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martedì 28 giugno 2022
 
 

Strega, con Nesi vince l'impegno

08/07/2011  Trionfa Edoardo Nesi, con un romanzo-saggio sulla crisi dell'imprenditoria italiana, travolta dalla globalizzazione. Ma anche gli altri finalisti si misurano con problemi concreti.

   Edoardo Nesi ha dunque vinto lo Strega, uno dei maggiori premi letterari italiani, con Storia della mia gente, edito da Bompiani. «Questo premio non va a me, ma a tutti quelli di cui parlo nel mio libro e alla mia città, Prato»: questa la dedica dello scrittore, subito dopo la proclamazione. Una bella dedica, perché si radica nei contenuti del suo libro, una vicenda, in parte autobiografica, in cui dà voce alla perdita del benessere e delle certezze in Italia in seguito all'avvento della globalizzazione. Prato, la città di Nesi, è in questo senso emblematica: la fiorente industria tessile è stata messa in ginocchio dall'"invasione" dei cinesi e, più in generale, dalla concorrenza spietata di un mercato senza più barriere. Muovendosi fra saggio e romanzo, lo scrittore, già in finale allo Strega con L'età dell'oro, esprime un grido di rabbia per come è stata annientata la vitalità dei nostri piccoli imprenditori, nerbo dell'economia italiana.

   Questa edizione dello Strega merita alcune riflessioni. «È compito della letteratura», ha d etto il vincitore, «cercare di interpretare il reale». Questa attitudine, in atto da tempo, nel quale qualcuno ha ravvisato una sorta di neorealismo della narrativa italiana, attraversa praticamente tutti e cinque i romanzi della finale. In La vita accanto di Mariapia  Veladiano (Einaudi), uno degli esordi più interessanti dell'anno, è il tema della marginalità, dell'esclusione a essere indagato. In Ternitti di Mario Desiati (Mondadori) si rievoca il dramma degli emigrati italiani in Svizzera che lavorarono in una fabbrica di amianto. L'energia del vuoto di Bruno Arpaia (Guanda) sposa felicemente narrazione e divulgazione scientifica, ambientando il romanzo al Cern di Ginevra. La scoperta del mondo di Luciana Castellina (Nottetempo) descrive l'iniziazione politica, e non solo, di una ragazza dei Parioli dal '43 al '47. La drammaticità, la confusione, il degrado dei tempi che viviamo inducono forse gli scrittori ad affrontare di petto la realtà, a misurarsi con i problemi concreti, ora in chiave economica, ora esistenziale, ora politica, ora sociale. Balza all'occhio, inoltre, come in quasi tutti i romanzi finalisti prendano vita grandi personaggi femminili: anche questo un segno dei tempi?

   Un'ultima nota: due dei libri finalisti dello Strega diventeranno film. La Veladiano ha già affidato le donne del suo romanzo ambientato a Vicenza a Marco Bellocchio; i diritti cinematografici di Ternitti di Desiati sono invece stati acquisiti dalla Fandango: ancora non si sa chi sarà il regista e chi interpreterà il ruolo di Mimì Orlando, la donna che con la sua tenacia e grazia riscatterà un popolo e una terra segnata dall’emigrazione e le malattie dal lavoro.

   «Cinesi tutti appesi», si legge sui muridi Prato, dove la crisi del tessile ha messoin ginocchio tanti imprenditori. Si trova anche questo nel romanzo vincitore dello Strega, Storia della mia gente (Bompiani) di Edoardo Nesi, lo scrittore chesi è fatto conoscere con L’età dell’oro e lepagine intime di Per sempre. E ci sono le sue tante letture, l’avventura imprenditoriale, la vendita dell’azienda di famiglia...

– Nesi, come mai un titolo al plurale per la tua autobiografia?
«Ho cercato di uscire dalla maledizione dello scrittore che parla solo di sé stesso. Ho provato a raccontare una storia condivisa. Ma “la mia gente” non sono solo i pratesi o gli imprenditori della piccola industria. Sono tutti gli italiani e i non italiani che vengono nel nostro Paese per lavorare».

– Il tuo romanzo L’età dell’oro, ambientato nel 2010, descriveva alcune situazioni estreme. Oggi le vedi verificate?
«Pensare  che con quanto ho scritto nel 2004 ci ho indovinato, mi fa stare male. Tutto speravo, ma nondi scrivere un libro che raccontasse la verità. Oggi ci stiamo avvicinando a quegli scenari per colpa di un’idea che si è diffusa come un’erbaccia: il liberismo più sfrenato».

– Meglio essere scrittore o imprenditore?
«Dispiace dirlo, ma oggi è meglio essere scrittore. Viviamo in un mondo nel quale conquiste come la legislazione sul lavoro vengono messe a rischio e svendute per niente o poco più».

   Rebecca nasce brutta, così brutta che «sono un’offesa alla specie e soprattutto al mio genere». La madre «si è messa a lutto quando sono nata», il padre si nasconde; altri, guardandola con gli occhi del cuore, scoprono la sua bellezza e il suo talento. È la storia che racconta, con scrittura raffinata, Mariapia Veladiano in La vita accanto (Einaudi).

– Come nasce l’idea di un romanzo che indaga il tema della bruttezza?
«Ha funzionato qualcosa di sotterraneo, che mi ha fatto intercettare, attraverso la mia vita di scuola, il sentimento di inadeguatezza di tante ragazze. Un’inadeguatezza legata non per forza all’aspetto esteriore, ma al sentirsi esclusi. La bruttezza rappresenta in senso ampio il non sentirsi accettati: quella fisica è solo la chiave letteraria della vicenda, perché, fra tutte le esclusioni, è quella che conta di meno, dato che non inficia l’intelligenza o la capacità di amare».

– Sono le persone attorno a Rebecca a farla sentire brutta ed emarginata...
«Non esiste l’assolutamente brutto, noi ci specchiamo negli altri. Nel romanzo c’è un mondo di adulti – a partire dai genitori – che è incapace di apprezzare il valore della vita».

 – Figure che “vedono dentro”, per fortuna, non mancano...
«L’amica Lucilla, che non è schiava degli schemi e dell’ipocrisia dell’ambiente, o la maestra, che svolge quel lavoro di integrazione che spetta alla scuola».

   È una storia di migrazione il romanzo Ternitti (Mondadori) con cui Mario Desiati ha partecipato allo Strega. Il punto di vista è quello di Mimì: adolescente negli anni ’70, vive nella propria famiglia la tragedia del “ternitti”, l’eternit.

– Da dove ha tratto ispirazione?
«Conosco bene il territorio del Capo di Leuca e mi colpiva la presenza di molti ragazzi della mia età orfani, perché avevano perso il padre per asbestosi, ma anche per altre malattie contratte quando erano emigrati. Si dice sempre che emigrare ammala di nostalgia, ma qui ci si ammalava per davvero. Poi ho raccolto un po’ di storie attraverso le carte di un processo, mi hanno aiutato due avvocati e una chimica. Da queste storie emergevano l’amore e la devozione dei parenti, soprattutto delle donne. E, tra tutte, di Mimì, coraggiosa e moderna. Una vera donna italiana, il lato migliore di questo Paese».

– Il suo libro affronta il tema dell’emigrazione. Che cosa pensa di quanto è accaduto a Lampedusa?
«Rispondo da scrittore: in maniera un po’ provocatoria potrei dire che la soluzione migliore sarebbe dare Lampedusa a qualche Stato europeo più moderno e organizzato del nostro».

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