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sabato 23 ottobre 2021
 
 

Sulle orme di Freire contro la crisi

20/09/2014  Alla luce dell’eredità educativa del brasiliano Paulo Freire sono state rilette le conseguenze della globalizzazione, le preoccupazioni per lo sfruttamento delle risorse del pianeta, la lotta per i diritti delle minoranze, l’accesso all’istruzione. Un convegno a Torino organizzato tra gli altri dal Gruppo Abele.

C’è un mondo “sommerso” di persone che, provocate dalla crisi, hanno deciso di reagire e agire diversamente. Un mondo di persone che non aspettano che sia qualcun altro a risolvere le difficoltà create dalla società d’oggi, ma che hanno scelto di mettersi in gioco in prima persona per migliorare il proprio futuro. Sono queste esperienze – controcorrenti, coraggiose – di vita quotidiana al centro del nono Forum Internazionale Paulo Freire, che si è svolto a Torino tra il 17 e il 20 settembre. Quattro giornate di dialogo aperte a centinaia di operatori sociali, educatori e ricercatori, studenti universitari in arrivo da tutto il mondo (Brasile, Cina, Congo, Israele e Palestina) e chiunque cerchi uno spazio e uno spunto di riflessione per affrontare le contraddizioni, economiche e sociali, che fanno parte della nostra realtà.  

Non a caso il tema di quest’anno sono i “Sentieri di emancipazione al di là della crisi”: «Non si tratta solo di una condizione di riduzione delle risorse finanziarie, ma soprattutto della consumazione di quella ricchezza umana più profonda, che coinvolge la sfera psicologica e la nostra capacità di affrontare le situazioni, e che si traduce nella sempre maggiore mancanza di speranza e stima di sé», spiega Piergiorgio Reggio, vicepresidente dell’Istituto Paolo Freire Italia, che ha promosso e organizzato gli incontri insieme al Gruppo Abele. È così che, alla luce dell’eredità educativa del pedagogista brasiliano scomparso nel 1997, sono state rilette le conseguenze della globalizzazione, le preoccupazioni per lo sfruttamento delle risorse del pianeta, la lotta per i diritti delle minoranze, l’accesso all’istruzione, ma non solo. «Dal Forum non vogliamo una ricetta anti-crisi predefinita – racconta Lucia Bianco, responsabile dell'area formazione e dell'area famiglie per l'associazione Gruppo Abele –, emergono quelle domande che le istituzioni, il mondo del privato sociale e del volontariato devono in futuro necessariamente porsi per umanizzare i contesti in cui viviamo». Il rischio è presto detto: «Anche l’educazione sta diventando un business, che promuove una visione individualista, molto influenzata dai poteri economici. L’educazione di cui vorremmo, invece, parlare è quella trasformatrice, che permette alle persone di liberare se stesse e prendere consapevolezza di ciò che li circonda».

All’interno dei workshop pomeridiani si è parlato nello specifico di azioni concrete, del lavoro sul territorio in tema di legalità e costruzione di giustizia, rispetto del pianeta ed educazione della cittadinanza. «In classe si imparano solo le parole della scuola, ma c’è silenzio su tutto quello che è vita vera – continua Bianco –: cosa stiamo facendo per avvicinare i ragazzi al mondo reale? Vogliamo continuare a dare per scontato che i giovani non troveranno mai un’occupazione o possiamo chiederci perché le prospettive sono così buie e da questa domanda provare a costruire semi di speranza e nuove prospettive?». Una sfida tutt’altro che semplice di cui si è discusso insieme a grandi studiosi italiani e internazionali come Silvia Manfredi (IPF Italia), Moacir Gadotti (IPF Brasile), Carlo Torres (IPF California), Luisa Cortesao (IPF Portogallo), Agnes Haller (IPF Ungheria).

Sabato 20 settembre don Luigi Ciotti ha chiuso il Forum con un intervento sul tema della “Giustizia sociale e i beni comuni in una prospettiva planetaria”. Nel corso del convegno è stata inoltre presentata una videoricerca – che presto si trasformerà in un canale YouTube –, che raccoglie le storie di chi ogni giorno prova a dare un impulso positivo alla propria esistenza, attraverso il proprio lavoro e talento. «Noi pensiamo che sia possibile non accettare in modo passivo ciò che ci accade – conclude Reggio –. In questo spazio virtuale singoli, famiglie e associazioni potranno raccontare in prima persona il proprio modello alternativo di vita. Perché nel sommerso c’è molto più di quanto può apparire».

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