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sabato 13 agosto 2022
 
 

Messico, la frontiera dell'inferno

09/11/2012  Alla Fondazione Forma per la fotografia di Milano gli scatti del francese Jérôme Sessini, che documentano la piaga sociale del narcotraffico nella regione al confine con gli Usa.

Messico, confine con gli Stati Uniti. L'inferno del narcotraffico. Terra di frontiera martoriata da una guerra violenta, impietosa, tra i cartelli della droga che si combattono senza esclusione di colpi. Tijuana, Culiacan, e soprattutto Ciudad Juarez. La realtà durissima della frontiera messicana ritorna con lucida forza espressiva negli scatti del famoso fotoreporter francese Jérôme Sessini, testimone di numerosi conflitti, dalla guerra in Irak (dal 2003 al 2008) a quella in Libano (nel 2006). Sessini ha cominciato il suo lavoro di documentazione in Messico nel 2008, l'ha proseguito per quattro anni, tornando in quella terra per otto volte.

Da questo lungo e complesso lavoro di fotoreportage è nato il libro The wrong side. Living on the Mexican border (edito da Contrasto). Una selezione significativa di immagini è visibile fino al 2 dicembre nella mostra "The wrong side. Living on the Mexican border", presente alla Fondazione Forma per la fotografia di Milano (www.formafoto.it). Immagini crude, potenti, che testimoniano la criminalità, la guerra dei narcotrafficanti, ma anche e soprattutto la disperazione di una società ridotta allo sfacelo.  Nel corso dei suoi viaggi, Sessini ha percorso le strade di Tijuana e Ciudad Juarez, ha ritratto i morti ammazzati, le scene dei crimini, le stazioni di polizia crivellate di colpi di arma da fuoco, le carceri. Ha incontrato la gente del posto, è entrato, con discrezione, nelle case, ritraendone il degrado, il senso di abbandono. Eroinomani e prostitute, famiglie disastrate, quartieri ridotti in rovina.  

«Ciò che mi interessava era non tanto fotografare la criminalità, quanto le conseguenze sociali del narcotraffico», spiega Sessini, che ha origini italiane (suo padre è nato in Sardegna, naturalizzato francese) e da luglio 2012 lavora per Magnum photos. «I media parlano soltanto dei leader dei cartelli della droga, ma in resltà il narcotraffico è dovunque, entra dappertutto, all'interno delle famiglie, del tessuto sociale a tutti i livelli. Ho visto eroinomani di tutte le età, uomini, donne, ragazzini, anche gente anziana. Il fatto è che prima i cartelli si erano dati una sorta di regola: la merce veniva venduta soltanto oltre il confine, negli Stati Uniti. Adesso invece tutto è stato sconvolto e la droga viene smerciata ovunque, anche in Messico».

Nel 2006 l'ex presidente Felipe Caldéron (lo scorso luglio è stato eletto il 45enne avvocato Enrique Pena Nieto del Partito rivoluzionario istituzionale) ha deciso di affrontare la piaga della criminalità con il pugno di ferro e ha lanciato una dura guerra ai narcotrafficanti, dispiegando 50mila militari sul territorio. Nel 2012 il Paese centroamericano ha conosciuto un progresso economico: il problema più allarmante resta il narcotraffico. Unito al problema costante dell'impunità, per cui solo una minima parte dei reati commessi viene perseguita dalla giustizia. Negli ultimi cinque anni 1.300 persone in Messico sono state decapitate, come parte di una strategia del terrore da parte delle bande. Nello stesso arco di tempo la guerra tra cartelli rivali ha causato più di 47mila morti, soprattutto nelle zone della frontiera con gli Usa e sul lato dell'Oceano Pacifico. Ciudad Juarez è considerata una delle città più pericolose del mondo.

«Ma la violenza è una cosa relativa», commenta il fotoreporter, «la frontiera messicana non è la zona più violenta del mondo, è quella con il più alto numero di omicidi. Se si gira per Ciudad Juarez, non ci sono quartieri particolarmente violenti, dai quali bisogna stare lontani. Il problema è che non si intravede un cambiamento. Il mio ultimo viaggio in Messico è stato a dicembre del 2011: non ho visto un miglioramento della situazione, nessun spiraglio di luce e di speranza. La gente si droga, per le strade, nelle case. Lì il sistema della criminalità si serve dei bambini, funziona un po' come a Scampia. Il narcotraffico messicano si ispira molto al sistema della mafia italiana».

«Ma la violenza è una cosa relativa», commenta il fotoreporter, «la frontiera messicana non è la zona più violenta del mondo, è quella con il più alto numero di omicidi. Se si gira per Ciudad Juarez, non ci sono quartieri particolarmente violenti, dai quali bisogna stare lontani. Il problema è che non si intravede un cambiamento. Il mio ultimo viaggio in Messico è stato a dicembre del 2011: non ho visto un miglioramento della situazione, nessun spiraglio di luce e di speranza. La gente si droga, per le strade, nelle case. Lì il sistema della criminalità si serve dei bambini, funziona un po' come a Scampia. Il narcotraffico messicano si ispira molto al sistema della mafia italiana».

 
 
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