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venerdì 07 maggio 2021
 
 

Volti e voci di un Egitto che cambia

23/09/2012  In antichità culla della cultura, oggi, dopo la rivoluzione, un Paese allo sbando, dove la civiltà cede il passo a un degrado che costringe molti a emigrare.

Il Cairo, capitale dello stato egiziano. (Thinkstock)
Il Cairo, capitale dello stato egiziano. (Thinkstock)

Padre Giovanni Esti, classe 1963, è un padre comboniano che dal 2007 vive a Il Cairo e gestisce il Centro Culturale Markaz Comboni, che attraverso la diffusione della stampa e l’arte ha come obbiettivo quello di promuovere giustizia, pace e integrità del creato. Lui che ha vissuto i giorni della rivoluzione di piazza Tahrir, a pochi centinaia di metri dalla sua casa, oggi continua a respirare quell’aria di cambiamento in un Egitto che fatica a trovare un nuovo volto.

Incontriamo padre Esti a margine di una delle sessioni del X Congresso Internazionale di Studi Copti, che si sta svolgendo a Roma. Giorni in cui continuano ancora le polemiche e gli scontri, sulla scia del film anti-islam, e quando gli viene chiesto qual è la situazione attuale e se ci sono state delle ripercussioni sui cristiani a Il Cairo, lui sorride dicendo: “Certo gli scontri sono avvenuti, ma ovviamente sono stati ingigantiti dai media e non ci sono state forti ripercussioni sui cristiani. Penso che apparentemente la rivoluzione araba non ha cambiato nulla, ma è la percezione delle persone che è mutata, cioè che si può cambiare. Infatti ora protestano su tutto e quindi penso che la sfida di questi Paesi è passare da una fase distruttiva ad una costruttiva. Sanno cosa hanno lasciato, ma non dove vanno. Gli stessi giovani non riescono ad immaginare un mondo diverso da quello che conoscono, perché un paese che è stato privato di creatività per tanti anni, ha un basso pensiero critico e ora la vera necessità è quella di trovare nuove guide”.

Padre Giovanni Esti.
Padre Giovanni Esti.

Ma di fatto ci sono stati scontri.

“Certo ma ricordiamo sempre che sono le frange più estreme. Sicuramente il presidente Morsi non è apparso molto bene perché ha temporeggiato prima di prendere una posizione, ma queste fazioni non sono rappresentative dei Fratelli Musulmani. Diciamo che anche i media occidentali hanno fatto la loro parte e si sono ingigantite alcune dinamiche, soprattutto in occasione dell’11 settembre. Non dimentichiamo che l’Egitto è un paese strategico, ha bisogno dell’Occidente, quanto l’occidente dell’Egitto”.

Quali sono stati gli effetti di questa rivoluzione sui cristiani in queste terre, come vivete ora?

“Positivi, perché prima, sotto Mubarak, eravamo prigionieri di un mondo conosciuto, ma bloccato, ora invece si sono aperte tante opportunità. Sotto Mubarak c’era la polizia segreta che ci controllava, oggi no e sono aumentati anche i visti per chi vuole andare all’estero. Capisco la paura legittima ma non necessaria per il Paese quando sono saliti i Fratelli Musulmani. Ricordo che i Fratelli Musulmani sono un movimento non violento, che ha sempre puntato sulla diplomazia. Il problema sono le aeree più faziose,  come i Salafiti. E ricordo che Morsi è stato eletto democraticamente, anche se penso che la sua vita si complicherà molto quando il Parlamento sarà formato, perché si dovrà confrontare con una maggioranza che è divisa al suo interno. Certo gli episodi di aggressioni continuano, anche nei confronti dei cristiani, ma la maggioranza di essi è legata a questioni di terra, quindi si tratta di atti sociali e non religiosi. Dobbiamo pensare che questo Paese è ancora, soprattutto nell’Alto Egitto, rurale, dove vigono leggi patriarcali”.

La sua è senza dubbio una posizione privilegiata, come sono i suoi rapporti con le comunità cristiane?

“I mie rapporti sono buoni con tutti, perché non utilizzo la religione, ma l’arte e la cultura e nel momento in cui si organizza una mostra partecipano tutti, ortodossi, protestanti, cattolici. Quando ci si trova a questi livelli gli scudi si abbassano. Il mio ruolo è quello di far incontrare le persone di buona volontà, costruttive, capaci di dialogo, attraverso linguaggi universali come l’arte, anche se il problema è che è ancora una questione di nicchia e unilaterale. Importante per me è cercare senza paternalismi e verità in tasca, un dialogo possibile, perché il problema dell’Egitto è quello di unire diverse identità che si incontrano e dialogano. In questa realtà bisogna convivere e lavorare”.

Ma la Chiesa Copta come sta reagendo a questa rivoluzione?

“Penso che la Chiesa deve uscire dalla logica della paura e lasciare che i propri membri si possano coinvolgere nella politica del paese. Uscire dagli schemi, dall’immagine di persecuzione, è la sfida reale ed ardua che si chiede alla Chiesa d’Egitto. Purtroppo i copti non hanno un piano politico preciso e negoziano solo a porte chiuse, ovviamente questo li spinge a ghettizzarsi ancora di più. Bisogna ammettere che ci sono opportunità storiche di cambiamento che questo paese ha ricevuto, e sono convinto che chi non beneficerà in questo momento di passaggio resterà tagliato fuori da opportunità e non minacce, che la storia della salvezza ci ha donato”.

Il prossimo 2 dicembre ci saranno le elezioni per il successore di Papa Shenouda III, guida dei copti ortodossi. Qual è il clima che si respira?

“C’è un forte dibattito interno e vedremo come andrà a finire. È un momento di grande fioritura, i monasteri sono pieni di giovani, così come le chiese”.

Benedetto XVI nel suo ultimo viaggio in Libano ha esortato i cristiani a non abbandonare le terre mediorientali.

“L’esortazione del Papa è giusta, ma ricordiamoci che i cristiani convivono da secoli con i musulmani in queste terre, condividono la stessa cultura e non sono così poveri come appaiono. Per cui credo ci sia un elemento di verità che si lega con un elemento sociologico e se molti copti vanno all’estero non è necessariamente perché perseguitati, ma per motivi economici. Ripeto, la vera sfida della Chiesa Copta è quella di essere attiva in questo cambiamento promuovendo valori di democrazia”.


Francesca Baldini

Alessandria d'Egitto. (Thinkstock)
Alessandria d'Egitto. (Thinkstock)

Sembra il titolo di un film che ricorda le vestigia del grande passato egiziano, ricco di civiltà artistica e scientifica. Una grande civiltà che nei secoli ha dato il ritmo e le coordinate da dove hanno attinto nuove generazioni culturali. Lo scorrere lento del Nilo, come un’arteria vitale, nutre il cuore della grande e immensa città del Cairo, dove il fascino sublime delle millenarie Piramidi e lo sguardo misterioso e ieratico della Sfinge, stanno a guardare la moltitudine infinita di persone che vivono in questa città. Io sono Egiziano di origine, di Kafr el–Dawwar, vicino ad Alessandria, la prestigiosa città fondata da Alessandro Magno, grande metropoli nel mondo antico, oggi seconda città dell’Egitto che si affaccia sul Mar mediterraneo.
 Alessandria d’Egitto è nota al mondo per la sua Biblioteca, che era stata concepita come il luogo che doveva contenere la linfa del sapere.
Il poeta Naguib Mahfouz scrive: “Alessandria, finalmente! Alessandria goccia di rugiada. Esplosione di nubi bianche. Sei come un fiore in boccio bagnato da raggi irrorati dall’acqua del cielo. Cuore di ricordi impregnati di miele e di lacrime”.

Piazza Tahrir, Il Cairo, durante le proteste antigovernative del 2011. (Ansa)
Piazza Tahrir, Il Cairo, durante le proteste antigovernative del 2011. (Ansa)

Quest’aria ricca di fascino e antichità non esiste più. Ho provato grande sconcerto nella mia recente visita in Egitto, a constatare il radicale mutamento della situazione e la cruda realtà che molte persone vivono. Dopo il 25 gennaio 2011 è sparito il vecchio Egitto. Le televisioni di tutto il mondo trasmettevano le immagini dell’oceanica folla di egiziani, in Piazza Tahrir, che protestavano sino a far crollare definitivamente il governo e tutto lo stato di polizia, accelerando così il percorso della storia, come del resto in tutto il nord Africa.
Durante i giorni della rivoluzione molti delinquenti sono entrati nelle caserme della polizia, uccidendo molti poliziotti. La polizia, che avrebbe dovuto mantenere l’ordine pubblico, ha perso la dignità e il potere e oggi non esiste più, facendo così degenerare la situazione dove, nelle grandi città come il Cairo ed Alessandria, regna sovrano il caos, una vera Babele.
Alcuni quartieri del Cairo e di Alessandria sono diventati un grande mercato a cielo aperto: in ogni angolo, lungo le strade, sui marciapiedi, donne, bambini, uomini si improvvisano venditori di frutta e verdura o altre mercanzie, per sopravvivere alla povertà giornaliera, senza alcun rispetto dei luoghi, dove la sporcizia si accumula di giorno in giorno sempre più, aumentando la precarietà delle condizioni igieniche. Durante il giorno la corrente elettrica viene staccata almeno per quattro volte, sia per le abitazioni residenziali, sia per le attività commerciali. Il grande disagio è alla sera, dove la vita del Cairo e di Alessandria è vivace quanto di giorno, costringendo molta gente a ridurre l’attività lavorativa perché oscurati dalla mancanza della luce. Anche l’acqua non sempre c’è.

Le recenti proteste antistatunitensi in seguito al film rappresentante Maometto hanno coinvolto anche Il Cairo. (Ansa)
Le recenti proteste antistatunitensi in seguito al film rappresentante Maometto hanno coinvolto anche Il Cairo. (Ansa)

Mi sono imbattuto in chilometriche code di automobili e camion che aspettavano delle ore per poter fare rifornimento di gasolio. Il traffico è ingestibile, fuori da ogni controllo di ordine e di regole di viabilità. Per percorrere pochi chilometri in auto ci si impiega delle ore, spesso si assiste a episodi in cui qualcuno decide di parcheggiare in mezzo ad una via, bloccando così tutto, senza che nessuno possa dire nulla. I furti di auto sono aumentati tantissimo. Per spostarsi anche per lavoro è diventato un serio problema, poiché si corre il rischio, se si parcheggia l’auto, di non trovarla più.
La criminalità è così diffusa che giornalmente si assiste a episodi dove giovani delinquenti ti fermano per strada in tono minaccioso derubandoti. Sono ragazzini che in sella a fatiscenti motorini scippano le borsette alle donne, rubano di mano il cellulare ai passanti, anche mentre stanno parlando. Molti delinquenti hanno occupato abusivamente appartamenti vuoti, e i legittimi proprietari non possono né intervenire, né rivolgersi alla polizia perché nessuno li tutela.
Molta gente mi ha raccontato che è stata costretta a consegnare la loro auto, in quanto questi delinquenti esibiscono una falsa documentazione attestante che il mezzo è di loro proprietà. La gente prova a recarsi ai posti di polizia per fare denuncia dell’accaduto, ma la risposta è per tutti la stessa, che hanno moltissime denunce e che non possono fare niente.

I sostenitori della Fratellanza Musulmana, giugno 2012. (Ansa)
I sostenitori della Fratellanza Musulmana, giugno 2012. (Ansa)

Il lungo mare di Alessandria, è l’unica grande via centrale della città e luogo d’incontro per gli abitanti. L’abitudine degli Alessandrini alla sera, era quella di passeggiare con le famiglie e amici, e anche per trovare un po’ di refrigerio, soprattutto dopo le calde giornate estive. Oggi è un rischio pensare di passeggiare tranquillamente, molte persone rinunciano, rimanendo chiusi in casa, poiché i padroni indiscussi del lungomare sono le bande di ragazzini di tredici e quattordici anni, che minacciano i passanti chiedendo tutto quello possiedono, insultando pesantemente e minacciando le ragazze, perché secondo loro, non vestite adeguatamente. Questo fenomeno di bullismo si sta allargando pericolosamente anche nelle scuole. La popolazione egiziana negli ultimi anni ha avuto un incremento di una percentuale di giovani abbastanza elevata, di cui il 51% sono maschi e il 49% femmine. In Egitto oggi vivono anche molti profughi provenienti dalla Libia e dalla Siria, ma purtroppo tutti questi atti vandalici vengono fatti da ragazzi egiziani.

Mohammed Morsi, leader della Fratellanza Musulmana, attuale guida politica del Paese. (Ansa)
Mohammed Morsi, leader della Fratellanza Musulmana, attuale guida politica del Paese. (Ansa)

Ho parlato a lungo con tanti amici che ho avuto occasione d’incontrare ad Alessandria, ho percepito la loro paura e la loro tensione per il futuro. Alcuni direttori scolastici mi hanno confermato che molti cristiani sono emigrati, e il numero degli allievi è diminuito notevolmente. Molta gente ha perso quel senso di rispetto e di civilizzazione anche nell’educazione dei propri figli, l’immoralità è diffusa, quanto l’uso di stupefacenti da parte dei giovani.
Più di trecentomila persone sono emigrate dal 25 gennaio 2011. Molti imprenditori sono veramente disperati, per poter lavorare sono costretti a pagare delle tangenti elevate, perché rischiano di perdere tutto o di subire pesanti ritorsioni. I terreni che sono ancora vuoti, cioè dove nessuno ha ancora costruito, vengono confiscati da coloro che hanno preso ruoli di comando, senza alcuna autorizzazione, pur essendo di proprietà privata. Ad Alessandria ricordo che c’erano tantissime ville molto belle, costruite negli anni in cui c’era un po’ di benessere e tranquillità. È stato distrutto tutto, e senza alcuna autorizzazione sono stati costruiti palazzi di venti o trenta piani, senza minimamente fare dei calcoli di costruzione o di resistenza delle fondamenta.
Tutto ciò ha fatto cambiare il panorama della mia vecchia Alessandria, con una nuova immagine di scempio edilizio, che ha deturpato e ferito l’aspetto generale della città. Secondo le ultime statistiche riportate nei giorni scorsi sui giornali locali, solo i 7% del territorio egiziano è occupato dalla popolazione che complessivamente ammonta a 91 milioni, di cui 83 milioni residenti in Egitto e 8 milioni all’estero.
L’esperienza che ho vissuto quest’anno nella mia terra mi ha addolorato moltissimo. Non ho più riconosciuto la mia città di Alessandria, in così poco tempo trasformata. Ma la mia grande amarezza è vedere la disperazione della comunità cristiana, che non vede una via d’uscita e non intravede un futuro per i propri figli e per le nuove generazioni egiziane.

Celebrazioni per il primo anniversario della rivoluzione del gennaio 2011. (Ansa)
Celebrazioni per il primo anniversario della rivoluzione del gennaio 2011. (Ansa)

In aeroporto in attesa del volo che mi riporta a casa, penso ai milioni e milioni di egiziani che vivono giornalmente questa cruda realtà e non posso fare a meno di rileggere questa storia sotto la mia esperienza francescana. San Francesco, nel 1219, durante il periodo delle crociate intraprese un lungo viaggio attraverso l’Egitto e la Siria, come ambasciatore di dialogo e di pace, per incontrare il Sultano d’Egitto. Questo gesto di San Francesco è stato la testimonianza del rispetto e del dialogo tra culture differenti.
La mia speranza è che questo cambiamento porti i nuovi governanti ad investire nel campo formativo umanistico dei giovani, che rappresentano la prima potenziale risorsa per il futuro del Paese, educandoli ad un sistema democratico, cominciando dai progetti educativi nelle scuole. Il compito sarà arduo e difficile, ma con la forza e l’unità, si può lavorare per la rinascita dell’Egitto, un paese ricco di storia e che offre ad ogni visitatore rare bellezze naturali. Forse da questa terra, dove tanta cultura è stata profusa nei secoli, oggi possiamo riaprire la mente e il cuore della nuova generazione ad un nuovo volto dell’Egitto, dove è giunto il momento di decidersi e di rialzarsi, dove la conquista più importante è rendere alla società civile il rispetto e la dignità di ogni uomo, fondato sulla legge e la cittadinanza completa basata sull’uguaglianza, la giustizia e la garanzia della libertà religiosa.


Padre Ibrahim Faltas, francescano,
economo della Custodia di Terra Santa,
egiziano di nascita, oggi vive a Gerusalemme. 

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