione: i divari di un Paese sempre più diviso si allargano ulteriormente se lo sguardo si sposta su scala territoriale. Nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione ha registrato l’incremento maggiore passando dal 28,3% al 46,9%, al Nord il tasso è salito dal 17,5% all’attuale 26,6%.


Il neo ministro all'Economia Fabrizio Saccomani ha dichiarato sui giornali di stamattina di volere "coinvolgere le banche, le imprese e i consumatori in un grande patto, capace di rimuovere quel "fattore di incertezza psicologica" che finora ha ingessato tutti questi soggetti". Lo faccia. Il Palazzo batta un segno presto. Quel che è accaduto mentre il ministro Saccomanni giurava con i suoi colleghi nelle mani del Capo dello Stato, e quel che dicono le cifre su reddito e lavoro, non danno molto tempo per agire.
Francesco Gaeta

Mimmo Franzinelli, storico, esperto di terrorismo e servizi segreti deviati.
Mimmo Franzinelli, storico, esperto di terrorismo e servizi segreti deviati.

«Il dato che mi sembra positivo è che questa volta non mi sembra che siano coinvolti i servizi segreti. E per l’Italia non è poco». Mimmo Franzinelli, storico, esperto di terrosimo e servizi deviati considera la sparatoria avvenuta davanti a palazzo Chigi «il gesto di una persona bordeline. Un problema importante capire se è dietro a questi personaggi possono esserci dei servizi oppure no. Io credo che sia evidente, in questo caso, che chi ha sparato ha fatto da solo. In altri è evidente che i servizi segreti sono a conoscenza di alcune operazioni “criminali” e le pilotano oppure le controllano senza fermarle».

Cosa pensa sia successo?

«Ci sono momenti storici di transizione nei quali ci sono diffusissime insicurezze. In questi momenti escono allo scoperto personaggi “borderline” che in un momento di follia vogliono sentirsi protagonisti di qualcosa anche se non sanno bene di che cosa. Anche se isolati possono però essere pericolosi. Guardando insietro nella storia a me viene in mente l’incendio del Reichstaig in Germania del 1933. Incendio appiccato da uno squilibrato – in quel caso sembra anche strumentalizzato- che portò alla sospensione dei diritti civili».

È un caso che abbia sparato mentre era in corso il giuramento dei ministri?

«Non credo proprio. Nella sua mente distorta c’era la volontà di diventare protagonista, di incidere in modo pesante sulla realtà quindi ha scelto molto bene la data e il luogo. È una follia lucida».

Quali sono adesso gli errori da non fare?

«Sicuramente non bisogna dare la responsabilità a qualche politico che nei giorni scorsi ha evocato la piazza. Questo significherebbe continuare, in altro modo, una contrapposizione pesante, cruenta e negativa. È chiaro che la tensione non parte dalla politica, ma parte dall’economia e dalla società, dal disagio, dalla disoccupazione e, infine, investe la politica. In questo bailamme è evidente che c’è qualcosa che ha sollecitato la persona bordeline al suo atto. Adesso però prendersela gli uni contro gli altri sarebbe scorretto e peggiorerebbe la situazione, allargarebbe la distanza con i cittadini».

Quali risposte dare?

«La politica deve dare delle risposte ferme, sobrie, non sopra le righe. Non bisogna assolutamente dare risposte di militarizzazione né della società né della capitale. La risposta non deve essere sul terreno dell’ordine pubblico o nella diminuzione delle libertà di espressione e movimento. Le istituzioni non si devono far vedere spaventate e impreparate. Ci vuole una risposta che rafforzi il sentimento di cittadinanza, di appartenenza. Sarebbe auspicabile che i politici, e certi politici in particolare, cominciassero a far pulizia all’interno dei propri partiti».

C’è una corresponsabilità della politica?

«Ci sono corresponsabilità in tutti quei politici che rubano approfittando della loro posizione perché screditano le istituzioni, seminano il qualunquismo. Gesti del genere nascono in questo contesto. Ripeto, è rassicurante che, almeno in questo momento, non ci siano giochetti dei servizi segreti e per l’Italia, visto il nostro passato, non è poco. Adesso i politici devono fare la loro parte, cioè isolare al loro interno chi ruba e chi mangia a spese nostre. Non farlo è il sistema migliore per seminare la sfiducia, la frustrazione, la rabbia e fomentare i gesti isolati».

                                                                                                          Annachiara Valle







Uno dei carabinieri feriti a Roma (Ansa).
Uno dei carabinieri feriti a Roma (Ansa).

Avete mai fatto caso a quanto succede nei cinema? Finché la vicenda scorre normalmente, molti nel pubblico chiacchierano come se niente fosse. Appena nel film qualcuno spara, il chiacchiericcio si interrompe e il pubblico, compatto, presta finalmente attenzione alle storia. E' infantile, roba da bambini che si tacciono quando la maestra batte e mani e non prima, ma è così. Ed è lo stesso meccanismo scattato nelle scorse ore dopo che Luigi Preiti ha sparato contro i carabinieri di guardia alla sede del Governo, a Roma.


Perché in momenti come questi, tutti prendono finalmente coscienza di che cosa esattamente sono le istituzioni e gli uomini che, in qualunque ruolo, per esse lavorano: la barriera, l'unica credibile che abbiamo saputo costruire, contro la banalità e la pervasività del male. 

Chi ha frequentato la Rete in queste settimane l'ha trovata debordante di pensieri aggressivi, anzi violenti. Di insinuazioni. Di incitamenti a prendere la giustizia (quale?) nelle proprie mani (di chi?). E' il rivolo di incoscienza che fa da sponda puntuale alle bordate dei politici e delle personalità pubbliche, che fin troppo spesso evocano scenari allarmanti (gente in strada armata di doppiette o di bastoni) senza mai valutare il potere evocativo di certe immagini e, in ogni caso, senza mai prendersi la minima responsabilità se poi qualcuno, disturbato o no che sia, traduce in corpo e sangue le loro fantasia.

Ma torniamo ai comuni cittadini, cioè a noi stessi. A questi cowboy della Rete è mai capitato di avere un problema? Di subire un furto o avere un incidente d'auto? O anche solo di uscire di casa sperando di trovare i negozi aperti, le banche funzionanti, i treni che vanno? Ecco, in quei momenti dovremmo ricordarci che tutto ciò non accade per miracolo o perché il popolo è tanto onesto e buono, ma perché ci siamo dati, con tanti sacrifici, le istituzioni.

I carabinieri feriti davanti alla sede del Governo sono colleghi di Tiziano Della Ratta, 35 anni, il carabiniere ucciso in Campania durante una rapina; e colleghi pure di quei carabinieri che hanno scoperto il colpevole di un delitto avvenuto a Pavia. Altro che la giustizia del popolo. 

Fulvio Scaglione



Cecile Kyenge, 49 anni, è il primo ministro di colore nella storia della Repubblica (Ansa).
Cecile Kyenge, 49 anni, è il primo ministro di colore nella storia della Repubblica (Ansa).

Poteva mancare l'attacco della Lega Nord al primo ministro di colore nella storia della Repubblica, il giorno stesso del giuramento davanti al Presidente Napolitano, senza neppure aspettare di vederla all'opera? E cioè con un intervento, quello del segretario leghista Matteo Salvini, che è il peggiore dei razzismi possibili? Nonostante questo, il neo ministro dell'Integrazione, Cecile Kyenge, 49 anni, ha giurato al Quirinale, nel Salone delle Feste, con grande dignità e concentrazione, senza troppo  curarsi delle sparate leghiste.

La Kyenge è nata a Kambove, in Congo, è laureata in Medicina e Chirurgia ed è medico oculista. Modenese, vive a Castelfranco dell'Emilia
, ed è da tempo impegnata in politica, prima nei Ds, poi nel Pd. Già responsabile regionale per l'immigrazione nel Pd, è consigliere provinciale a Modena, ed è stata eletta deputata con le elezioni politiche dello scorso febbraio.

Già prima donna di origine africana a sedere in Parlamento, la neo ministra dell'Integrazione è sposata e madre di due figlie. Nel 2004 era stata eletta in una circoscrizione del comune di Modena per i Democratici di Sinistra, prima di essere nominata responsabile provinciale del Forum della Cooperazione Internazionale e immigrazione. Dal settembre 2010 è portavoce nazionale della rete Primo Marzo per cui si occupa di promuovere i diritti dei migranti e i diritti umani. Esperienza e competenza su queste tematiche spiegano dunque la scelta del presidente del Consiglio Enrico Letta di nominare Cecile Kyenge ministro dell'Integrazione.

Tra i suoi diversi impegni, la promozione e il coordinamento del progetto "Afia" per la formazione di medici specialisti in Congo in collaborazione con l'Università di Lubumbashi. Lo scorso 8 marzo, proprio nel giorno della Festa della Donna, la deputata del Pd e neo ministro era stata raggiunta da insulti razzisti rivolti su Facebook da un esponente della Lega Nord. Sempre a marzo Kyenge è stata una dei quattro firmatari - oltre a Pierluigi Bersani, Khalid Chaouki e Roberto Speranza - della proposta di legge depositata alla Camera sul riconoscimento della cittadinanza agli immigrati, uno degli otto punti che lo stesso Bersani aveva proposto per il Governo. La proposta di legge contempla il riconoscimento della cittadinanza per chi nasce in Italia da stranieri residenti da almeno 5 anni e della possibilità di richiederla anche per chi non è nato in Italia ma vi è cresciuto.

                                                                                                                  Pino Pignatta

Beppe Grillo durante una manifestazione del Movimento 5 Stelle a Roma (Ansa).
Beppe Grillo durante una manifestazione del Movimento 5 Stelle a Roma (Ansa).

Ore 12.37. Luigi Preiti ha da poco fatto fuoco davanti a Palazzo Chigi, i due carabinieri feriti vengono trasportati in ospedale e al Quirinale mentre il giuramento del governo Letta è agli sgoccioli piomba la notizia della sparatoria. In Rete inizia il gran ballo dei commenti e delle reazioni. Su tutto, la solidarietà per i militari colpiti. Ma anche pericolose analisi. Sul blog di Beppe Grillo un certo Enrico scrive: «Ed ecco che dal nulla compare il "solito squilibrato", che osannato come una star prenderà posto su tutte le prime pagine dei vari quotidiani internazionali e non. Sembra un colpo magistrale architettato in modo perfetto. Ottima mossa di questo nuovo governo! Grandi!». Gli fa subito eco, un minuto dopo, Riccardo: «La stagione della strategia della violenza e appena iniziata. Ma almeno fate insediare il governo».
Più tardi, alle 15.10, uno che si firma “P.S.” affonda: «Ben vengano le stragi! Oddio! nulla a che fare con i due carabinieri, s'intende. Ma lo Stato, un certo stato gode di questo: è la strada più breve per arrivare al Grande Fratello, al Controllo. Istituendo un stato di polizia la politica si stacca ancora di più dal popolo frustrato e arrabbiato, attorniato da scorte sempre più numerose tra un po' sarà irraggiungibile ai più. È già successo..questa non è che l'inizio di un replica, si rinnovano gli attori ma le dinamiche sono sempre le stesse».

Su Twitter molti, politici compresi, rilanciano il vecchio adagio «Chi semina vento raccoglie tempesta». Accuse incrociate neanche troppo sibilline. Spesso traversali, secondo lo schema “dico a nuora, perché suocera intenda”. S'affastellano le analisi sociologiche, si fanno improvvidi accostamenti agli anni di piombo, si scava nel profilo dello sparatore. «Uno squilibrato, anzi no», battono le agenzie. «Un disperato che ha perso il lavoro e voleva suicidarsi con un gesto eclatante». Comunque, rassicurano il ministro degli Interni Alfano e il neo Guardasigilli Anna Maria Cancellieri, «si tratta di un gesto isolato, non c'è nessuna regia».
Ma in un'Italia pericolosamente avvitata su se stessa e alla ricerca di uno scatto di reni per uscire dalla crisi le parole, da qualunque parte provengano, vanno maneggiate con cura. Con molto cura. Anche perché c'è sempre il rischio che qualcuno le prenda sul serio. Non è questo il caso, sembra. E in ogni caso speriamo che sia proprio così.
«Voleva sparare sui politici, ma visto che non li poteva raggiungere ha sparato sui carabinieri», fa sapere intanto il pm di Roma, Pierfilippo Laviani, dopo aver interrogato Luigi Prieti. «Ha confessato tutto. Non sembra una persona squilibrata».

Ignazio La Russa
di Fratelli d'Italia scrive su Facebook: «La predicazione dell'odio e dell'abbattimento dell'avversario che si manifesta anche col sistematico disturbo organizzato delle manifestazioni altrui a cui il centrodestra non si è mai accodato, può portare le persone psicologicamente predisposte all'uso criminale della violenza. Scontate le condanne anche sincere di ogni parte politica ma non basta per sentirsi tutti assolti». I toni si alzano, il putiferio aumenta. Molte le accuse, neanche troppo velate, a Beppe Grillo che poco dopo twitta: «Piena solidarietà alle forze dell'ordine e speriamo che sia un episodio isolato e rimanga tale». Poco prima i capigruppo del Movimento 5 Stelle, Crimi e Lombardi, in una nota esprimono solidarietà ai carabinieri e condannano l'atto di violenza.

Evocare la piazza è pericoloso. Sempre. E chi, in questo, è senza peccato tra i politici scagli la prima pietra. Beppe Grillo è solo uno degli ultimi.
A rielezione di Napolitano appena conclusa, dal suo blog evoca il “golpe” e chiama a raccolta tutti davanti a Montecitorio per poi fare dietrofront poche ore dopo per timore di incidenti e violenze: «Ci sono momenti decisivi nella storia di una Nazione», scandisce solenne, «Oggi, 20 aprile 2013, è uno di quelli. È in atto "un colpo di Stato" (*) Pur di impedire un cambiamento sono disposti a tutto. Sono disperati. Quattro persone: Napolitano, Bersani, Berlusconi e Monti si sono incontrate in un salotto e hanno deciso di mantenere Napolitano al Quirinale, di nominare Amato presidente del Consiglio...». Menomale per l'asterisco dopo “colpo di Stato”, ma le parole sono pietre. «Se falliamo, ci sarà la violenza nelle strade», spiegò l'8 marzo scorso il comico un'intervista al Time. Il 6 aprile scorso ai funerali dei tre suicidi di Civitanova Marche la gente gridava: «Assassini, questo è un delitto di Stato», e giù fischi alla presidente della Camera Boldrini.

Una stagione ad alta tensione come tante altre nella storia italiana. Nel 1993, in piena Tangentopoli, al grido di “boia chi molla” alcuni neofascisti presero d'assalto Montecitorio spaccando anche una vetrata d'ingresso: «Ma quale, ma quale / immunità parlamentare / il popolo, il popolo / vi deve giudicare». In Aula, intanto, il clima non era meno infuocato. «La smettano con queste buffonate, la smettano...», era il richiamo dell'allora presidente della Camera Giorgio Napolitano a Luca Leoni Orsenigo da Cantù, il deputato leghista che il 16 marzo del 1993 sventolava il cappio durante un discorso del presidente del Consiglio Giuliano Amato.

In occasione del varo della legge sulla par condicio qualche anno Forza Italia e An strillarono: «È in corso un vero e proprio colpo di Stato!». E il leghista Luigi Perruzzotti: «Voi volete introdurre in Italia un regime totalitario! Non so se arriveranno anche i carri armati ma i segnali ci sono già. Noi non permetteremo che s'instauri un regime comunista!». Alla vigilia delle elezioni amministrative dell'aprile 2008 Umberto Bossi arringava i suoi sulle schede elettorali appena stampate: «È una vera porcata, se necessario imbracceremo i fucili contro la canaglia centralista romana», rea di aver pensato, tuonava il Senatur, «all'estremo inghippo delle schede, confuse, che inducono in errore l'elettore».

Antonio Sanfrancesco

 
 
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