logo san paolo
sabato 28 maggio 2022
 
Dieci anni dopo
 

«Torino è la prova che si può fare, ma non da soli»

10/02/2016  Evelina Christillin. Da Torino 2006 all’Enit: «Per il turismo l’Italia ora è quinta al mondo, ma è troppo poco»

L’abito da signora in rosso non è un caso, è l’abito di quei giorni, l’omaggio a Torino 2006, quando Evelina Christillin era stata prima anima del comitato promotore e poi vicepresidente esecutivo del Comitato organizzatore noto con la sigla Toroc. Da tre mesi è presidente dell’Ente nazionale del turismo, in mezzo ci sono state la presidenza del Teatro Stabile e quella, ancora attuale, del Museo Egizio, simboli della Torino com’è diventata dal 2006 in poi. E tutto si tiene.

Che effetto le ha fatto Torino unica meta italiana 2016 per i lettori del New York Times?

«Un colpo inatteso, nel senso di non sollecitato da nessuno. Se penso alla Torino plumbea dei miei vent’anni... A tutto poteva far pensare meno che a una città solare, piena di cultura. Ma l’Olimpiade è stata il punto d’arrivo di un processo che era cominciato prima, negli anni Novanta».

Ha fatto da vetrina?

«Quando siamo andati a Sydney a presentare la candidatura, abbiamo dovuto mostrare la cartina: nessuno sapeva dove fosse Torino. Quando abbiamo vinto, la rete americana Nbc, che aveva i diritti sui Giochi, ha dedicato molto spazio alla città e ai suoi dintorni».

Oggi lei presiede l’Enit e il Museo Egizio: l’esperienza Torino, scopertasi turistica di recente, è esportabile?

«Spero di sì, a patto di non attendersi automatismi: siamo pur sempre la terra dei mille campanili, fare un po’ sistema aiuterebbe».

Secondo Enit siamo il quinto Paese più visitato al mondo: il dato rende giustizia al nostro potenziale?

«Assolutamente no. Pare che in Italia sia concentrato il 50% del patrimonio artistico mondiale, in più si mangia bene e c’è un bel clima, ma ci si scontra con la rete discontinua dei trasporti, con i prezzi più alti rispetto a Paesi concorrenti come Grecia e Spagna, con la scarsa diffusione del wi-fi„. Servirebbero fondi, ma siamo a corto: si potrebbe trovarne riducendo sprechi nella pubblica amministrazione».

In Nordeuropa vendono a peso d’oro il nulla allestito bene. E noi?

«In Scozia hanno ricostruito su delle pietre musei virtuali, non hanno quasi niente e lo vendono benissimo. Noi non sappiamo vendere le cose che abbiamo: la Sicilia è meravigliosa, ma arrivi a Selinunte e trovi il teatro greco con i cartelli che dovrebbero spiegare staccati per vandalismo».

Si fa abbastanza per preservare il patrimonio artistico e il paesaggio?

«Le sovrintendenze ci provano, anche se talvolta non è facile trovare il giusto mezzo tra chi chiede di conservare l’in„fisso arrugginito degli anni Cinquanta perché è un bene storico, come ci è stato chiesto nel corso del restauro del Museo Egizio, e la Liguria preda del cemento e delle alluvioni. Per fortuna ci sono anche saggezze che consentono di correggere errori del passato: le splendide piazze pedonali di Torino sono state per decenni assediate dalle auto».

Chiudiamo il cerchio: che cosa cambierebbe con il senno di poi?

«Durante i Giochi è andato tutto bene. La gestione del villaggio olimpico, dopo, si sarebbe dovuta fare meglio. Accoglierei la proposta di utilizzare la pista da bob di Albertville. Castellani e io eravamo favorevoli anche allora, il presidente del Coni dell’epoca Gianni Petrucci e Franco Frattini ministro con delega per l’Olimpiade risposero con l’orgoglio di dimostrare che l’Italia poteva farcela da sola, che ci sarebbe stato l’impegno ad attrarre Nazionali straniere sulla pista ad alta tecnologia che univa skeleton, slittino e bob».

Nulla trapelò all’epoca di quelle divergenze di vedute: perché?

«Da buoni piemontesi le abbiamo tenute in casa. Una volta presa la decisione, si esca uniti».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo