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martedì 11 agosto 2020
 
Personaggi
 

Tedeschi: il teatro mantiene giovani

21/09/2014  Intervista al popolare attore che, a 94 anni, continua a muoversi sul palcoscenico come un giovanotto e a mietere successi.

Gianrico Tedsschi (al centro) in "Dipartita finale" al Teatro Parenti di Milano. In alto: un suo ritratto.
Gianrico Tedsschi (al centro) in "Dipartita finale" al Teatro Parenti di Milano. In alto: un suo ritratto.

«Sono d’accordo con Marcello Mastroianni, vecchio amico, che diceva che fare teatro è meglio che lavorare. E sono d’accordo anche con un altro grande amico, Vittorio Gassman, che aggiungeva: “E ci pagano pure!”».

Eccolo rivelato il mistero. Vai a teatro, vedi Gianrico Tedeschi, 94 anni compiuti il 20 aprile scorso, muoversi sul palcoscenico come un giovanotto, ballare addirittura, e non puoi non chiederti: ma come fa? E per fugare qualsiasi dubbio, lui chiarisce: «Come riesco a mantenermi così giovane? Con il teatro, con il teatro. Chi si ferma è perduto!».

Nessuno lo ha mai fermato, lui. Studente alla Cattolica, fu chiamato alle armi e spedito in Grecia, fatto prigioniero e deportato in un campo di concentramento. «Fu durissima», sussurra, misurando le parole. «Ancora oggi preferisco non parlarne. Superai la prova grazie a incontri meravigliosi: con Lazzati, Guareschi, Novello, Natta, Rebora... E per sopravvivere sorse una sorta di organizzazione culturale. Lì rappresentai l’Enrico IV per la prima volta». Chiedendogli se la società italiana coltivi la memoria di quei fatti, da cui è nata la Repubblica, si ha l’impressione di riaprire una ferita: «Non sono stati mai fatti i conti, nel Dopoguerra prevalse un bisogno di riappacificazione che favorì un processo di rimozione. Ultimamente si sta facendo qualche patriottico sforzo di obiettività, ma gli italiani sono un popolo tremendamente individualista: perché si “uniscano a coorte”, deve succedere qualcosa di tragico». La vocazione per il teatro era germogliata precocemente, «grazie a mio padre, che cominciò a portarmi a teatro una volta alla settimana fin da quando avevo cinque anni».

Vennero il cinema, la Tv (i meno giovani ricordano il suo volto ironico nel Carosello o negli sceneggiati Rai o, ancora, nel radiofonico Gran varietà condotto da Raffaella Carrà), i ruoli celebri a teatro e l’incontro con i più grandi registi, da Monicelli a Rossellini, da Strehler a Ronconi. «Per tutti loro provo affetto e nostalgia», dice Tedeschi. «Il teatro è così: fra i tanti doni che porta, insegna il distacco, una lezione dura da apprendere. Sul palco si formano famiglie, ci si penetra nell’intimo, ci si affeziona e... Poi via, ciascuno per la sua strada. Fra tutti i registi che ho avuto la fortuna di conoscere, colui che più di ogni altro era capace di suscitare amore – sì, amore – è stato Giorgio Strehler».

Volgendo lo sguardo dal passato al presente, l’attore prova «tenerezza per i giovani. Noi vecchi siamo doppiamente colpevoli nei loro confronti: prima li abbiamo educati nella bambagia, poi gli abbiamo consegnato un mondo da ricostruire. Le vecchie generazioni dovrebbero fargli posto, eccetto qualche eccezione, dovuta al merito».

A confortarlo ci sono la moglie Marianella, conosciuta 46 anni fa, naturalmente sul palcoscenico – «rappresentavamo Le nuvole di Aristofane », ci tiene a precisare – e la figlia Sveva, attrice e insegnante di teatro.

L’ultima fatica di Tedeschi è stata Dipartita finale, un superbo spettacolo in cui recita con Ugo Pagliai, Franco Branciaroli e Massimo Popolizio che il Teatro Parenti di Milano, a furor di popolo, ha deciso di rimettere in cartellone. Vuol dire che Tedeschi non andrà mai in pensione? «Nella mia mente, non esiste: c’è l’esempio di Molière, che morì recitando Il malato immaginario, se Dio me lo concede...».

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