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domenica 14 agosto 2022
 
 

Stevenson, grande come il più grande

13/06/2012  È morto a soli 60 anni Teofilo Stevenson, il pugile cubano mai passato al professionismo ma da molti considerato all'altezza di Mohammed Alì.

E’ morto di cuore ad appena sessant’anni, compiuti il 26 marzo, dopo essere sopravvissuto ad alcuni attacchi che forse sarebbero stati letali per chiunque altro, Teofilo Stevenson, cubano di origini giamaicane,  per molti  esperti di boxe il più grande pugile mai esistito. Ha vinto fra i pesi massimi tre edizioni consecutive dei  Giochi olimpici: Monaco 1972, Montréal 1976, Mosca 1980.

Ecco qui sotto il video di un match di Teofilo Stevenson alle semifinali dei Giochi Olimpici 1972 a Monaco, in Germania
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Avrebbe vinto anche a Los Angeles 1984, ma Cuba boicottò quell’edizione olimpica, unendosi all’Urss e al blocco filosovietico nel rispondere al boicottaggio statunitense di quattro anni prima verso  Mosca 1980. Così Stevenson deve spartire il record di tre medaglie d’oro, e consecutive,  con lo zingaro ungherese Laszlo Papp, vincitore in tre diverse categorie ai Goochi del 1948, 1952 e 1956, e con un altro cubano, Felix Savon, suo allievo, peso massimo, olimpionico nel 1992, 1996 e 2000.

Stevenson, famiglia povera, quattordici fratelli, divenne pugile dall’età di undici anni, dopo essere stato da piccolino giocatore di basket e di baseball, pugile con tutte le benedizioni del padre ex boxeur. Presto cominciò a liquidare di norma gli avversari in pochi minuti, anche pochi secondi. Ai Giochi di Monaco 1972 il rumeno Ion Alexe, finalista contro di lui, si inventò un dito rotto e un’ingessatura pur di non salire sul ring per il gioco del probabilissimo massacro. 

Le vittorie di Teofilo erano così perentorie, il suo talento era così evidente, la sua forza era così assoluta che chi sapeva di boxe lo sapeva anche teorico campione del mondo assoluto. Ma gli atleti cubani erano votati (e anche costretti) al dilettantismo di Stato, da che (1959) Castro aveva tolto l’isola a Batista, dittatore fantoccio degli statunitensi, sbattendola contro immani e non ancora risolti problemi di sopravvivenza ma anche dando alla sua gente una dignità forte e una istruzione esemplare, almeno per i parametri di tanta America Latina. 

Dagli Usa arrivò a Stevenson e implicitamente al Governo castrista un’offerta di 5 milioni di dollari se il grande campione fosse passato al professionismo e si fosse battuto per il titolo mondiale contro Cassius Clay. Lui rifiutò. Votato a Fidel Castro, parlò di otto milioni di cubani da non tradire. Rimase a fare l’icona di uno sport di Stato, di un culto della leadership politica attraverso lo sport. Fu premiato con impieghi onorifici, lauree ad honorem.

Due altri grandi campioni cubani lo hanno avvicinato in questa simbiosi col potere. Alberto Juantorena, podista dei 400, detto uomo-cavallo,  grande dignitario del governo castrista, e Ana Fidelia Quirot, podista degli 800. Ana Fidelia in casa sua fu vittima di un terribile incidente domestico, le fiamme di una bombola del gas le distrussero il viso, le ustioni le fecero perdere il bimbo che portava nel ventre. I medici cubani le ricostruirono il volto, non i muscoli per sorridere, e lei appariva triste anche quando ai Mondiali di atletica, due anni dopo, nel 1997 ad Atene, vinceva l’oro.

Pure Teofilo Stevenson  patì, nella cucina di casa sua, un incidente analogo, era il 1978, ne uscì meglio.  Stevenson era alto 197 centimetri per 100 chili. Ha disputato  275 incontri,  vincendone  261. Secondo altri calcoli,  sta addirittura a 321-309 (a quattordici anni era già campione nazionale dei giovani). Su 11 incontri ai Giochi olimpici, ne ha vinti 9 per ko. Molto significativa  la sua vittoria, nel 1972 ai Giochi di Monaco, su Duane Bobick, lo statunitense che lo aveva sconfitto due anni prima ai Giochi Panamericani e che sarebbe diventato campione mondiale dei massimi.

Nella fase finale della sua vita di pugile Stevenson patì un aumento eccessivo di peso, sino a 120 chili, da supermassimo per rientrare nei limiti dei massimi si debilitò, venne sconfitto anche dal nostro Damiani, era il 1982. Comunque nel 1984 riuscì a riconquistare il titolo mondiale, dilettantistico si capisce, dei pesi massimi, e la sua collezione di queste medaglie d’oro iridato arrivò a quota  tre. Smise due anni dopo.  Era forte, corretto, sicuro, quasi gentile. Un giornalista italiana in una intervista ovviamente sensazionale gli fece dire senza patire danni che l’incontro più difficile della sua carriera era stato quello per la finale olimpica ai Giochi di Monaco 1972, quando in realtà il suo avversario romeno, terrorizzato, manco era salito sul ring.

 
 
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