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sabato 04 dicembre 2021
 
 

Striscia di Gaza, se a Israele e ad Hamas andasse bene così?

07/11/2014 



Se non fosse terribile anche solo pensarlo, quella di Gaza sembra una sceneggiatura già scritta.
Cioè: si ricostruisce mentre i protagonisti, per primi Hamas e Israele, sanno (o pensano) che presto si ributterà giù tutto. Il che può essere attribuito a due cause, simili all’apparenza ma assai diverse nella sostanza. La prima è che risulta inconciliabile il contrasto tra le ragioni della sicurezza e quelle dell’autonomia. Israele non può togliere il blocco alla Striscia perché teme di essere attaccato. E quelli di Hamas continuano a sparare missili proprio perché non viene tolto il blocco. La seconda, e più temibile ragione, è che dopo tutto a entrambi sta bene così. L’assedio e il nemico sionista convengono ad Hamas, che grazie a essi mantiene il dominio sulla Striscia e, al modico prezzo di un migliaio di morti ogni due anni, si fa rifinanziare da Paesi arabi e comunità internazionale. Il regime di Hamas a Gaza conviene a Israele: un interlocutore più ragionevole farebbe saltare il bluff dello Stato ebraico che con i palestinesi, semplicemente, non sa che fare. La guerra è un ottimo sistema per mantenere lo status quo.

Non è un caso, insomma, se i palestinesi di Gaza sono pessimisti e prevedono che lo sbocco più probabile di questa guerra sia... un’altra guerra. Allo stesso modo, e per le stesse ragioni, l’uno e l’altro interlocutore vedono assottigliarsi le schiere dei sostenitori. Il mondo arabo ha mollato Hamas: con qualche milioncino di aiuti si toglie il pensiero, ma la solidarietà politica è ai minimi termini. A Israele resta l’appoggio senza condizioni degli Usa ma poco altro. Già due anni fa, quando all’Onu la Palestina fu promossa a “Stato osservatore non membro”, votarono a favore 138  Stati e contro 9:  Usa, Canada,  Repubblica Ceca, Panama, Isole Marshall, Micronesia, Naru, Palau e Israele. Un po’ poco.

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