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sabato 23 gennaio 2021
 
 

Storia di un reporter che credeva in Dio

22/08/2014  Jim Foley aveva una fede profonda. Dopo essere stato rilasciato in Libia aveva scritto: "La preghiera è stato un collante che ha permesso la mia libertà, una libertà interiore prima e dopo il miracolo di essere rilasciato" Il cardinale Barbarin: "Recitava tutti i giorni il rosario". La telefonata del Papa ai genitori.

Anche papa Francesco è rimasto impressionato dalla fede della madre del giornalista americano decapitato dall’Isis. Lo ha riferito padre Ciro Benedettini, vicedirettore della Sala stampa vaticana, commentando la telefonata a sorpresa del Pontefice a John e Diane Foley, i genitori di Jim, una famiglia cattolica del New Hampshire molto devota. Fin dai primi momenti, ha colpito l’amore materno di questa donna, che ha scritto su Facebook: «Non siamo mai stati così orgogliosi di nostro figlio. Ha dato la sua vita cercando di rivelare al mondo la sofferenza del popolo siriano. Supplichiamo i rapitori di risparmiare la vita degli altri ostaggi. Sono innocenti, come lo era Jim. Ringraziamo Jim per tutta la gioia che ci ha dato, è stato uno straordinario figlio, fratello, giornalista e persona».

Dalla famiglia Foley, la prigionia di Jim è stata vissuta alla luce della fede, nei giorni successivi al rapimento del novembre 2012, in cui sono stati organizzati momenti di preghiera, fino alla morte. «Sappiamo che ora è nelle mani di Dio» ha subito detto il padre al parroco, una delle prime visite ricevute dopo la diffusione del tragico video. Il papa gesuita è rimasto toccato da una famiglia che proprio con la Compagnia di Gesù aveva un legame particolare. La notizia della telefonata è stata diffusa dal gesuita americano James Martin. Jim si era laureato in storia nel 1996 in un college gesuita, la Marquette University di Milwaukee (Wisconsin), con cui aveva svolto anche vari campi di volontariato.

Lui stesso «era profondamente cattolico», ha ricordato il cardinale Barbarin, tornato dall’Iraq alcune settimane fa dove ha incontrato i cristiani sfollati insieme a una delegazione di vescovi francesi. «Recitava il rosario tutti i giorni e voleva lasciare il giornalismo al termine del suo reportage per dedicarsi al dialogo interreligioso». La fede lo aveva sorretto durante la precedente prigionia di 44 giorni, quando nel 2011 il freelance americano era stato rapito dalle milizie libiche vicine a Ghedaffi. In una lettera alla Marquette University, Jim aveva raccontato quei momenti: «Cominciai a recitare il rosario nello stesso modo in cui avrebbero pregato mia madre e mia nonna. Ogni dieci Ave Maria, recitavo un Padre Nostro; prendeva tempo, quasi un’ora, contavo 100 Ave Maria sulle nocche». La preghiera lo aiutava a sentirsi unito alla madre, che sapeva «avere una grande fede»: «Pregavo che sapesse stavo bene, pregavo di comunicare con lei».

Durante la prigionia, coinvolse pure un’altra freelance americana rapita: «Clare ed io pregavamo assieme ad alta voce. Ci dava energia parlare assieme delle nostre debolezze e speranze, come in una conversazione con Dio, piuttosto che restare soli e silenziosi».  Quando finalmente i carcerieri permisero a Jim di telefonare alla madre, disse: «Mamma, mamma sono io, Jim. Ho pregato perché sapessi che stavo bene, hai sentito le mie preghiere?». La donna rispose: «Tante persone stanno pregando per te». Il giornalista racconta di aver ripetuto nella sua testa centinaia di volte la voce della madre e la sua certezza nel potere della preghiera. Infine, diceva: «Nella mia ultima notte a Tripoli mi sono potuto connettere a internet e sono riuscito ad ascoltare un discorso fatto per me in una chiesa piena di amici, alunni, sacerdoti, studenti e docenti. Era solo un assaggio degli sforzi e delle preghiere di tante persone. La preghiera è stato un collante che ha permesso la mia libertà, una libertà interiore prima e dopo il miracolo di essere rilasciato». Nonostante la paura durante la prigionia in Libia, Jim era ripartito poco dopo la liberazione per la Siria. Non voleva smettere di fare il giornalista e sentiva di non poter rinunciare al suo modo di raccontare le notizie, che in un discorso del 2011 alla Scuola di Giornalismo della Northwestern University spiegava così: «Parte del problema dei conflitti è che noi non siamo abbastanza vicini. Se noi non cerchiamo di stare realmente accanto a quello che questi ragazzi – uomini, donne, americani, e ora giovani arabi, egiziani, libanesi –  stanno vivendo, sostanzialmente non capiremo il mondo».

 
 
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