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mercoledì 20 ottobre 2021
 
 

Francia e nucleare, chi spia paga

14/11/2011  Condannata la francese EDF per attività di spionaggio nei confronti di Greenpeace. L'azienda violò la rete informatica rubando oltre 1.400 documenti dai computer degli ambientalisti.

Non sono tempi felici per il nucleare in Francia. Dopo Fukushima l'entusiasmo per questa fonte di energia si è raffreddato anche Oltralpe e pochi giorni fa è arrivata anche la condanna di EDF, il più grande produttore di elettricità al mondo nonché proprietario dei 58 reattori nucleari francesi, per complicità in attività di spionaggio ai danni di Greenpeace Francia. La Corte ha condannato l'azienda a pagare all’organizzazione ambientalista 500 mila euro di risarcimento per danni morali, oltre a una multa di un milione e mezzo di euro. Sono stati anche condannati, dai due ai tre anni di reclusione, quattro persone tra cui due alti dirigenti. Nel 2004 EDF aveva assunto un hacker e un investigatore privato per scoprire cosa tramasse l’organizzazione ambientalista per protestare contro il suo progetto di un nuovo impianto nucleare Epr a Flamanville, in Normandia. L'Epr, il reattore di terza generazione, ora in costruzione (anche Enel ci sta lavorando) è lo stesso modello di centrale che i francesi volevano vendere all’Italia quando Berlusconi e Sarkozy andavano ancora a braccetto.


EDF, dunque, violò la rete informatica dell'organizzazione rubando oltre 1.400 documenti dai computer degli ambientalisti. Protagonisti un ex poliziotto e un ex contrammiraglio che ricorsero a una società di intelligence economica, diretta da un personaggio singolare, un ex parà passato attraverso i Servizi segreti, che si serviva di un hacker che vive in Marocco. Il gioco gli riuscì, salvo poi venire scoperti. Un fatto tanto più grave in quanto EDF non è una società privata, ma è controllata dallo Stato per oltre l’80% del capitale. “Siamo molto soddisfatti dell’esito di questa sentenza; per una volta l'industria nucleare è costretta a pagare le conseguenze del credersi al di sopra della legge – commenta Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia - Il fatto che questa industria si sia ridotta all’uso di tecniche illegali per contrastare un movimento di opinione che ha sempre operato in modo pacifico e all’interno delle regole democratiche, dimostra ancora una volta che non è in grado di difendere la scelta nucleare in altro modo.”


La Francia, d'altronde, non è nuova ad azioni di spionaggio ai danni di Greenpeace. Nel 1985 i Servizi segreti affondarono con due bombe la nave ammiraglia, Rainbow Warrior, ormeggiata nel porto neozelandese di Auckland, dove era impegnata in una protesta contro i test atomici. Nell'attentato, il primo mai verificatosi in Nuova Zelanda, morì il fotoreporter Fernando Pereira. Dopo due mesi di indagini da parte della polizia, Le Monde annunciò che l'ammiraglio Lacoste e il ministro della difesa Charles Hernu erano al corrente dell'operazione di sabotaggio e forse l'avevano ordita. Due giorni dopo l'ammiraglio venne destituito e il ministro diede le dimissioni. Il primo ministro ammise la responsabilità in un drammatico discorso alla televisione: la nave era stata affondata da agenti segreti per ordine del governo francese, che pagò 7 milioni di dollari a Greenpeace come risarcimento, con scuse ufficiali alla Nuova Zelanda e un'indennità alla famiglia di Pereira.

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