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venerdì 03 aprile 2020
 
 

"Tajabone", gioiellino low cost

17/09/2010  Il film di Salvatore Mereu, girato da un gruppo di tredicenni provenienti dalle scuole più disagiate di Cagliari, è costato 10 mila euro. Ma ha conquistato la Mostra di Venezia.

Munira e Brendon in una scena di "Tajabone".
Munira e Brendon in una scena di "Tajabone".

Storia vecchia. Davide contro Golia. Eppure quando si materializza nel mondo del cinema, dove contano i soldi (un’impresa trovare i finanziamenti per girare un film) e i grossi nomi (notorietà di regista e cast sono passaporti pressoché ineludibili), ecco che il mito della sfida impossibile assume il sapore di riscatto della verità. Perché come ama dire il vecchio Ettore Bernabei, papà della Lux Vide e boss della Rai dei tempi d’oro, niente può essere più vicino al vero di una bella fiction.

Proprio nell’ottica di offrire alla 67ª Mostra del cinema di Venezia uno sguardo alternativo sulla realtà, lontano dai lustrini di Cinecittà o di Hollywood, il direttore Marco Müller ha invitato una ventina di autori a portare i loro lavori nella sezione Controcampo italiano. In concorso strutture di livello (Rai Cinema, Cinecittà Luce, la Kaos dei fratelli Taviani) e nomi di spicco (la regista Roberta Torre, la giornalista Rai Monica Maggioni) ma anche molte piccole produzioni. Nessuna però come la Viacolvento del sardo Salvatore Mereu: il suo Tajabone, girato in digitale e interpretato da un gruppo di tredicenni di varie etnie pescati nelle scuole più disagiate di Cagliari, è costato solo 10 mila euro. «Confesso che ho inviato alla commissione selezionatrice il Dvd del film con lo stesso spirito con cui si stacca un biglietto della lotteria », sorride Mereu, 45 anni, regista ma pure insegnante a tempo pieno. «La notizia dell’invito ha sbalordito sia me sia i ragazzi».

– Qual è stata la genesi di questa sorta di piccolo miracolo cinematografico?
«Alle medie tengo corsi di educazione all’immagine. L’idea era quella di far realizzare un paio di corti ai ragazzi delle scuole di due quartieri non facili di Cagliari: la Don Milani di Sant’Elia e la Alagon di San Michele. L’obiettivo era quello di insegnare cinema ai ragazzi affinché poi si raccontassero attraverso il cinema. Dopo l’iniziale diffidenza, sono venute fuori storie così belle sul loro vissuto, sulle loro adolescenze, che l’occhio da regista mi ha suggerito di farne un film. Io li ho solo aiutati e ho assemblato il tutto».

– Tajabone è la prova che il cinema è sogno?
«Non credo ci sia mai stato a Venezia un film con un budget più basso: farne una copia su pellicola coi sottotitoli, come richiede il regolamento della Mostra, ci è costato più che tre settimane di riprese. Ma siamo felici di aver portato al Lido un film originale, che testimonia la possibilità di trovare la bellezza anche in mezzo a difficoltà e diversità».
Fil-rouge del racconto un treno in corsa, la melodia da una terra lontana, una classe in gita scolastica. Volti, pelli, storie diverse. Cinque modi differenti di vivere l’adolescenza: amori, amicizie, gelosie, rapporti problematici tra genitori e figli. Munira e Brendon, giovani Rom, provano le prime palpitazioni però sono contrastati dal padre di lei. Andreà sta con Antonio, ma deve affrontare il bullismo di compagne invidiose. Per non parlare di quello che subisce Noemi, ragazza grassottella che s’inventa un’identità glamour su Facebook per agganciare il belloccio della scuola, salvo poi raggelare al momento d’incontrarlo. Poi c’è Kadim, ragazzo senegalese taciturno alle prese col papà assente e urare per aiutarla economicamente.

– Mereu, cosa significa il titolo?
«Tajabone è il canto tradizionalesenegalese intonato dalla mammadi Kadim alla notizia che il figlio hatrovato lavoro. Tajabone è la festamusulmana di buon auspicio chechiude il Ramadan: giorno in cui gli angeliscendono in Terra per sapere come vanno lecose agli uomini emagari dar loro una mano».

– Non è la prima volta che lei viene alla Mostra. Con quale spirito ha affrontato la gara?
«Per me è stata già una vittoria mostrare il film a giornalisti e critici di tutto il mondo. E poi essere riuscito a portare a Venezia tutti i ragazzi che lo hanno scritto e interpretato: Munira, Brendon, Abdullah, Angelica, Tamara, Nicola, Oscar, Sara, Noemi, Riccardo. Abbiamo fatto una colletta per trovare i soldi. Ci tengo a ringraziare i presidi delle due scuole, l’assessorato agli Affari sociali di Cagliarie l’Istituto superiore regionale etnografico della Sardegna: sono la prova che sul territorio le istituzioni sanno funzionare ancora».

– Lasciando il Lido, che cosa porta con sé?
«La fierezza di aver lavorato con ragazziche avevano mille ragioni per tener chiusi iloro cuori e invece hanno mostrato coraggio.Il cinema non amo solo farlo ma anche guardarlo:trovarmi a fianco di Tarantino, Salvatores,Dustin Hoffman, la Deneuve mi ha fattovenir voglia di chiedere autografi».

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