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giovedì 13 agosto 2020
 
Suor Gianna Patuelli
 
Credere

Il paradosso di seguire Dio, nella salute e nella malattia

15/03/2016  Voleva servire i poveri nelle periferie, ma la sclerosi multipla l’ha immobilizzata a letto. «è stato uno shock, mi sono accorta che la prima povera con cui dovevo stare ero io»

Mettere la sua vita nelle mani di Dio, consacrandosi nelle Francescane ancelle di Maria, ha significato anche metterla fisicamente nelle mani di altre consorelle che l’aiutano a mangiare, la lavano, si alzano la notte per cambiarle posizione nel letto, si prendono cura di lei. «Mi stanno insegnando che è possibile essere per il Signore nella salute e nella malattia, fino all’eternità», dice suor Gianna Patuelli, 49 anni. Lo dice con tono flebile ma deciso: la sclerosi multipla l’ha costretta progressivamente all’immobilità completa. «Posso muovere solo la testa. Ma posso ancora parlare, pregare e amare», aggiunge.
La sua consapevolezza non è stata un cammino facile: ha scoperto di avere questa malattia degenerativa da postulante, a 30 anni, quando era nella fase di innamoramento per il Signore, piena di sogni per un futuro in mezzo ai giovani, nei quartieri periferici, sulle orme del santo di Assisi. La scelta per il convento è stata ponderata, perché amava molto la famiglia di origine, gli amici, la professione d’insegnante, la parrocchia a Russi, in provincia di Ravenna. Un mese dopo il grande passo, fa alcuni controlli in ospedale e le viene comunicata la diagnosi.

UNA DIAGNOSI IMPLACABILE

Lo shock è stato forte, insieme al disorientamento spirituale: «Non riuscivo più a pregare e temevo di essere un peso per la mia comunità, quando mi sarei aggravata a causa dell’avanzare progressivo della sclerosi multipla», ricorda. Il padre spirituale e la superiora la rassicurano: Dio non sceglie i supereroi e una “figlia” malata non si mette alla porta. Dopo un lungo travaglio interiore, decide di restare «perché si può amare a 360 gradi nella salute, ma anche nella malattia cronica. E ho ricevuto una grande grazia: provo solo raramente dolore fisico».
La Pasqua, suor Gianna l’ha vissuta e continua a viverla nella sua carne, ogni giorno. La malattia ha segnato la morte del suo essere religiosa per servire gli altri, per stare con i poveri: «Mi sono accorta che la prima povera con cui dovevo stare ero io. E non è stato facile: non pensavo che consegnare la mia vita volesse dire consegnare ogni singolo organo, arto, falange...».
In fatto di abbandono alla volontà di Dio, confessa di avere qualche problema, ma «ogni mattina provo a ricominciare. La cosa che mi piace di più in tutto questo è sentirmi frammento dell’Eucaristia, un tralcio di quella vite. In questo modo sono membro vivo del Corpo mistico. Per me è una cosa molto bella, perché so con certezza che ogni mio disagio e paura che riesco a vivere con il Signore contribuisce a far crescere l’amore della Chiesa, cui posso dare un contributo con il mio corpo limitato».

SORRISI E IRONIA NON MANCANO

  

Da 11 anni suor Gianna vive nel convento di Quadalto a Palazzuolo sul Senio (Firenze), casa madre della sua congregazione, accanto al santuario della Madonna della Neve. All’inizio riusciva ad aiutare le consorelle più anziane, tutte ultrasettantenni. Poi i peggioramenti sono stati talmente veloci «che la mente e la volontà non ci stanno dietro». Ora sono loro che assistono lei cinquantenne, che le tengono il telefono vicino all’orecchio o l’aiutano in tutte le necessità quotidiane, visto che è paralizzata dal collo in giù.
«Sono disabile, ma non mi ritengo malata», commenta. Con gli sguardi usa un computer con un programma apposito che legge i movimenti oculari, manda email brevi ed è sintetica anche nel parlare, perché le parole escono a fatica dalle sue labbra. Eppure, “consegnata” nelle mani altrui, conserva un sorriso luminoso e una buona dose di ironia: «A chi pensa di venire a trovarmi chiedo di avvisarmi per tempo, la mia vita è fatta di orari molto stretti!». Papa Francesco, secondo lei, è «quello che lo Spirito Santo ha voluto per il presente, scelto per il nostro tempo. Sicuramente riesce a percepire la sofferenza altrui e nel vederlo si sente la sua vicinanza grazie anche al contatto fisico: è molto umano, non ha paura di accarezzare, e un malato lo avverte in particolar modo». Quando è venuto a Firenze nel novembre dello scorso anno, per il Convegno ecclesiale nazionale, suor Gianna avrebbe desiderato incontrarlo «ma è un problema muovermi, mi stanco moltissimo. Quello che ha detto l’ho seguito in televisione: lo diceva a me, anche se non ero presente».

UN SENSO ALLA MALATTIA

Nella sua immobilità, la religiosa ha trovato un senso. La sua vita sembrerebbe inutile e vana, a chi la osservasse con la lente dell’efficientismo, della velocità e del “fare”. «Non posso più fare niente, ma mi fido molto dello Spirito Santo e gli chiedo di fare Lui per me. Gli ho consegnato le mie fatiche, i miei disagi, tutto il mio corpo. La sclerosi multipla è la condizione nella quale la salvezza passa in me e, attraverso di me, agli altri. Pur considerando che nella malattia passa il Signore, credo che sia anche doveroso dire con lui: se possibile passi da me questo calice, però non la mia ma la tua volontà sia fatta».

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