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Testimoni del martirio eritreo

13/01/2014  Alganesh Fessaha, don Zerai, padre Shishay: vivono ogni giorno la tragedia di un intero popolo, prodigandosi nell'aiuto a tanti connazionali. A tre mesi dalla strage di Lampedusa (3 ottobre 2013), "i viaggi della disperazione e i drammi di tanti eritrei continuano. Come prima", racconta la dottoressa Fessaha.

Alganesh Fessaha durante una conferenza organizzata dalla Comunità di San'Egidio. In copertina: Alga - come tutti la chiamano - con alcuni ragazzi profughi eritrei.
Alganesh Fessaha durante una conferenza organizzata dalla Comunità di San'Egidio. In copertina: Alga - come tutti la chiamano - con alcuni ragazzi profughi eritrei.

Il 7 dicembre 2013, Alganesh Fessaha, arrivata dall'Eritrea 35 anni fa e poi divenuta cittadina italiana, ha ricevuto l'Ambrogino d'oro di Milano. Il capoluogo lombardo ha deciso di assegnarle la massima benemerenza cittadina accogliendo l'appello di alcuni giornalisti – tra cui Paolo Lambruschi di Avvenire, Raffaele Masto di Radio Popolare, Luciano Scalettari e Alberto Chiara di Famiglia Cristiana – che nel corso dei loro reportage hanno conosciuto “il senso di gratuità e l’amore per i propri simili e per la pace”, doti che “sono prerogative di un certo spirito ambrosiano”.

Con l'Ong Gandhi di cui è presidente, questa donna, che nella vita professionale è medico, si occupa infatti di curare le ferite del corpo e dell'anima dei profughi del Corno d'Africa, a Lampedusa come in Africa e in Medio Oriente.

Alganesh esamina i segni delle torture subite da un profugo eritreo, durante uno dei viaggi in Sinai per cercare di liberarli dai sequestratori.
Alganesh esamina i segni delle torture subite da un profugo eritreo, durante uno dei viaggi in Sinai per cercare di liberarli dai sequestratori.

"Vengo chiamata a qualsiasi ora della notte e del giorno"

“Da vari anni – racconta – vengo chiamata a qualsiasi ora della notte e del giorno da profughi eritrei, etiopici e sudanesi che fuggono dai loro Paesi per salvare la vita e che vengono rapiti durante il viaggio dai trafficanti.

I profughi, quando arrivano nei campi che si trovano in Sudan, vengono sequestrati dai beduini sudanesi che li rivendono ai beduini egiziani del Sinai per circa 3.000 dollari a persona. I beduini li tengono incatenati sotto terra in prossimità delle loro case e chiedono ai familiari un riscatto che può variare dai 30 ai 50 mila dollari. Per costringerli a pagare il riscatto, li torturano e violentano le donne”.

Di fronte a quello che l'Onu ha definito uno dei più crudeli e odiosi traffici di esseri umani del pianeta, Alganesh Fessaha interviene per liberare i sequestrati e far conoscere le loro “vite dimenticate” ai media e al mondo. Anche a rischio della propria: l'anno scorso, mentre era in Libia per incontrare alcuni profughi, è stata brutalmente picchiata da una squadraccia di miliziani, riportando fratture alle costole e a un braccio.

Alga parla a una scolaresca di piccoli profughi in Sudan.
Alga parla a una scolaresca di piccoli profughi in Sudan.

"Negli ultimi due anni abbiamo liberato 480 prigionieri dalle mani dei beduini"

  

Nel Nord del Sinai, dove si reca almeno quattro volte l'anno, Alganesh ha avviato una collaborazione molto significativa con lo sceicco salafita Awwad Mohamed Ali Hassan, che è un grande esempio di dialogo tra le religioni.

Così lo raccontava a ottobre in un incontro interreligioso promosso a Roma dalla Comunità di Sant'Egidio: “Sono andata a trovarlo, abbiamo parlato ed è iniziata una collaborazione per la liberazione dei rifugiati senza il pagamento del riscatto. Negli ultimi due anni abbiamo liberato 480 prigionieri dalle mani dei beduini. Lo sheik tutti i venerdì parla alle famiglie dei beduini che hanno fatto prigionieri i profughi. Dice loro che per il Corano e per la religione non è ammissibile fare violenza alle persone e non si può guadagnare sulla vita degli esseri umani. Anch'io che sono cristiana mi sono ritrovata nello stesso spirito. Lo sheik mi protegge come se fossi sua sorella e difende la vita dei cristiani come se fossero suoi parenti. Il dialogo, l’incontro tra persone di fedi diverse per difendere la vita dei poveri ci fa trovare uniti nello spirito. La preghiera accompagna sempre i miei viaggi e trovo la forza della fede nell’incontro con i rifugiati e nell’incontro con lo sheik Mohamed”.

C'è un dato che spiega il frutto di questa alleanza: oggi nel Sinai il fenomeno della tratta delle persone si è ridotto del 30%. Infine, c'è anche un altro elemento per cui l'Ambrogino d'oro ad Alganesh Fessaha è significativo: la sua biografia – l'esilio in Italia, la lotta per l'indipendenza dell'Eritrea, la critica alla dittatura di Isaias Afewerki – raccontano la “milanesità” e la “storicità” degli eritrei, una delle prime comunità straniere arrivate a Milano.

Che infatti ha già avuto un altro Ambrogino d'oro: padre Hailé Teklemariam, meglio conosciuto come padre Marino, premiato lo scorso anno e morto il 3 settembre. A Milano dal 1979, questo cappuccino era la guida spirituale dei copti cattolici eritrei ed etiopi, ma le sue messe erano spesso frequentante anche dai connazionali ortodossi. Soprattutto, era il riferimento per tutta la comunità: organizzava corsi di italiano, aiutava a districarsi nella burocrazia dei documenti, nella ricerca del lavoro, dava consigli per aiutare gli immigrati a inserirsi nel tessuto sociale della città.

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