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giovedì 17 ottobre 2019
 
Africa e miniere d'oro
 

Storia di un missionario, una miniera d’oro e un arresto non riuscito

04/05/2019  Siamo in Centrafrica, nella remota e poverissima regione che si trova a nord ovest della capitale Bangui. Da gennaio una società cinese comincia a estrarre oro dal fiume che passa nei pressi della missione di Bozoum. Un carmelitano ci mette il naso: va a filmare e fotografare. E così…

Padre Aurelio Gazzera a Bozoum.
Padre Aurelio Gazzera a Bozoum.

Una miniera d’oro alluvionale. Una società cinese che comincia a estrarre. Un missionario che ci mette il naso, e perciò viene fermato e arrestato. Un’ennesima triste storia africana, insomma.

 

Siamo a Bozoum, nella parte nord occidentale della Repubblica Centrafricana. È sabato 27 aprile. Padre Aurelio Gazzera, carmelitano, si avvicina al sito minerario: si tratta del letto di un fiume che passa non lontano dalla sua missione, dove opera da più di vent’anni. A gennaio scorso vi si è installata una società cinese, con grandi macchinari e dovizia di mezzi. Deviano il corso d’acqua, scavano il fondo del corso d’acqua, setacciano e filtrano. E vi tirano fuori oro. È una delle tante concessioni sparse per il poverissimo Paese africano ottenute da società cinesi.

In questa e nelle immagini che seguono il lavoro di estrazione dell'oro nella miniera alluvionale in concessione alla società cinese (tutte le immagini di questo articolo sono di padre Aurelio Gazzera)
In questa e nelle immagini che seguono il lavoro di estrazione dell'oro nella miniera alluvionale in concessione alla società cinese (tutte le immagini di questo articolo sono di padre Aurelio Gazzera)

Padre Aurelio lo aveva già fatto: si avvicina armato di macchina fotografica e telecamera del telefono. Scatta e riprende. E rilancia sul suo blog – seguito ormai da decine di migliaia di persone – quello che ha “catturato” in video e fotografie.

 

Questa volta, però, al momento di andarsene, arriva un militare. Centrafricano, ma al soldo della società mineraria, insieme a un’altra cinquantina che garantiscono la “sicurezza” dell’impresa. Il soldato ferma il missionario e chiama una pattuglia di colleghi. Gli sequestrano cellulare, macchina fotografica, chiavi dell’auto. Gli contestano di aver violato la proprietà privata, ossia il territorio in concessione. Lui dice di no, che nell’area della miniera non è entrato: lo dimostrano le immagini, aggiunge.

 

Detto e fatto, padre Aurelio Gazzera viene fatto salire nella macchina militare e portato in guardina, anzi precisamente alla Brigata Mineraria, il comando dei militari che fanno la guardia al sito di estrazione dell’oro.

Il solito abuso, che tanto spesso avviene in Africa quando qualcuno mette il naso nelle questioni legate alle materie prime preziose.

 

Ma qui avviene l’imprevisto. In meno di un’ora comincia a radunarsi la gente, davanti alla Brigata Mineraria. Padre Aurelio è amato dalla popolazione, oltre che dai suoi parrocchiani. Lui è stato con loro durante i lunghi e difficili anni della guerra civile, cominciata nel 2012. Ha sofferto con loro e ha cercato, attraverso quel suo blog, di far sapere cosa accadeva nella dimenticata Centrafrica. Ha girato in lungo e in largo nel Paese, insieme agli altri leader religiosi cristiani e musulmani, per convincere la gente che il nemico non è chi appartiene a un altro credo religioso ma chi ti impverisce.

 

In breve tempo, davanti alla casermetta, l’assembramento è di 3 mila persone, crescono ancora, forse 4 mila. Urla, slogan, caos. Chiedono la liberazione immediata del religioso.

I militari si arrendono. Padre Aurelio Gazzera viene rilasciato, torna nella sua parrocchia di Bozoum, “scortato” dalla sua gente, che festeggia la sua liberazione.

 

«In città la tensione rimaneva alta», racconta padre Aurelio. «L’assembramento della gente non si scioglieva. C’è molto risentimento verso questa società cinese. La popolazione in certi momenti non può utilizzare l’acqua del fiume, teme che l’ambiente venga devastato e che si utilizzi mercurio per i processi di lavorazione dell’oro. Inoltre, la presenza dell’impresa non ha dato finora benefici in termini di lavoro per i locali. Allora abbiamo deciso di andare con il prefetto dove la gente manifestava, per calmarli e chiedere loro di tornare a casa».

Ma in quel mentre è arrivato anche un drappello di soldati. Ed ecco nuove tensioni. Qualcuno, fra la gente, lancia delle pietre, i militari rispondono imbracciando le armi. Fanno fuoco. Per fortuna non colpiscono nessuno.

 

Finalmente torna la calma. Ma la storia non è terminata.

 

Lunedì 29 aprile la faccenda finisce in Parlamento. Viene chiesto al primo ministro di chiarire l’accaduto. E il Premier nega che ci siano rischi per l’inquinamento e per l’ambiente. Nega pure che si tratti di una concessione di favore, che porta un fiume di denaro alla società privata e pochi spiccioli nelle casse dello Stato. Anzi, conferma le promesse dell’azienda cinese: costruirà scuole e dispensari (che finora non si sono visti).

A una settimana dai fatti, la situazione è la seguente: padre Aurelio non si muove mai da solo e nel piazzale della sua missione c’è una pattuglia di caschi blu (nel Paese è in corso una missione di pace delle Nazioni Unite). Della serie: non si sa mai, qualche precauzione non guasta.

 

«La prossima settimana», conclude il missionario carmelitano, «andrò a Bangui. Il cardinale ha favorito un incontro con il governo per far conoscere meglio la situazione della popolazione e ciò che sta accadendo in questa zona. Spero che l’incontro sia fruttuoso».

Un classico episodio “all’africana”. Emblematico. Ricchezza di materie prime, arrivo di presenze straniere che le sfruttano. Nessun beneficio, anzi pesanti ripercussioni, per la popolazione locale. Poca trasparenza nelle modalità della concessione mineraria. Di sicuro, tanto denaro in ballo.

 

Ma in questa vicenda, in corso nel remotissimo territorio rurale dello sfortunato Centrafrica, c’è una novità positiva: la gente non ci sta, vuole chiarezza, rivendica diritti. E protegge il suo prete. Guai a toccarglielo. Un buon segno. L’Africa cambia.

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