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martedì 28 giugno 2022
 
la riflessione
 

Suicidio assistito, il cardinale Zuppi: «La vita è dono anche se si riduce a un soffio»

23/06/2022  «La Chiesa è madre, non sopporta il dolore dei propri figli. Nessun accanimento terapeutico. Sì a cure palliative efficaci e tempestive». Il testo integrale nel numero 26 di Famiglia Cristiana in edicola e parrocchia da giovedì 23 giugno.

Il cardinale Matteo Zuppi, 66 anni. Tutte le foto di questo servizio sono dell'agenzxia di stampa Ansa.
Il cardinale Matteo Zuppi, 66 anni. Tutte le foto di questo servizio sono dell'agenzxia di stampa Ansa.

«La Chiesa è una madre che non sopporta la sofferenza dei figli. Una madre non vuole alcun accanimento. Una madre accompagna con amore, togliendo la sofferenza, non la vita». Il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) riflette sul suicidio assistito in un editoriale che Famiglia Cristiana pubblica nel numero da domani in edicola e in parrocchia. Zuppi comincia ricordando Fabio e Federico. «Due lutti in pochi giorni», scrive il cardinale. «Pregando per loro mi sono sforzato di sentirli come sono, compagni di viaggio. Ne immaginavo le voci, cercavo i volti per capire qualcosa di quel gomitolo di tanti fili di vita che è il nostro cuore. Ci hanno lasciato due persone, ognuna mio prossimo, cioè il più caro. Non due “casi”. La discussione purtroppo estremizza le differenze, contrappone le sensibilità, molto più vicine quando (con rettitudine) si cerca il bene della persona, e di quella persona, e non la difesa di una ideologia. Il Parlamento sta discutendo una nuova legge in materia di fine vita (il testo approvato dalla Camera il 10 marzo scorso è ora all’esame del Senato)».

«Quanto c’è da fare ancora perché siano garantite dignità di accompagnamento e terapie palliative efficaci, tempestive», prosegue Zuppi. «Quanti Fabio, quanti Federico giacciono ignorati dai media nelle nostre case, nelle corsie di ospedale, nelle Rsa, negli hospice? La Chiesa è, deve essere sempre madre, che non abbandona mai i suoi figli. Lottare? Sì, per vivere. Lottare? Sì, per lenire il più possibile il dolore. Lottare? Sì, contro il tarlo maligno della solitudine che accompagna la morte e ne è terribile alleata. Perché è vero che “quando si muore, si muore soli”, ma la protezione di strutture efficaci e dei propri cari, cioè del prossimo, non lascia solo nessuno. Una cosa, infine. Non devo, non dobbiamo avere paura di affermare che la nostra fragilità può diventare una forza umanissima e che l’amore è amore fino alla fine, anche sotto la croce».

 

 
 
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