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mercoledì 08 dicembre 2021
 
 

Taizé, la fede dal cuore giovane

28/12/2012  Preghiera, riflessioni, incontri: l'originale Capodanno promosso dalla comunità ecumenica francese fa tappa a Roma. Ne parliamo con frère Alois.

Questa fotografia e quella di copertina (con frère Alois in primo piano) sono dell'agenzia Reuters.
Questa fotografia e quella di copertina (con frère Alois in primo piano) sono dell'agenzia Reuters.

Le parrocchie romane si sono preparate. In ogni Messa i parroci non hanno dimenticato di chiedere alle famiglie di accogliere le migliaia di giovani attesi nella capitale dal 28 dicembre al 2 gennaio per il Pellegrinaggio di fiducia sulla terra, giorni di incontri e preghiere che i ragazzi di Taizé portano nel cuore delle città. Fondata una settantina d’anni fa da frère Roger, la comunità conta oggi circa cento fratelli, sia cattolici che di differenti origini evangeliche, provenienti da 30 Paesi diversi.

«Siamo contenti di far tappa a Roma, 25 anni dopo l’ultima volta», spiega frère Alois, 58 anni, successore di frère Roger alla guida della comunità di Taizé. «Nell’Anno della fede, tornare a Roma, alle fonti della fede e della carità, è per noi motivo di gioia. Avremo la possibilità di andare dal Papa, a San Pietro,di pregare in questi cinque giorni nelle basiliche, nelle parrocchie che, con le famiglie, accolgono questi giovani».

– Nel libro appena pubblicato per la Emi, Pellegrini di fiducia, il cammino di comunione seguìto a Taizé, lei dice che la fede comporta il rischio della fiducia. Cosa intende?

«Oggi la fede è un rischio per i giovani perché non si seguono automaticamente le tradizioni, come si faceva un tempo. Adesso vogliono vivere una fede personale, con una propria convinzione . Questo è bello, ma anche complicato perché non accettano facilmente tutta la tradizione della Chiesa. Sentono che la loro scelta implica un impegno verso Dio e un cambio nello stile di vita, ma è una via che vogliono percorrere personalmente.Dobbiamo ascoltare molto i giovani per aiutarli nel cammino della fede. Dobbiamo far sì che trovino la fonte della fiducia in Dio. Che è poi il tema dell’incontro di Roma e anche di tutto l’anno 2013».

Foto Reuters.
Foto Reuters.

– Ma i giovani hanno voglia di parlare, di farsi ascoltare?

«Direi di sì. A Taizé dopo la preghiera della sera restiamo in chiesa e i giovani possono venire e parlare personalmente con un fratello.Vengono in molti per condividere una gioia, una tristezza, una domanda. I giovani non trovano facilmente motivi di fiducia nella società. Anche le situazioni nelle famiglie spesso sono difficili e dunque dobbiamo creare nella Chiesa questa fiducia e vivere questo ascolto. Credo che bisognerebbe sviluppare un ministero di ascolto, diverso dalla confessione, nelle nostre chiese».

– Di questo si è parlato anche al recente Sinodo al quale è stato invitato?


«Se n’è discusso. Il Sinodo è stato un avvenimento molto importante di condivisione,innanzitutto, tra i vescovi e tra questi e gli osservatori e gli invitati. È stato un Sinodo pastorale e tutti i vescovi che ho sentito sono molto impegnati sul fronte di una nuova evangelizzazione e sul tema dei giovani. Alcune questioni sono state molto citate. come l’importanza della relazione personale con Dio. Dobbiamo cercare noi prima e poi aiutare i giovani a vivere in rapporto diretto con Dio. È stato discusso pure il tema della conversione:personale, ma anche conversione di tutta la Chiesa. Per me è stata un’esperienza della cattolicità della Chiesa».

Foto Reuters.
Foto Reuters.

– In continuità anche con il Concilio?

«Il Sinodo è stato come una continuità del concilio Vaticano II. Anche l’aspetto ecumenico era presente specialmente con la presenza del patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo, e con l’anglicano Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury. Ci sono stati momenti di ecumenismo durante questo Sinodo, così come era avvenuto nel Concilio. Per noi il Vaticano II è molto importante. Si può dire che, senza, Taizé non sarebbe com’è oggi».

– Taizé ha avuto molti amici, a cominciare da Giovanni XXIII. E oggi?

«Sono numerosi, famosi e meno famosi.Sono molto contento, onorato e aiutato nel mio ministero da questi legami. Vorrei ricordare l’accoglienza di Benedetto XVI che mi riceve in udienza privata ogni anno. Questo è stato un sostegno molto forte e adesso andare con i giovani a Roma significa anche dire al Papa che appoggiamo il suo ministero di unità. E poi, dopo Roma, andremo a Istanbul per celebrare la festa dell’Epifania con il patriarca Bartolomeo e con tutti i credenti lì. Abbiamo tante amicizie in tutto il mondo».

Frère Alois. Foto Afp/Getty Images.
Frère Alois. Foto Afp/Getty Images.


– I pilastri della spiritualità di Taizé sono la preghiera, il servizio ai poveri, la riconciliazione. Concretamente cosa fate?

«Sulla riconciliazione posso segnalare un esempio recente: in novembre abbiamo fatto un incontro di giovani, una tappa del pellegrinaggio di fiducia, in Ruanda, a Kigali, e8.500 giovani di 25 Paesi africani sono stati accolti in 4 mila famiglie. Questo Paese ha bisogno di riconciliazione e l’accoglienza è stata un modo concreto di viverla. Noi siamo venuti dall’Europa non per portare qualcosa,ma per essere testimoni di questa ricerca di riconciliazione.E quando ho visto questa accoglienza mi sono detto che questa è una chiamata anche per noi in Europa a continuare questa ricerca soprattutto laddove non sembra possibile. Dobbiamo credere che il Cristo è venuto per riconciliare tutta l’umanità».

– E sul servizio ai poveri?

«Vediamo che ci sono molti giovani che vivono situazioni materiali difficili. Quando un giovane, o una persona più anziana, non
ha lavoro, si trova in una difficoltà materiale,ma c’è anche sempre una dimensione umana. Difficoltà materiale e dignità umana vanno tenute insieme. Vorremmo incoraggiare tutti i giovani che vengono e sensibilizzarli a vivere una solidarietà più grande e quotidiana quando tornano nelle loro case. Per questo ci sforziamo di fare gesti concreti. A Taizé abbiamo accolto famiglie in difficoltà che vivono ormai da anni nel nostro villaggio. Ultimamente abbiamo accolto una famiglia cristiana orientale: la madre, che è dovuta fuggire dall’Irak, il padre egiziano e la loro piccola bambina. Già durante la Seconda guerra mondiale frère Roger aveva accolto rifugiati.In seguito aveva fatto sì che famiglie povere si stabilissero nella zona».

– Lei guida la comunità dal 2005, dalla morte di frère Roger. Cos’è cambiato da allora?


«Il cambiamento maggiore è che frère Roger non è più con noi e noi ancora oggi sentiamola mancanza del nostro fondatore. Noi però continuiamo nella linea che lui ha mostrato con il dono della sua vita e siamo impressionati che i giovani continuano a venire a Taizé. In questo non siamo cambiati. Esteriormente,invece, in questi anni abbiamo allargato ancora di più il nostro pellegrinaggio di fiducia agli altri continenti: abbiamo avuto incontri di giovani in India, Bolivia,Kenya, Cile e Filippine. Questo è un cambio esteriore, ma il cuore della nostra vocazione di fiducia, di riconciliazione non cambia».

– Quale augurio si sente di fare ai giovani per il nuovo anno?

«Auguro che i giovani possano scoprire la fiducia in Dio che dà la gioia e il senso alla vitae aiuta ad affrontare le domande difficili:perché la sofferenza? Perché la morte? La fiducia in Dio aiuta ad attraversare queste domande difficili e a vivere in pienezza la propria esistenza».

 
 
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