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Tino Sana. Il mio legno arreda pure l'ONU

25/03/2016  La storia del falegname che ha creato un’azienda da 33 milioni di euro, del museo e della sua scuola

Il papà era morto in Germania. La mamma, per dargli un futuro, era andata a lavorare in Svizzera. E lui a otto anni si era ritrovato solo, nel Patronato San Vincenzo di Bergamo gestito da don Bepo Vavassori, che un giorno gli chiese cosa volesse fare da grande. Tino Sana guardò dalla finestra un bambino giocare con un monopattino di legno e pensò che gli sarebbe piaciuto costruirsene uno. Così rispose: «Il falegname».
Sana ci racconta questa storia nella sua azienda di Almenno San Bartolomeo, che nel 2014 ha fatturato 33 milioni di euro realizzando arredamenti in legno per hotel, navi da crociera ed edifici, dal Palazzo Onu di Ginevra all’Hotel Excelsior del Lido di Venezia, dalla Costa Concordia poi affondata al largo dell’isola del Giglio alla chiesa di Padre Pio di San Giovanni Rotondo. Ora ha ottant’anni e da qualche tempo ha lasciato le redini dell’azienda ai figli Guido e Giampaolo («che però, quando devono prendere delle decisioni importanti, chiedono sempre consiglio a me»), mentre le altre due figlie, Chiara e Aurora, si occupano della scuola e del Museo del falegname che hanno sede accanto agli edifici dove si svolge l’attività produttiva.
Ci spostiamo allora proprio nel museo per continuare il racconto della storia di Sana. È un luogo davvero incredibile, dove accanto a torni e piallatrici del XVII secolo si trovano giocattoli, strumenti musicali, barche, carrozze e perfino l’aereo in legno usato dal “pilota futurista” Antonio Locatelli. Ma non è finita, perché al piano superiore Sana ha dato sfogo ad altre due sue passioni: le moto d’epoca (c’è una Vespa del 1953 identica a quella usata da Gregory Peck e da Audrey Hepburn in Vacanze romane) e il ciclismo, con la raccolta di maglie e bici usate da campioni, come quella con cui Francesco Moser conquistò il record dell’ora a Città del Messico nel 1984. Ma la bicicletta più bella l’ha progettata proprio lui, Tino Sana. Ovviamente è tutta in legno, salvo alcune parti in metallo. Ne ha realizzate 220, numerate e brevettate per la corsa. Una è custodita al Museo della scienza e della tecnica di Milano mentre un’altra è finita addirittura a Chicago, al Museo della bicicletta. «La bici “0001” però l’ho regalata al mio grande amico Felice Gimondi, bergamasco come me. Ci conosciamo da una vita. Quando correva, lasciava i suoi figli a casa mia».
Un’altra parte del museo l’imprenditore l’ha dedicata alla sua prima bottega aperta nel 1959, dopo che, uscito dal Patronato, si era fatto le ossa in un’azienda di arredamenti. Ci mostra con orgoglio «una macchina combinata a cinque lavorazioni. Ho speso tutto ciò che avevo per comprarla e ho continuato a fare così. I soldi guadagnati li ho sempre investiti nell’azienda e ogni lavoro finito mi ha dato lo spunto per iniziarne un altro più impegnativo». Questa tenacia nel rinnovarsi, nel voler arrivare prima degli altri, gli ha permesso di non risentire affatto della crisi. «Ho sempre lavorato su progetto, realizzando solo pezzi unici. Non ho mai costruito prodotti in serie e questo mi ha messo al riparo dalla concorrenza feroce degli ultimi anni».
Il lavoro l’ha portato in giro per il mondo e negli anni ’70, quando già la Tino Sana Srl era diventata un nome, ricevette una serie di commesse dalla Libia per arredare le ville di alcuni ministri di Gheddafi e soprattutto l’Università di Tripoli: 50 mila metri quadrati di pannelli in legno, 2.200 porte, 3.200 armadi. Il colonnello, ammirato, avrebbe voluto che si occupasse anche della sua reggia, ma Sana declinò l’offerta: «Non mi andava di restare lontano dalla mia famiglia per sei mesi di fila», ricorda oggi con semplicità.
Di strada ne ha comunque fatta tanta lo stesso e siccome è uno abituato a pensare sempre al futuro, si è impegnato per far sì che questa strada venga seguita non solo dai suoi figli, ma da tutti i giovani che condividono il suo amore per il legno. Per questo ha aperto la Scuola per falegname, riconosciuta dalla Provincia di Bergamo, che oggi accoglie un centinaio di ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Molti, al termine dei corsi, si spostano di edificio e da apprendisti diventano lavoratori a tutti gli effetti della Tino Sana Srl.
«In loro, rivedo me stesso. Alla loro età era durissima, ma almeno il lavoro si trovava. Ora bisogna dar loro gli strumenti ed è bello che in tanti stiano riscoprendo i mestieri artigiani». Prima di salutarci, notiamo che nel museo c’è un’immagine sacra. «Ne ho fatte mettere altre. Rappresentano le stazioni della Via Crucis. Siamo in tempo di Quaresima e tutte le sere vengo qui a pregare». Gli facciamo i complimenti per tutto. «E perché? Puoi arrivare prima o dopo ma, se ti impegni, alla fine ce la fai».
Per Tino Sana tra un monopattino, la bicicletta di Leonardo e un hotel di lusso non c’è differenza: «Ho fatto solo quello che mi piaceva».

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