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venerdì 10 luglio 2020
 
A Pompei
 

«Il virus sta portando al caos sociale, dobbiamo combattere a viso aperto»

08/05/2020  L’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, celebra la Messa a porte chiuse a Pompei prima della Supplica alla Madonna del Rosario: «Il coronavirus, nemico invisibile, punta al bersaglio grosso non solo della vita, ma di uno sconvolgimento sociale che può portare al caos più totale. Ci aspetta una battaglia senza tatticismi e infingimenti»

«Se il nemico del momento è invisibile, ciò che ci aspetta è invece una battaglia a viso aperto, senza tatticismi e infingimenti. Il coronavirus ha condotto e continua a condurre la sua tragica battaglia puntando al bersaglio grosso non solo della vita, ma di uno sconvolgimento sociale che può portare al caos più totale. A noi è chiesto, più che mai, di essere parte di questa sfida epocale». È l’appello, accorato, lanciato dal cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli e presidente della Conferenza episcopale campana, nell’omelia della messa solenne celebrata venerdì mattina nel santuario di Pompei prima della Supplica alla Beata Vergine del Rosario che si recita, non solo a Pompei ma anche in tutte le parrocchie, a mezzogiorno in punto due volte all’anno: l’8 maggio e la prima domenica di ottobre.

La celebrazione si è svolta a porte chiuse e senza fedeli: «Per la prima volta, in 137 anni, a causa della pandemia che ha colpito tutto il mondo, ci ritroviamo nel santuario vuoto, senza le migliaia di persone che ogni anno, in questo giorno e nella prima domenica di ottobre, giungono da ogni parte d’Italia e del mondo, molte volte anche percorrendo decine di chilometri a piedi. Saluto in modo speciale tutti e ciascuno, collegati con noi attraverso la televisione, e vi assicuro che, anche da lontano, siete presentissimi, oggi, qui, davanti alla nostra veneratissima icona», ha detto monsignor Tommaso Caputo, arcivescovo prelato di Pompei, nel saluto che ha introdotto la messa, presieduta dal cardinale Sepe. «La Chiesa, a cominciare dal Papa, è in prima linea in questa emergenza», ha affermato il presule ricordando i ventilatori polmonari donati da papa Francesco all’Ospedale Cotugno di Napoli. Poi ha citato le iniziative del Santuario, come quelle dei centri diurni, affidati alla Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei e ai Fratelli delle Scuole cristiane che, pur non potendo più ospitare le centinaia di ragazzi e ragazze, «mantengono vivi i rapporti con loro o la mensa dei poveri, che non ha mancato di fornire ai suoi assistiti pacchi viveri e nei prossimi giorni inizierà la consegna del cibo da asporto. Perché la carità non si ferma».

E anche nell’emergenza, ha ricordato Caputo, «la vita ci fa doni inaspettati: come la bimba, di appena tre giorni, che è stata affidata l’8 marzo a una delle nostre case famiglia presenti nel Centro per il bambino e la famiglia Giovanni Paolo II, all’inizio dell’emergenza. L’abbiamo accolta come una carezza della Madonna». In questo lungo periodo di lontananza fisica dal santuario, ha evidenziato mons. Caputo, «il legame con gli innumerevoli devoti della Vergine di Pompei, presenti in Italia e nel mondo, non si è mai spezzato, ma è stato nutrito dalla corrispondenza, dalle celebrazioni in streaming e da quelle trasmesse in tv». La supplica, recitata alla fine della messa, «è un testo di grande attualità, soprattutto in questo periodo di emergenza, perché racchiude tutti i dolori e le speranze della famiglia umana».

«Il Rosario è la preghiera ordinaria dei tempi difficili»

Il cardinale Sepe ha dedicato la sua omelia allo sconvolgimento prodotto dal virus: «I nostri passi non potevano che dirigersi verso il porto sicuro della casa di Maria e abitarla da figli, sapendo che tra le sue mura c’è tutto quel che serve. E che tutto è a portata di cuore», ha detto, «questa è la casa di Maria, ma anche la scuola di preghiera, di cui il Rosario è cattedra umile che porta lontano», ha evidenziato il porporato.«Ogni preghiera va al di là del tempo, ma il Rosario parla a giorni come questi con la sua voce tenera e accorata che esprime insieme dolore e speranza, angoscia e attese. È la preghiera ordinaria dei tempi difficili e, dunque, è parte di questo tempo di emergenza in cui, per una condizione così largamente condivisa, prende forma, l’immagine di una famiglia umana».

Per il cardinale, «è il Rosario stesso a richiamare, con forza, l’immagine della famiglia. Tanto più in questa nostra terra dove il Rosario è stato, e largamente continua ad essere, di casa, proprio come Pompei, faro autentico e riconosciuto della spiritualità della nostra regione». Ma, ha avvertito, «siamo qui, oggi, nel luogo e nel posto giusto anche per rinnovare il nostro impegno, e quello di tutta la Chiesa campana, per una solidarietà senza riserve e senza risparmio: a piene mani e vorrei dire soprattutto a pieno cuore: perché è questo il tempo in cui la Chiesa si sente compromessa. Infatti questa emergenza ci pone non solo davanti a tempi difficili, ma anche a domande inquietanti, alle quali non è più possibile negare risposte». Allora, è stato l’invito, «non possiamo che chiedere alla Vergine del Rosario di illuminarci lungo questo difficile cammino, affidando al suo cuore di Madre le nostre famiglie, i nostri giovani, i nostri malati, il nostro lavoro».

Il cardinale Sepe ha ricordato che a Pompei la «fede ha per linguaggio le opere e per materia prima la carità, che ha portato il beato Bartolo Longo, un laico, a sfidare le epidemie del suo tempo». Il porporato ha, quindi, parlato dell’attuale emergenza sanitaria: «La pandemia è un nemico reale e spietato che ha colpito tra i più indifesi, seminando lutti in tutto il mondo e falcidiando in particolare la generazione degli anziani, portandosi cosi via un insostituibile patrimonio di esperienza e di memorie. E con gli anziani, una lunga scia di medici e operatori sanitari, uomini e donne di prima linea che, con vero eroismo fino al sacrificio della loro vita, si sono presi cura dei contagiati. Ma come non ricordare i nostri sacerdoti, testimoni di una chiesa che può assoggettarsi a una distanza tecnica, ma che fa della affettiva vicinanza il principale segno della sua capacità di amare».

In questo tempo di emergenza, ha osservato l’arcivescovo, «abbiamo bisogno di ritrovare più a fondo noi stessi. Ci siamo scoperti fragili e abbiamo visto cadere dalle nostre mani le armi fasulle delle nostre illusioni, quelle affilate dal nostro orgoglio e dalla nostra superbia».

Di fronte a questa «nuova e più impegnativa sfida, abbiamo bisogno di armi vere e, soprattutto, delle armi giuste, perché se il nemico del momento è invisibile, ciò che ci aspetta è invece una battaglia a viso aperto, senza tatticismi e infingimenti. Il coronavirus ha condotto e continua a condurre la sua tragica battaglia puntando al bersaglio grosso non solo della vita, ma di uno sconvolgimento sociale che può portare al caos più totale. A noi è chiesto, più che mai, di essere parte di questa sfida epocale».

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