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martedì 22 giugno 2021
 
FINZIONE E REALTÀ
 

Green book, la storia vera dietro il film sul viaggio di Don Shirley e Tony Vallelonga

17/03/2021  Un pianista nero assume un autista bianco per un tour negli Stati del Sud, siamo negli Stati Uniti in piena segregazione razziale e le vicende da raccontare non mancano. Il film lo fa con esiti da tre Oscar, ma com'è andata davvero tra i due? Scopriamolo.

Il film The green book, alla lettera il libro verde, uscito nel 2018 negli Stati Uniti e vincitore di tre premi oscar nel 2019, deve il suo titolo a una guida di viaggio pubblicata tra il 1936 e il 1967, il cui titolo per intero è The Negro motorist Green book. Siamo in piena segregazione razziale e, anche se il titolo di questa guida riflette tutta la carica discriminatoria di quegli anni, il suo intento è di servizio: l’idea di compilarla è venuta a Victor Hugo Green, un postino afroamericano che viveva nel quartiere newyorkese di Harleem: si è posto il problema del fatto che non tutti gli americani in quegli anni avrebbero avuto la stessa libertà, potendoselo permettere, di prendersi un’auto e viaggiare scegliendosi un ristorante o un albergo all’impronta negli anni che hanno che hanno preceduto la legge sui diritti civili (1964). Sapeva che un viaggiatore afroamericano, andando a caso, avrebbe frequentemente vissuto l’umiliante esperienza di essere messo alla porta dai locali riservati ai bianchi, in molte città sarebbe potuta andare anche peggio: c’era in fatti il rischio di subire sanzioni e persino atti di violenza privata per un nero che si fosse fatto trovare in giro dopo il tramonto: di qui l’utilità di una guida che consentisse di trovare a colpo sicuro locali, servizi, esercizi pronti ad accogliere neri. Va ricordato che in quegli anni, non solo al Sud, la segregazione non faceva sconti: Jesse Owens, l’atleta afroamericano che vinse quattro medaglie d’oro in faccia a Hitler ai Giochi di Berlino, tornò a casa da eroe ma fu costretto a entrare nell’hotel in cui si dava la cena in suo onore dalla porta di servizio, perché l’ingresso principale era riservato ai bianchi.

Il viaggio che sta al centro del film con protagonisti Viggo Mortensen nei panni di Tony “Lip” Vallelonga e Maehershala Ali nelle vesti di “Dr” Donald Shirley è ambientato nel 1962. I due protagonisti reali della storia sono morti nel 2013, non si è potuta dunque avere conferma diretta da parte loro della veridicità delle vicende narrate nel film. Quello che sappiamo è che la storia è raccontata per la gran parte dal punto di vista di Vallelonga, essendo basata sulle testimonianze e anche sulle registrazioni delle conversazioni dei due conservate su cassetta da Nick, figlio dell’autista, coautore del film.

La storia comincia quando Tony Vallelonga, italo-americano del Bronx, precedentemente impiegato come buttafuori al nightclub Copacabana di New York accetta un lavoro come autista per accompagnare Don Shirley, noto pianista afroamericano, in tournée negli stati del Sud. Fatti storicamente confermati.

IL VERO DON SHIRLEY

Benché molte biografie lo dicano nato in Giamaica, errore indotto dai suoi agenti per ragioni promozionali, si sa che il pianista era nato a Pensacola, in Florida, il 29 gennaio del 1927 da genitori giamaicani: il padre era un pastore della Chiesa Episcopale degli Stati Uniti, la madre un’insegnante, scomparsa quando Shirley era bambino. Shirley aveva rivelato giovanissimo il suo talento e iniziato a suonare da professionista a 18 anni debuttando con Tchaikovsky. L’essere nero gli ha però in parte precluso la carriera nella musica classica, dal momento che gli si fece capire che c’era per lui poco mercato tra il pubblico dei bianchi in quel settore: meglio sarebbe stato virare verso il jazz e il pop. Don ha seguito il consiglio senza però tradire del tutto la sua formazione classica, contaminando i generi e creandone uno proprio, fino a diventare un solista apprezzato nei teatri del mondo.

IL VIAGGIO TRA LICENZA CINEMATOGRAFICA E REALTÀ

  

Prima che il viaggio cominci, è il figlio di Vallelonga a testimoniarlo, Tony è abituato a esprimersi in maniera che oggi diremmo politicamente scorretta e risente del razzismo strisciante che si respira nel quartiere popolare e malfamato del Bronx: ma sarà lui a testimoniare al ritorno al figlio a quali esperienze discriminatorie sia stato sottoposto il pianista durante il viaggio: gli viene impedito di cenare nel ristorante in cui deve suonare e di utilizzarne i servizi (la scena è narrata nel film anche se in una località diversa da quella in cui è realmente avvenuta per funzionalità cinematografica), davvero suona in teatri per soli bianchi, ma è vero che questo lo espone al rischio di violenze tanto che non deve essere un caso che assuma come autista per il viaggio uno che nella vita ha fatto anche il buttafuori e se serve gli può fare da guardia del corpo. Questo aspetto è testimoniato da una delle registrazioni di Nick Vallelonga, oggi pubblicata sul sito Deadline, in cui si sente Don dire: «Vedi, Tony non era solo il mio autista, non abbiamo mai avuto un rapporto datore di lavoratore-dipendente. Non hai tempo per queste sciocchezze. La mia vita era nelle sue mani, mi capisci? In situazioni così ci vuole un rapporto amichevole. Gli ho insegnato l’inglese».

LE CRITICHE AL FILM

Proprio queste frasi, rese pubbliche e reperibili online, sono servite anche a confutare alcune delle critiche mosse al film da parte della famiglia di Don Shirley, che si è detta esclusa dalla lavorazione, e che propende per la tesi secondo cui tra i due ci fosse solo un rapporto di lavoro; trovando inverosimile anche la scena del pollo fritto, dicono sia improbabile che Shirley non lo avesse fin lì mai assaggiato. Maurice Shirley, il fratello di Donald, ha definito il film una "sinfonia di bugie". A destare le critiche più di tutto è stato il modo con cui il film rappresenta l’isolamento di Shirley dalla comunità afroamericana e dalla sua stessa famiglia: «Non c’è stato un solo mese» ha detto il fratello a Time «in cui io non abbia avuto una telefonata con Donald».

GLI APPREZZAMENTI DEGLI AMICI DEL PIANISTA E QUELLA CHIAMATA A BOB KENNEDY

  

A giudicare, invece, dalle interviste rilasciate da allievi e amici di Donald, tra chi l’ha conosciuto ci sono anche persone che hanno riconosciuto nel film l’uomo vero cui è ispirato, tra loro Michael Kappeyne, finanziere, pianista dilettante, ammiratore, poi amico e allievo di Shirley, consultato prima del lavoro sul film e poi uscito entusiasta dalla prima proiezione: «Dr. Shirley era un uomo molto, molto complesso. Mahershala è davvero entrato in quella parte: ha reso la rabbia interiore, il senso di solitudine, la completa dignità che ha sempre avuto e il suo interesse nell'aiutare le persone. Era come se fosse tornato in vita. Per due ore ci ha restituito il dottor Shirley».

Anche la chiamata a Robert Kennedy, per farsi liberare dopo un fermo per eccesso di velocità, che Shirley in un documentario definirà un pretesto per «puro razzismo: non concepivano che un bianco mi facesse da autista», è confermata in interviste agli eredi di Bob Kennedy, all’epoca dell’episodio procuratore generale degli Stati Uniti.

 
 
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