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sabato 24 ottobre 2020
 
Firenze
 

In morte del "Principe di Santa Maria Novella" di Firenze, l'operatore sociale diventato clochard, amico dei militari dell'operazione "Strade sicure"

17/10/2020  Era scivolato nell'indigenza ma aveva conservato i suoi modi aristocratici. Con i pochi spiccioli rimastigli offriva il caffè a tutti, a cominciare ai militari. Uno di loro, Aniello, ora lo piange come un fratello

Da sinistra, Aniello Busiello, in abiti civili, e Giuliano Mustafa.
Da sinistra, Aniello Busiello, in abiti civili, e Giuliano Mustafa.

Domenica 11 ottobre un clochard "senza fissa dimora" che viveva alla stazione Santa Maria Novella è morto dopo una crisi respiratoria, come recita lo scarno comunicato di un'agenzia. Dietro quella morte c'è un volto, una vita, una storia di riscatto e di crisi oltre che di un'amicizia vera e sincera. Abbiamo voluto raccontarla.

Lo chiamavano “Il Principe della stazione”. Così era stato ribattezzato Dzuljiano Mustafa dai lavoratori e dai militari in servizio nell’ “Operazione strade sicure” che prestano servizio a Santa Maria Novella, a Firenze. Di quel clochard un po’ speciale erano diventati amici. Il Principe è morto all’ospedale di Santa Maria Nuova, lo scorso lunedì, a soli 43 anni, dopo il ricovero del pomeriggio precedente.

Giuliano (il suo nome in italiano suona così), veronese di origine, aveva trascorso quasi tutta la sua breve vita a Firenze, diventata la sua città. Un’esistenza difficile, come spesso accade ai rom, fatta di povertà, di violenza e di esclusione sociale. E se rom si nasce, spesso da rom si dovrebbe vivere e anche morire, in quei lembi di società che loro riescono a occupare con il proprio corpo e quasi niente di più, in quei luoghi movimentati dove la vita scorre velocemente e dove loro, i sopravvissuti,  rischiano di essere soltanto degli spettatori da evitare, da cui proteggersi.

Quei luoghi (come può essere appunto una stazione ferroviaria) dove la vita che sfila frenetica fa da palcoscenico  a quell’altra vita che spesso non vogliamo neppure vedere; quella degli uomini, donne e a volte anche bambini scartati dalla società, senza una dimora e senza identità; vite insofferenti, come fossero una denuncia della propria esistenza, oppure una profezia da saper cogliere.

Ma Giuliano era riuscito a sottrarsi a quel copione di invisibilità dei campi rom  e aveva trovato lavoro pulendo le vie del centro storico di Firenze. Poi aveva scalato i ranghi in qualità di mediatore linguistico per la sua gente e come operatore sociale con l’arrivo dei profughi  tra il 2014 e il 2018. Aiutava coloro che nella propria storia di vita assomigliavano a lui; aveva un fare dai gesti semplici e nobili allo stesso tempo (da qui il suo soprannome), forse perché la nobiltà d’animo non si può rubare, o perché per una strana ragione le ostriche che crescono nella melma sfoggiano a volte le perle più fini.

Ma la fortuna non è stata benigna con Giuliano. Tre anni fa, con una matrimonio alle spalle, la perdita del lavoro e dell’alloggio è iniziata la sua discesa agli inferi di quella stessa condizione dalla quale aveva voluto sottrarsi. L’angelo dei senzatetto era diventato un senzatetto, aveva trovato riparo alla stazione, nell’angolo vicino ai militari oppure accanto alla fermata dei taxi, tra la gente senza più speranza, tra quella fatta “scarto” che vive  e dorme  nei ricoveri di fortuna. Lui stesso diceva di provare tanta vergogna e grande tristezza per non poter più vedere i suoi due figli nelle condizioni in cui si trovava.

Il “Principe e il Militare”

In quell’uomo dal corpo scarno e dal volto solcato dalla miseria, che dormiva sotto i cartoni in un angolo della stazione di Santa Maria Novella, altri uomini, ma  in divisa, militari addetti alla sicurezza della città avevano scoperto un “Principe”. Comincia da qui la storia di un’amicizia vera che abbatte i muri dell’indifferenza e della diffidenza, quella con il giovane militare Aniello Busiello. «Ho conosciuto Giuliano alcuni anni fa, quando ho iniziato a prestare servizio in stazione», ricorda il soldato dell’ “Operazione strade sicure”. «Era un uomo gentile ed elegante, nonostante la sua povertà e aveva un sorriso così limpido, onesto e una bontà d’animo che ci ha fatto diventare presto amici». Un’amicizia che continua anche quando Aniello si toglie la divisa. «Anche quando non ero in servizio, mi recavo a volte alla stazione per incontrarlo, per portargli qualcosa (vestiti, coperte, abbigliamento intimo, ma anche cibo e acqua). Era un piacere parlare con lui perché non aveva mai rancore o cattiveria e aveva molto da raccontare di sé». Colpiva quella sua gentilezza d’animo e di modi. «Era così gentile che alcune volte la mattina, oppure la sera, mentre eravamo in servizio, veniva a portarci il caffè pagato con i suoi pochi spiccioli. Lo faceva con tutti, anche con le altre persone che dormivano lì alla stazione». Anche da clochard non aveva dimenticato il suo passato di operatore sociale, di angelo. «Era sempre pronto ad aiutare gli altri, sempre sorridente, anche se si poteva intravedere nel suo sorriso quella nota di tristezza, di timidezza. Di lui mi aveva colpito da subito la sua educazione e la sua finezza, ma anche la capacità di saper prendere con ironia la propria condizione. Era una persona umile e allo stesso tempo regale nel suo rapporto con gli altri.

Ciao fratello!

Proprio per questo lo avevamo ribattezzato  “Principe della Stazione”. Con lui potevo parlare in serbo, lingua che avevo imparato, e lo salutavo volentieri dicendogli “ĆAO, BRATE!”, che in italiano significa “Ciao Fratello!”». Riusciva ad avere una grande dignità e umanità pure in quelle condizioni estreme, di enorme povertà, vivendo con quasi niente. Pensando a Giuliano gli occhi di Aniello diventano lucidi.  «E’ morto nel giorno del mio compleanno. Tutti noi militari siamo rimasti profondamente tristi. So che ci mancherà davvero tanto!».

Quello zainetto che non abbandonava mai

Ho chiesto quali sono state le ultime parole di Giuliano, che conoscevo personalmente nei miei pellegrinaggi in stazione, al dottor Samuele Franca, medico del Pronto Soccorso dell’ospedale di Santa Maria Nuova, dove aveva ricevuto i primi soccorsi e dove poi è deceduto. Volevo salvare dall’oblio i suoi ultimi istanti di una povera, regale vita.

Ecco le sue parole, pronunciate da una saletta del pronto soccorso, nel via vai quotidiano di lettighe e infermieri, le trascrivo senza aggiungere altro, perché non hanno bisogno di altro: «Quell’uomo dal fisico già debilitato, scarno ,  non ha potuto resistere alle condizioni in cui era arrivato in ospedale, con gravi problemi respiratori. Il ciclo dei vinti continua in questo nostro mondo sordo, egoista e violento a mietere sempre più vittime. Non aveva con sé nessun documento e soltanto uno  zaino che custodiva gelosamente e che cercava di proteggere da tutti e da tutto perché conteneva tutto quello che possedeva: la foto dei figli e il suo quasi niente per affrontare quei giorni e notti da persona scartata. A chi lo ha conosciuto, a chi ne ha conosciuto l’umanità con la sua fragilità esistente, un abbraccio di cordoglio magari accompagnato dal ricordo di un sorriso come quello della foto che aveva con sè. Che il Signore ci riempia con la sua vera e unica pietà».

I funerali di Dzuljiano a Firenze, il 21 ottobre 2020.
I funerali di Dzuljiano a Firenze, il 21 ottobre 2020.

Aniello depone un fiore sulla sua tomba, dopo la sepoltura.
Aniello depone un fiore sulla sua tomba, dopo la sepoltura.

Dzulijano Mustafa (1977-2020).
Dzulijano Mustafa (1977-2020).

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