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domenica 26 maggio 2024
 
L'OMAGGIO
 

Teo Manzo, la sua voce per De André

09/01/2024  «Da bambino mio papà mi cantava La guerra di Piero. Ma ogni disco ha segnato un pezzo della mia vita». Teo Manzo, cantautore milanese, da anni adopera il suo talento per far rivivere la magia delle canzoni del grande artista. Ai concerti il pubblico è numeroso, molto partecipe e chiede a gran voce brani al di fuori della scaletta. Il prossimo a Milano il 25 gennaio

Teo Manzo in concerto (credit: Tommaso Canciani)
Teo Manzo in concerto (credit: Tommaso Canciani)

Il milanese Teo Manzo, 37 anni, ha un dono. Un talento che da anni condivide con i numerosi fan, orfani di Fabrizio De Andrè. Dal 2011 presta la sua voce e la sua chitarre per far rivivere la magia della musica dell'artista in concerti, apprezzatissimi dal pubblico e capaci di colmare il vuoto e la nostalgia che la scomparsa del grande cantautre genovese ha creato. Teo è anche lui cantante, autore, compositore. Nel 2015 ha pubblicato Le Piromani, suo primo album solista, che gli è valso diversi riconoscimenti, tra cui il Premio Fabrizio De André per la Poesia 2016. Nel 2019 ha girato l’Italia come voce del fortunato spettacolo De André 2.0, nato in occasione del ventennale della scomparsa dell'artista e nel 2020 ha esordito con Kublai, un progetto diviso tra elettronica, testi onirici e canzone d’autore.

Come hai conosciuto le canzoni di FdA?

«L’amore per De André si è formato in due momenti distinti nella mia vita. Il primo risale all’età di 4-5 anni, durante i viaggi in macchina con i miei ascoltavamo spesso l’album Le nuvole (1990). In quell’album sono presenti anche dei brani in dialetto, nonostante ciò, imparai subito i testi, con un approccio “onomatopeico”, diciamo. Poi arrivò Anime salve (1996) e anche lì consumai la cassetta. Naturalmente non capivo granché dei contenuti, ma ricordo una specifica fascinazione per il timbro avvolgente di Faber, che con gli anni era diventato anche più rugoso e naturale, meno affettato degli inizi. Ma i dischi del primo De André li scoprii molto dopo, negli anni del liceo, e lì fu un amore scelto, consapevole».

Sei anche tu cantante e cantautore... un mestiere difficile?

«È difficile come tutti i mestieri che non sono riconosciuti come tali, complice la scarsa cultura musicale nel nostro paese. Ma la difficoltà maggiore sta nel fatto che cantante e cantautore non sono un mestiere, ma due, molto diversi, a volte divergenti. Il mestiere dell’interprete ha molto a che fare col passato, con la nostalgia del pubblico; quello del cantautore, almeno nel mio caso, vorrebbe avere a che fare col nuovo e col futuro, cosa particolarmente ambiziosa in questo momento storico, non avendo più un futuro “in comune”. Certamente il contesto degli anni Cinquanta e Sessanta, in cui De André si è formato, era molto diverso».  

Quando hai deciso di dare la voce in concerto a FdA?

«Devo dire che in realtà non l’ho propriamente deciso, mi hanno invitato a farlo in qualche occasione una dozzina di anni fa e da allora non hanno più smesso di chiedermelo. L’acme di questo percorso è stata nel 2019 con De André 2.0, un concerto full band che ho messo in piedi con alcuni amici in occasione del ventennale dalla scomparsa di Faber. Lo abbiamo portato nei maggiori club in tutta Italia, quasi sempre tutto esaurito. Ovviamente è una cosa che faccio sempre con grande divertimento, ma negli ultimi anni mi sono dedicato di più alla mia musica».

Come decidi la scaletta e quali titoli ti chiede il pubblico?

«La scaletta è sempre diversa, di solito decido le prime dieci canzoni e poi improvviso. Alla fine del concerto il pubblico chiede sempre qualche brano, i concerti arrivano a durare anche due ore e mezza, e non è banale sostenerli con la sola chitarra. Cerco sempre di non eseguire le canzoni in maniera filologica, il confine tra il concerto e la liturgia è molto labile quando si cantano i grandi cantautori del passato. La maggior parte degli interpreti di De André ha un approccio mimetico, gli fa il verso. Alcuni per eccesso di deferenza, altri addirittura per mitomania. Introdurre un po’ di variabili fa sempre bene, a mio modesto parere».

Perché il fascino di FdA ha presa sui giovanissimi nati anche dopo la sua scomparsa?

«Il pubblico di De André è sempre stato vario per età, estrazione e cultura. Questo credo sia per la sua spiccata abilità narrativa, detto in parole semplici De André sapeva cantare in terza persona, raccontando storie e personaggi altri da sé. Oggi questo approccio sarebbe molto penalizzato in realtà, alla fiction le persone preferiscono le storie realmente accadute, sono curiose delle vite degli altri, perfino nella musica vogliono entrare nella vita di chi canta. Le canzoni, ora, rispondono a questa esigenza. Quindi perché Faber sopravvive? La differenza la fa la messinscena, De André empatizza e fa empatizzare con i suoi personaggi, non è distante da loro, ma non è nemmeno troppo vicino. La sua grandezza è stata aver saputo calibrare quella distanza, quel linguaggio, quella grazia».

In che modo si è diffusa e si diffonde tra i ragazzi la sua musica?

«Non conosco la dinamica con cui avviene oggi questa diffusione, scommetterei si tratti sempre di un passaparola intergenerazionale, come è avvenuto per me».

La canzoni/album di FdA del cuore ? 

«Mi è davvero difficile scegliere, ogni disco ha segnato pezzo della mia vita. Una delle cose che apprezzo molto della sua discografia è il fatto che ha collaborato con gente sempre diversa, ogni lavoro mostra una sua connotazione particolare, e - soprattutto - un’evoluzione rispetto al precedente. Per questa ragione, a mio avviso, il miglior album di Faber è Anime salve, l’ultimo che ha pubblicato».

Una canzone  poco conosciuta che ti piacerebbe fosse più apprezzata e una secondo te sopravvalutata o che proprio non ti piace… 

«Amo molto i Monti di Mola, è un brano in gallurese che racconta una storia d’amore impossibile tra un pastore e un’asina. È un capolavoro perché è un pezzo che riesce a farti ridere e piangere allo stesso tempo. Assolutamente da recuperare, se non la si conosce. Il pezzo che non mi piace è senz’altro Il pescatore, gode di una fortuna largamente immeritata».

C’è una sua canzone che descrive i tempi che stiamo vivendo?

«Disamistade...» Leggete il testo e capirete perché (N.d.R)

Vedi un “erede” tra i cantautori di oggi?

«Non lo vedo e non mi interessa vederlo. Non amo le profezie e sono contrario a caricare i più giovani di identità trascorse. Mi solleva molto la serendipità: se ci aspettiamo qualcosa da qualcuno, arriverà qualcos’altro da qualcun altro».

Stai per diventare papà di una bambina… Quale canzone di FdA le dedichi?

«Mio padre da bambino mi cantava La guerra di Piero. Visti i tempi che corrono credo che replicherò».

 

  • Il prossimo Omaggio a Fabrizio De André, in forma di Live art performance, sarà il 25 gennaio al Teatro Bruno Munari (via Bovio 5, Milano) Teo Manzo torna sul palco con Paolo Castaldi, noto autore di graphic novel, per raccontare La Buona Novella in un arrangiamento inedito e coinvolgente. Si consiglia la prenotazione: info@associazioneil girasole.org oppure info@progredironlus.it

           (in apertura foto di Tommasi Canciani)

 
 
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