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mercoledì 19 gennaio 2022
 
 

Sudan, guerra e crisi economica

23/06/2012  Scontri, trattative ferme, disaccordi sui confini, blocco dell'estrazione del petrolio, prezzi alle stelle: i Governi di Khartoum e di Juba non trovano soluzioni. Paga la gente.

Alle tante emergenze che Sudan del Nord e del Sud devono già fronteggiare se ne aggiunge una: la crisi economica devastante che sta facendo impennare i prezzi e facendo volare l’inflazione.

     Entrambi i Paesi – che si sono separati il 9 luglio 2011 con la proclamazione dell’indipendenza del Sud – stanno pagando proprio il prezzo della secessione delle regioni meridionali e i disaccordi profondi fra i due governi riguardo i confini da tracciare e le questioni legate al petrolio (con la divisione l’85% delle estrazioni è rimasto in mano al governo sudista).

     Le trattative sono in stallo, e sono ormai sei mesi che il Sud Sudan ha bloccato la produzione di greggio per via dei contrasti con Khartoum sulle tariffe da pagare per l’utilizzo dei suoi oleodotti, indispensabili per collegare i pozzi ai mercati internazionali ed essere esportato.

     Per il Nord, la secessione e il blocco sono delle estrazioni sono costate finora una riduzione del 75% delle entrate. La crisi è tanto grave i prezzi sono quasi raddoppiati. La Banca centrale sta cercando di rallentare la svalutazione della sterlina colmando il crescente divario tra il tasso di cambio ufficiale e quello utilizzato nel mercato nero, dove il dollaro continua a valere circa il doppio rispetto alle 2,7 sterline previste.

     Ma, nonostante questi interventi, nel Paese i prezzi dei generi di prima necessità continuano a crescere. Per evitare la bancarotta, il governo di Khartoum intende cancellare i sussidi al carburante previsti per la popolazione. Una manovra che consentirebbe di risparmiare due miliardi di dollari all’anno, a fronte di un deficit che – secondo stime in circolazione – si attesterebbe sui due miliardi e mezzo. Il taglio dei sussidi tuttavia non potrà che aggravare le difficoltà e il malcontento della popolazione.

     Il Sud Sudan, dal canto suo, non se la passa meglio. Il petrolio valeva circa il 98% delle entrate del neonato Paese e la sospensione delle vendite ha ridotto in modo drastico la disponibilità di dollari, la moneta di riferimento per le importazioni. Il prezzo della benzina si è impennato e anche qui si assiste a una crescita esponenziale dell’inflazione (che a maggio aveva toccato, su base annua, l’80%).

     L’aumento vertiginoso dei prezzi, specie per i cereali e altri prodotti alimentari di base, sta letteralmente affamando la già poverissima popolazione della nazione meridionale.

     Il contenzioso tra i due Stati, tuttavia, non si sblocca, e il presidente sud sudanese Salva Kiir Mayardit ha annunciato, davanti al Parlamento, che intende ricorrere alla Corte permanente di arbitrato dell’Aja per la definizione dei confini.

     La demarcazione è decisiva per il controllo dei giacimenti di petrolio situati a ridosso della frontiera. Una questione tanto cruciale che ha portato le truppe dei due eserciti a scontrarsi ripetutamente fra marzo e aprile scorsi.

 
 
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