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mercoledì 18 maggio 2022
 
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Suor Eugenia, la madre coraggio delle schiave torna sulla strada

12/05/2022  A 83 anni si rimette in gioco a Torino contro la tratta della prostituzione. Ritratto di un'eroina della carità che ha salvato centinaia di ragazze passando le notti in strada, al gelo, per liberare tante ragazze dai loro carnefici

Ciò che sorprende, in suor Eugenia Bonetti, non è solo la vitalità, ma è la misteriosa alchimia di dolcezza e forza. Ha una voce esile e piena di tenerezza: una voce da mamma o da nonna. Però ha parole che ti si piantano dentro e non ti danno scampo. Parole compatte come pietre o pezzi di pane. Parole solide come sanno esserlo solo quelle di chi ha visto, sentito, toccato con mano. Poi, quel tanto di concretezza lombarda, respirata in casa, da bambina, fa il resto. A 83 anni, la religiosa, classe 1939, nativa di Bubbiano (Milano), missionaria della Consolata dal ’59, si prepara per tornare a Torino, a occuparsi di tratta degli esseri umani. Sì, a Torino, da dove, in un certo senso, tutto è iniziato. Fu infatti nel capoluogo piemontese che, a partire dal 1991, dopo 25 anni di missione in Kenya, suor Eugenia si trovò a lavorare in un centro Caritas per l’accoglienza di donne immigrate. Parlava bene l’inglese, l’Africa la portava nel cuore, e questo le dava qualche vantaggio nell’incontro con le prime ragazze nigeriane, che all’epoca arrivavano in Italia. Fu l’inizio di un lungo viaggio, un immergersi sempre più a fondo in una schiavitù contemporanea, che tutt’oggi resta una ferita aperta nelle nostre città, anche se il più delle volte non sappiamo o non vogliamo vederla.

Da allora la religiosa ha trascorso un numero incalcolabile di notti in strada, «quando il freddo ti entra dentro e i fanali delle auto, puntati addosso, ti fanno male agli occhi». È andata, con le unità di strada, a cercare le ragazze schiave, è stata con loro e mille volte con loro ha pregato, in cerchio. È stata anche minacciata, senza che questo l’abbia fatta indietreggiare di un passo. Delle ragazze ha imparato a memoria i nomi, i volti, le storie. Le ha viste singhiozzare e da quelle lacrime si è lasciata ferire, «perché poi, quando, tutta infreddolita, te ne torni a casa e ti infili nel letto, non riesci a dormire. La testa continua a tornare lì, con loro, nel buio più totale».

La memoria di questa donna ultraottantenne è come una rete da pesca, piena di vite. Ne emergono frammenti di dialoghi. «Quanti anni hai?» «Venti». «Ma no, ne hai al massimo sedici». «Come fai a saperlo, mama?». «Lo so». E poi abbracci e carezze, da mamma. E confidenze da figlia: «se mia mamma sapesse che sono qui, buttata su un marciapiede, a fare la prostituta... A casa credono che io lavori in una fabbrica». Sì, perché ogni ragazza in strada ha verità tremende che non può rivelare. Le minacce degli sfruttatori fanno troppa paura. Troppo grande è il pericolo per le famiglie rimaste in patria. Ci sono storie atroci nella memoria di suor Eugenia, storie che restano impresse nella carne, «come quella di una ragazza, che veniva tenuta segregata in un appartamento e abusata di continuo, perché la madame (la sfruttatrice, ndr) voleva soldi, più soldi e ancora soldi. Un giorno questa ragazza, non potendone più, si buttò dalla finestra. Non morì, ma riportò traumi fisici e psicologici inimmaginabili: un calvario». Storie che danno il coraggio di alzare la voce. «Dobbiamo dirlo, dirlo con chiarezza, che queste ragazze, guardate da tutti con disprezzo, sono solo delle vittime. E che i “clienti” sono uomini battezzati. Sì, uomini che magari si dicono cristiani e che poi fanno questo. Bisogna che lo si dica, che se ne parli!». Ma nella memoria di suor Eugenia ci sono anche tante, tantissime storie di rinascita. Storie di ragazze che ce l’hanno fatta, che grazie al suo aiuto (e delle realtà da lei fondate, come l’associazione Slaves no more, cioè “non più schiave”), sono riuscite a liberarsi, a lasciarsi alle spalle le ferite del passato per costruire una vita nuova.  

Tra il 2007 e il 2020, la consacrata, insieme a un gruppo di consorelle di diverse congregazioni, ha lavorato al Cpr (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Ponte Galeria (Roma), dove venivano rinchiuse le donne trovate in strada, senza documenti validi per restare in Italia. «Andavamo tutti i sabati e durante le feste, per stare un po’ con le ragazze, per pregare insieme, perché non si sentissero abbandonate in quell’ambiente di desolazione e nella più assoluta incertezza sul loro futuro. Il regalo più prezioso che potevamo portare? Un peluche. Sì, lo gradivano tantissimo, perché morbido e soffice. E perché forse le riportava a quell’infanzia che non hanno mai potuto vivere». Anche lì, incontri profondi e storie commoventi. «Una domenica – era la festa della mamma – regalammo alle ragazze cinque euro ciascuna, perché potessero telefonare alle loro mamme. Due ragazze sudamericane, giovanissime, vennero e mi restituirono i soldi. Mi chiesi se avessi fatto qualcosa di male, se le avessi offese. Ma loro mi dissero: “sorella, in questo momento noi non ne abbiamo bisogno. Li prenda lei e li dia a qualche bambino più povero”. Vede quanta delicatezza, quanti fiori possono sbocciare in mezzo alla sofferenza?».

L’impegno di suor Eugenia contro la tratta è ben noto al Santo Padre, che, infatti, nel 2019, le ha affidato le riflessioni per la via crucis del venerdì santo, al Colosseo. «Un giorno» ricorda lei «mi telefona il cardinale Gianfranco Ravasi, mi dice che mi sta chiamando a nome del Papa e mi racconta la proposta. Allora io gli dico: “eminenza, lei è matto!”. Chiedere a me una roba del genere? Ma ci rendiamo conto?». L’ambasciatore papale però non si dà per vinto e alla fine la suora accetta. «Gli ho detto: “io ci provo, ma se poi non va bene, fate sempre in tempo a chiedere a qualcun altro”». E invece quella via crucis, tessuta con le esperienze della strada, ha saputo toccare il cuore di tanti, perché fatta di parole nude e vere.

«Che poi l’unica cosa importante» ci dice la religiosa, da sempre allergica a riflettori e riconoscimenti individuali, «è essere mamme, non prime donne. Sappiamo far bene solo se sappiamo fare rete, come è successo con le consorelle a Ponte Galeria. Sì, una bella squadra, che ha seminato tanto. Dobbiamo capire che siamo un mosaico: ciascuno è solo un tassello, però senza quel tassello rimane il buco. Se mettiamo insieme le nostre povertà, diventiamo una grande ricchezza».

 
 
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