Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
giovedì 25 aprile 2024
 
 

Tagliare il costo non il lavoro

28/01/2014  La vicenda Electrolux dimostra la necessità di tagliare il cuneo fiscale per lavoratori e imprese. L'unica strada per evitare una delocalizzazione a oltranza delle imprese dal nostro territorio.

Passa dalla Polonia la nuova frontiera della delocalizzazione. E' nell'Europa di Maastricht, a due passi da casa, non nel lontano Far East, il destino possibile dei quattro  impianti della Electrolux. Settecento posti di lavoro  appesi al verbo: riallineare. Ovvero ribassare i salari, limare le differenze, uniformarli agli standard dei Paesi meno costosi. In Polonia il salario di un operaio è di 800 euro, da noi è 1.400. La conseguenza in apparenza è ineluttabile: l'azienda si sposterà dove potrà dare salari più bassi. Succede da sempre, si dice in tal casi, è legge di mercato.

Bisogna però guardare dentro la busta paga per capire se davvero è già scritta tutta la storia. Dentro quegli 800 euro c'è infatti solo una parte della verità. L'altra la racconta l'Ocse, l'organizzazione che raggruppa i Paesi più industrializzati del mondo nel rapporto datato 2012 (su dati 2011). In Italia, posta uguale a 100 euro la retribuzione lorda, queIla netta raggiunge il valore di 69,2. Dove finiscono gli altri (quasi)  31 euro? Tasse e contributi previdenziali. Se si sommano anche le tasse e i contributi che versa l'azienda, si arriva quasi a un altro stipendio: fatto 100 la retribuzione lorda, il costo del lavoro è infatti pari a 132 euro, quasi il doppio dei 69 che l'operaio si ritrova fine mese. 

L'Ocse ci dice che siamo il sesto Paese al mondo per "costo del lavoro". E la Polonia? I numeri dicono che su 100 euro lordi di salario, ci sono più soldi al lavoratore (75)  e minori costi per tasse e previdenza (114). L'azienda paga di meno in assoluto. Ma è anche vero che a finire nel portafogli delle famiglie è una quota percentuale  maggiore. Perché il lavoro è un bene che il suo Governo reputa essenziale.  

Dunque la storia ha due pezzi di verità. La prima è manifesta, si chiama ribasso dei costi:  le imprese si muovono come  stormi migratori, vanno a cercare l'acqua (i fattori produttivi) laddove li pagano meno. Ma non c'è argomento se non quello economico per indurle a fare diversamente. Occorre  garantire che possano pagare meno tasse e meno contributi. Magari stringendo con loro un patto  - ed è questa la seconda parte della verità - affinché una parte dei soldi risparmiati arrivi anche nella busta paga  dei lavoratori. E tutto non si risolva nell'alternativa secca, quasi una tenaglia, tra il taglio polacco e il nulla.  

Una volta tutto questo si chiamava politica industriale. Ma nel tempo se ne sono perse le tracce, e oggi la stessa locuzione sembra arrivare da un'altra epoca. Eppure senza un'azione di politica industriale che tagli il costo del lavoro e renda meno gravoso il taglio in busta paga per il lavoratore la vicenda Electrolux è destinata a ripetersi. E non serve stracciarsi le vesti imprecando al mercato. Servirebbe  governarlo. 

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo