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domenica 14 agosto 2022
 
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«Torino diventi il distretto digitale italiano»

23/10/2020  focus

Massimiliano Cipolletta, vicepresidente dell'Unione Industriale di Torino e ad del Gruppo SCAI
Massimiliano Cipolletta, vicepresidente dell'Unione Industriale di Torino e ad del Gruppo SCAI

Da storico polo industriale dell’automotive a distretto digitale nazionale. È la provocazione per Torino di Massimiliano Cipolletta, vicepresidente dell’Unione industriale del capoluogo piemontese dove guida il Gruppo ICT che raggruppa le aziende informatiche e delle telecomunicazioni all’interno dell’associazione. Cipolletta è amministratore delegato del Gruppo SCAI e ha anche la delega al digitale nella giunta della Camera di Commercio. Inoltre, è presidente del Digital Innovation Hub Piemonte, il polo nato nel 2017 per la trasformazione digitale delle imprese del territorio, e vicepresidente della Fondazione Torino Wireless. «Bisogna avere la forza di immaginare la città del futuro», spiega, «la pandemia ha anticipato molti temi».

Qual è l’obiettivo?

«Candidare Torino a una sorta di hub digitale per tutta l’Italia. Quest’anno termina il programma Torino 2020 e occorre guardare avanti. Il digitale è un tema importante e una spinta, in questo senso, è arrivata anche dall’assegnazione alla città dell’Istituto italiano per l’Intelligenza artificiale (I3A). La sfida è quella di riuscire a connotarci a livello nazionale come un polo dove si trovano eccellenze, agevolazioni, soggetti formativi nel digitale. Il settore manifatturiero legato all’automotive è in crisi da un pezzo, il turismo non basta e ora sta subendo una crisi imprevista e imprevedibile. Una delle caratteristiche del mondo digitale è che non necessariamente hanno bisogno di alte specializzazioni».

A livello occupazionale che ricadute può avere?

«Nei prossimi anni c’è bisogno di 300 mila programmatori nelle imprese che lavorano nell’ambito del digitale. Un altro studio indica un fabbisogno di un milione di persone che devono avere “curvatura digitale”, ossia avere competenze digitali da spendere in altri comparti, dal manifatturiero al farmaceutico al chimico».

Quali sono le difficoltà nel comunicare questo progetto?

«Parlare di comparto industriale legato a questo settore è difficile perché non si producono oggetti, è immateriale e intangibile».

Perché un territorio dovrebbe investire in maniera massiccia sul digitale e non su altro?

«Per tre motivi: è prospettico, ha un orizzonte di medio – lungo termine e tutti gli indicatori dicono che gli investimenti nel comparto saranno crescenti nei prossimi anni. Il digitale è assetato di risorse umane. Per realizzare i software ci vogliono molte persone. E poi è un settore dove ci sono diversi livelli: c’è chi realizza i software, chi li testa e li collauda. Raccoglie un ampio ventaglio di compente, l’occupazione va a coprire diverse fasce non solo il personale qualificato. È fondamentale attirare l’attenzione su questo aspetto che mi sembra decisivo».

Oggi quanto pesa questo settore?

«Il primo comparto per numero di occupati a Torino è il manifatturiero, poi c’è quello dei servizi, all’interno del quale il digitale conta oltre 250 mila imprese e più di 25 mila addetti che lavorano come programmatori. L’ambizione di diventare un polo nazionale è nutrita anche dal fatto che non siamo all’anno zero. Tra le tante aziende c’è Replay, una delle più grandi company italiane d’informatica in grado di competere con colossi come IBM o Accenture».

Cosa serve per spiccare il volo?

«Uno sforzo della politica che dovrebbe mettere in campo più risorse e agevolazioni. E poi il 5G per tutti, non solo per le aziende digitali ma anche per tutti gli altri comparti».

 
 
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