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Mani pulite, 25 anni dopo Gherardo Colombo incontra Sergio Cusani

15/05/2017  Al centro della fiction 1993 c'è il "processo Cusani", in un incontro organizzato da Famiglia Cristiana uno dei magistrati del pool che portò a quel processo e l'imputato si sono ritrovati 25 anni dopo.

Una stretta di mano, alta sopra il gomito piegato, come sui campi sportivi tra avversari leali. È il gesto spontaneo che segna la fine dell’incontro tra Gherardo Colombo e Sergio Cusani, 25 anni dopo. Se la scambiano lontano dagli sguardi, fuori dalla scuola, nel sole d’una precoce primavera. I ragazzi che li hanno ascoltati fin lì non l’hanno vista, ma avrebbe svelato loro il lato emotivo che le parole hanno dovuto dominare.

Sono studenti di quinta liceo alle Opere sociali Don Bosco di Sesto San Giovanni: non erano nati quando Colombo, pm del pool di Milano (con Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo) e Cusani, indagato (poi condannato) si sono trovati contrapposti sulla faglia di Mani pulite, l’indagine giudiziaria più traumatica che l’Italia ricordi.

Doveva essere un’intervista a due: hanno scelto loro di darsi in pasto ai ragazzi di una scuola, nati nel 1998 quando il filone delle indagini di Mani pulite scemava, mettendo in conto le domande scomode che si osano a quell’età.

Due parole nude e crude per riassumere i fatti e poi si parte a spiegare che cosa spinga a esserci, quando sarebbe umano voler dimenticare. Comincia Colombo: «Credo che se vogliamo fare passi avanti, sia importante confrontarsi partendo da punti di vista diversi. E poi stimo Sergio Cusani perché quando la sua sentenza di condanna (falso in bilancio, finanziamento illecito ai partiti, appropriazione indebita processo Enimont e corruzione processo Eni-Sai, ndr) è diventata esecutiva s’è presentato, è andato a San Vittore e ha scontato l’intera pena. Avrebbe potuto rendersi irreperibile come altri hanno fatto e invece ha dimostrato senso di responsabilità».

PRECEDENTI.

A sostenere l’accusa al processo fu Di Pietro, ma Cusani si era fatto un’idea del magistrato scarmigliato che ora con i riccioli un po’ più radi gli siede accanto. Un’idea che spiega il sì all’incontro: «In tempi in cui capitava che si facessero richieste di custodia quasi prestampate cambiando solo i nomi, in lui vedevo un intellettuale prestato alla magistratura: non era uno del tipo: “Se non te la canti, t’aspetta San Vittore”».

Con un aneddoto tragicomico prova a rendere l’idea dell’attenzione: «All’inizio finii in carcere a Opera, un agente mi sorvegliava anche in bagno. Cercai di capire se fosse proprio necessario. Seppi che era giunta al direttore una chiamata del dottor Colombo: “Sorvegliare Cusani 24 ore”. Capii che, dopo i suicidi di Cagliari e Gardini, temeva che potessi togliermi la vita. Convinsi l’agente: avrei parlato, fischiato, provato d’essere vivo, ma distogliesse lo sguardo almeno in bagno se non mi volevano morto per occlusione intestinale».

Colombo sorride: «Si poteva essere meno fiscali», poi, rivolto ai ragazzi, si fa serio: «L’episodio vi dà la misura della sottomissione cui è sottoposto un detenuto. La Costituzione dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Temo che il nostro sistema carcerario confligga con la Carta in questo».

Fa un passo indietro all’inizio di Mani pulite: «Entrai nell’inchiesta iniziata da Di Pietro nell’aprile del 1992. Partendo dall’arresto in flagranza di Mario Chiesa scoprimmo decine di migliaia di reati: corruzione, finanziamento illecito ai partiti, falso in bilancio, concussione, appropriazione indebita. Percepii presto che una trasgressività così estesa, capillare e articolata non poteva essere risolta con lo strumento della repressione penale. Prova ne è il fatto che Mani pulite non ha marginalizzato la corruzione. Cusani è stato tra i pochi a scontare in carcere la pena: altri si sono resi irreperibili o sono finiti prescritti, altri assolti perché le leggi erano cambiate nel frattempo. Per quanto lavorassimo non si arrivava in fondo. Con il tempo mi sono convinto che il problema fosse a monte dei tribunali: un po’ come quando un idraulico che ripara un rubinetto, non trovando il guasto, risale all’impianto centrale. Credo che il nostro “centrale” sia la relazione che le persone hanno con le regole: se non risolvi quello la giustizia non funziona. Per questo vado tanto nelle scuole».

La storia che Cusani racconta su di sé è perfetta per esemplificare: «È chiaro che sapevo benissimo di aver fatto una cosa illegale quando lavoravo (consulente finanziario, ndr) per il gruppo Ferruzzi-Montedison, il secondo gruppo industriale italiano. Molto meno chiaro era, nella cultura d’allora, il senso dell’illegittimità: pagare il sistema era da tutti considerato legittimo, spesso il prezzo per fare le cose, nella mia vicenda per essere costretti a vendere, non volendo, la chimica Enimont allo Stato: un prezzo percepito come accettato di fatto pur intuendo che la chimica così sarebbe finita. Come fu». Accettato anche quando era il prezzo enorme (circa 140 miliardi di lire) della madre di tutte le tangenti.

Cusani racconta ai ragazzi di aver maturato in carcere la consapevolezza di un meccanismo di smottamenti progressivi: «Le micro scelte in apparenza insignificanti, che durante il periodo formativo uno compie autoassolvendosi perché così fan tutti, aprono una breccia. Poi nella maturità diventano macro scelte. Ti dicono: “Il tuo obiettivo è quello” e tu, che ti sei abituato a pensare che il fine giustifichi i mezzi, fai di tutto per raggiungerlo. Dopo quello che ho attraversato ho cambiato il mio paradigma: il fine non giustifica i mezzi, come teorizzava Machiavelli, sono i mezzi a dare senso al fine. L’ho imparato da un grande filosofo italiano: Giorgio Agamben. Diversamente giustifichi tutto: dalle stragi naziste, alle purghe staliniane».

SFIDE

  

Gherardo Colombo provoca i ragazzi: «Io credo che a Milano un sacco di ragazzi fumino spinelli. È illegale, lo sapete. Chi denuncerebbe il proprio pusher? Sì, così poi chi me la vende? Ma così finanziate la criminalità organizzata, mica bello. Noi adulti dovremmo insegnare ai ragazzi la lealtà. Anche voi ne avete il senso: se uno di voi denuncia l’altro che scarica versioni di latino gli date della spia (risate). Ma pure scaricare versioni è sleale: verso il professore e verso voi stessi, che siete qui per imparare e così non imparate. Dunque è un senso di lealtà un po’ distorto. Un tempo convenivo con i miei ex colleghi sull’utilità degli strumenti premiali: se collabori, se fai i nomi dimostrando che hai spezzato il legame di omertà, ti premio. Ora non ne sono più convinto: perché così passa il messaggio che a volte tradire è un valore, con il rischio di perpetuare la mentalità che dovremmo cambiare».

Un po’ come quando, per rubare a Colombo un esempio ricorrente, uno Stato cerca di insegnare che uccidere è male mandando a morte l’assassino.

Il tema riporta Cusani alla sua storia in Mani pulite: «Un giorno, anni dopo, il dottor Francesco Greco, (oggi procuratore capo a Milano, ndr), mi chiese le ragioni del mio difendermi ammettendo le mie responsabilità, senza far nomi: l’ho fatto per salvaguardare la relazione con i miei figli. Che avrebbero pensato di me se, dopo aver commesso reati, avessi cercato di salvarmi scaricando su altri le mie responsabilità? E poi ero stato nel gruppo dirigente nazionale del Movimento studentesco e lì vigeva il principio dell’assunzione delle proprie responsabilità. Ho subìto quel che dovevo per salvare la mia storia umana e politica giovanile. E così dopo il carcere quando Fiom-Cgil ha accolto la mia disponibilità a lavorare per loro, ho riannodato un filo antico».

Un ragazzo osa la domanda più cruda, logica, necessaria: «Com’è che uno che nel 1968 voleva fare la rivoluzione s’è schierato così con il potere?». «Ero nato nella bambagia, a 17 anni contestai mio padre, molto autoritario, e me ne andai di casa. Quando nel 1973 Roberto Franceschi, mio compagno, fu ucciso da un proiettile sparato dalla polizia davanti alla Bocconi, la mia università, caddi in depressione. Un amico, per tirarmi fuori, mi presentò suo padre, Aldo Ravelli, grande concessionario di Borsa. Studiavo economia, mi presi un abito buono e iniziai a seguire la finanza. Mio padre mi affidò dei soldi da gestire, li persi: “Erano i soldi per la tua casa a Milano”. Lo sfidai: “Diventerò più ricco di te”. Ma come capita ai figli che contestano i padri e poi ne riproducono inconsciamente il modello, ai tempi ero affascinato dalle figure forti, decisioniste: Serafino Ferruzzi, Bettino Craxi, Raul Gardini… Sono entrato nel meccanismo del potere e ne ho subìto il fascino, perverso».

La campanella della fine arriva troppo in fretta: servirebbe il tempo di ritornare sulle parole chiave dell’incontro, su quella frase che Gherardo Colombo ripete alle classi che incontra senza sosta: «Non c’è libertà senza responsabilità».

Foto di Ugo Zamborlini

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