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lunedì 02 agosto 2021
 
 

Suarez e la cittadinanza trattata come una fidaty-card

25/09/2020  Non dobbiamo sottovalutare il caso del presunto esame di italiano farlocco dell'attaccante uruguaiano: la cittadinanza è una cosa seria

(Nella foto: Luis Suarez)

Ci sono due modi per affrontare la faccenda dell’attaccante uruguaiano Luis Suarez e del suo presunto esame farlocco di italiano all’Università per stranieri di Perugia al fine di ottenere la cittadinanza del nostro Paese, in vista di un ingaggio alla Juve (poi sfumato). Il primo è buttarla sul ridere (per non piangere) come hanno fatto i social (formidabile la parodia delle “lecturae Dantis” di Vittorio Sermonti sotto forma del cofanetto di Dvd “Suarez legge Dante”). Il secondo è considerarlo – se i fatti venissero comprovati – per quello che è: un fatto grave.

Con la consueta acribia e competenza la nostra Elisa Chiari ha spiegato la vicenda in tutti i suoi dettagli e i suoi risvolti critici. Ma qui vorremmo approfondire un aspetto del pasticciaccio: l’importanza della cittadinanza, per molti sottovalutata, quasi che tutto sommato si trattasse di un peccato veniale, di un semplice fallo nemmeno da ammonire con un cartellino giallo, tutto sommato trascurabile.Come se in ballo ci fosse l'acquisizione di una tessera del supermercato o di una qualsiasi "fidaty card".

La cittadinanza infatti è un bene prezioso per qualsiasi Paese. E’ un insieme di diritti e di doveri che legano la persona alla comunità degli altri cittadini. Presume benefici importanti (la fruizione di servizi essenziali come l’assicurazione sanitaria, ad esempio, oppure l’istruzione per sé e per i propri figli, la difesa del proprio domicilio, del proprio ambiente e della propria persona attraverso le forze di polizia, il patrocinio gratuito in Tribunale, il voto attivo e passivo soprattutto, che significa decidere delle sorti di un Paese intero, di una città, di una regione, di una provincia) e grandi responsabilità (le tasse, il contributo al benessere del Paese fino – all’estremo – alla chiamata alle armi). Ad Atene e nelle altre poleis la cittadinanza era così importante che solo i più abbienti, quelli che potevano permettersi un’armatura oplitica o un cavallo, avevano il privilegio di difenderla andando in guerra.

La cittadinanza non viene infatti data “gratis et amore dei” ma per chi non è figlio di italiani (da noi vige il ius sanguinis) comporta anni di sacrifici, magari facendo lavori umili e faticosi, prima di arrivare a questo ambito traguardo, la cui importanza è ben nota a chi non ce l’ha. Il che naturalmente non è in contraddizione col fatto che ci si senta cittadini del mondo e che un vero cristiano si senta pienamente coinvolto da un senso di fratellanza universale. Ma la cittadinanza di un Paese è fondamentale per il suo funzionamento.

Ecco perché la commedia all’italiana che traspare dalle intercettazioni effettuate dalla procura di Perugia di Raffaele Cantone nell’ambito di un’indagine che mirava ad altri accertamenti, ma in cui il caso Suarez è finito indirettamente, è piuttosto amara, oltre che grottesca. «Non spiccica una parola, ma deve passare», dice al telefono uno dei protagonisti di questa faccenda, uno dei professori incaricati di svolgere l’esame. Il poveretto (si fa per dire) «non coniuga i verbi e parla all’infinito», ma deve egualmente ottenere il livello intermedio B1. «Ma te pare che lo bocciamo», confida una voce rassicurante. «Non dovrebbe, deve, passerà, perché con 10 milioni a stagione di stipendio non gliela puoi far saltare perché non ha il B1», dice l’incaricata della preparazione del calciatore. Ed eccolo il punto. La cittadinanza italiana non è questione di diritto, ma di soldi, anzi di censo. Non è nemmeno detto che dietro ci siano mazzette (anche se è un’ipotesi di reato) forse perché non sono nemmeno necessarie. Ma il fatto è che siccome uno guadagna dieci milioni a stagione mica può sottostare a un esame di Stato ed essere bocciato se non ha studiato e parla l’italiano come i pellirossa delle barzellette e dei film Western. I soldi insomma sono un “diritto aggiuntivo” permettono di ottenere privilegi e spettanze che ai poveri non spettano.

Ed è questo il lato odioso della faccenda, l’aspetto grottesco che ci trasforma in una Repubblica degli aiutini, dove tutto s’aggiusta se c’hai i soldi perchè lavorare, sudare, studiare, sacrificarsi  per anni non conta nulla, basta guadagnare dieci milioni a stagione e il resto sono solo fastidiose complicazioni e peggio per chi non ha il talento da attaccante di Suarez, è solo un povero Cristo e i soldi non ce li ha. Suarez, in ogni caso, della cittadinanza italiana non ha più bisogno, perché andrà all’Atletico Madrid. Ma resta quest’episodio da chiarire, nel contesto, alla Monicelli, di quest’Italia un po’ cialtrona, da eterni furbetti dell’esamino.

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