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Sud Sudan, i numeri della catastrofe

09/07/2015  Giovedì 9 luglio il Sud Sudan, la più giovane Repubblica al mondo, celebra il quarto anniversario di indipendenza dal governo sudanese di Khartoum. Ma anche la ricorrenza di quest’anno non sarà un’occasione per festeggiare: la guerra civile scoppiata nel dicembre 2013 e la grave crisi umanitaria ed economica che ne è seguita hanno portato il Sud Sudan a raggiungere un altro, triste, primato. Quello dello “Stato più a rischio” del 2015.

Dall’inizio del conflitto a oggi, 2,1 milioni di persone hanno abbandonato la propria casa per sfuggire alla guerra, con la conseguenza di oltre 1,5 milioni di sfollati nelle zone meridionali del Paese.

È il caso di Mingkaman, piccolo villaggio rurale della Contea di Awerial nello Stato dei Laghi che, nel giro di poche settimane, è diventato uno dei più vasti insediamenti di sfollati a causa della guerra civile. Ad aggravare la situazione, si aggiungono l’emergenza alimentare e sanitaria.

Secondo l’Ocha (Ufficio Onu per gli Affari Umanitari) nel mese di luglio circa 4,6 milioni di sud-sudanesi si troveranno a vivere in condizioni di grave insicurezza o di insufficienza alimentare. Mentre il più recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità preannuncia, con 484 casi e 29 decessi registrati, il rischio di un’epidemia di colera.

Nelle ultime settimane si sono intensificate le violenze

Nelle ultime settimane l’Unhcr (Alto Commissariato Onu per i Rifugiati) ha denunciato un intensificarsi delle violenze con un aumento delle violazioni dei diritti umani e degli abusi: una situazione instabile e insicura che ostacola, se non impedisce, l'accesso umanitario.

In queste difficili condizioni proseguono le attività del Ccm (Comitato Collaborazione Medica), una della poche Ong italiane presenti in Sud Sudan che dal 1983 opera al fianco delle autorità sanitarie locali per garantire l’accesso alle cure sanitarie di base alle fasce più vulnerabili della popolazione.

«Le conseguenze del conflitto sulle nostre attività sono molte e di ampia portata», spiega il dottor Omer Mohamed Yahia, Health Advisor di Ccm nel Paese, «anzitutto la difficoltà di rispondere ai bisogni sanitari e nutrizionali del grande numero di sfollati che dalla città di Bor, capitale dello Stato di Jonglei, sono scappati dal conflitto per rifugiarsi a Mingkaman. E questo si aggiunge alla carenza di infrastrutture e di servizi sanitari di base e alla diffusione di malattie facilmente trasmissibili».

Mentre i negoziati di pace si susseguono con scarsi risultati, a Mingkaman l’Ong torinese ha quasi ultimato il nuovo magazzino per lo stoccaggio dei farmaci e ha appena iniziato, grazie al supporto della Cooperazione Italiana allo Sviluppo, i lavori per la costruzione di uno “stabilization centre” dove saranno curati i bambini di età inferiore ai 5 anni affetti da malnutrizione severa.

 
 
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